Cent’anni fa il raid aereo Roma-Tokyo

| Un biplano interamente costruito in Italia con legno e tela, 18 mila km, innumerevoli tappe, incidenti e ritardi. Ma due coraggiosi piloti nel 1920 riuscirono a raggiungere la capitale giapponese dopo una spedizione durata mesi

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Di Marco Belletti
Ricorre quest’anno il centesimo anniversario del raid “Roma-Tokyo”, un’epopea tutta italiana: la trasvolata dalla nostra capitale a quella nipponica, proposta da Gabriele D’Annunzio (insieme con il poeta giapponese Harukici Shimoi) nel marzo 1919 e completata dal pilota Arturo Ferrarin nella primavera del 1920. Fu davvero un’impresa epica, rimasta nella storia del volo aereo e in quella delle relazioni tra Italia e Giappone: oltre tre mesi di viaggio, con arrivo a Tokyo il 30 maggio 1920 dopo oltre 18 mila km e 109 ore di volo.

All’impresa parteciparono quattro “Caproni” e sette “Ansaldo SVA” (Savoia Verduzio Ansaldo) che partirono alla spicciolata a iniziare dal gennaio 1920. I primi a decollare dall’aeroporto di Centocelle (il primo scalo italiano su cui avevano volato anche i fratelli Wright nel 1909) furono i Caproni: si trattava di due biplani Ca.33 pilotati da Edoardo Scavini e Leandro Negrini, del pesante bombardiere trimotore triplano Ca. 40 condotto da Luigi Garrone ed Enrico Abba, e del bombardiere trimotore biplano Ca. 44 con ai comandi Virginio Sala e Innocente Borello. Tutti e quattro gli aerei non raggiunsero la meta. I primi a concludere anticipatamente il volo furono Abba e Garrone che si fermarono a Salonicco. Fu quindi la volta di Sala e Borello a subire un’avaria poco dopo Smirne e, sempre in Turchia, ma in Anatolia, terminò il viaggio di Negrini che fu imprigionato insieme con l’equipaggio e l’aereo venne distrutto. Infine, nel deserto siriano fu costretto a rinunciare all’impresa il velivolo di Scavini.

La partenza successiva avvenne il 14 febbraio 1920, con il decollo sempre da Centocelle di due biplani Ansaldo SVA 9 ai comandi di Arturo Ferrarin e Guido Masiero, gli unici due che giunsero a Tokyo. Infine, il 14 marzo decollarono gli ultimi Ansaldo SVA 9: anche in questo caso nessuno raggiunse la meta, anzi in Persia il velivolo pilotato da Giuseppe Grassa e Mario Gordesco ebbe un incidente mortale, un’avaria al decollo che fece prima incendiare e poi precipitare il velivolo.

Soltanto Ferrarin e Masiero giunsero a Tokyo con il loro mezzo, ma solo il primo completò il percorso in volo in quanto il secondo, dopo un grave incidente a Canton da cui uscì illeso, superò in piroscafo il tratto Canton-Shanghai prima di proseguire per Tokyo con un altro aereo.

Fu un viaggio decisamente avventuroso con innumerevoli tappe: Smirne, Aleppo, Baghdad, Delhi, Calcutta, Rangoon, Bangkok, Hanoi, Canton, Fuzhou, Shanghai, Tsingtao, Pechino, Seul, Osaka e finalmente Tokyo. Dovettero compiere atterraggi di fortuna (una volta addirittura su un campo di calcio), affrontare tifoni (tra Shanghai e Tsingtao) ma furono ricompensati da accoglienze trionfali e dalla gloria in patria.

Oltre all’affermazione di piloti e copiloti, l’impresa fu realmente eccezionale in considerazione della tecnologia di quegli anni e fu la dimostrazione che l’industria aeronautica italiana era al vertice mondiale. Inoltre, rinsaldò i rapporti tra Italia e Giappone: a Tokyo furono in 200mila ad accogliere i due Ansaldo SVA 9.

Ferrarin fu ricevuto dal principe reale Hirohito e dall’imperatrice e gli fu regalata una spada katana da samurai in oro. Il suo aereo – donato dall’Italia al Giappone – rimase esposto a Tokyo fino al 1933, quando fu trasferito nel museo imperiale della guerra nella capitale giapponese, dove purtroppo andò perso per un bombardamento che distrusse l’intero edificio durante la seconda guerra mondiale.

Ferrarin pubblicò le sue memorie di viaggio in un libro, uscito nel 1921: “Il mio volo Roma-Tokyo”. In una recente intervista al Corriere della Sera, Valentina Ferrarin (biografa del pilota, che era un suo prozio) ha raccontato le vicende del tenente nato a Thiene (in provincia di Vicenza) che a soli 25 anni realizzò l’impresa. “La trasvolata Roma-Tokyo – ha spiegato la donna – inizialmente avrebbe dovuto essere realizzata da D’Annunzio in persona, che l’aveva ideata, ma il poeta si fece conquistare dall’impresa di Fiume e pertanto furono coinvolti piloti giovani”.

La vicenda si inquadra in un momento del nostro dopoguerra molto delicato. Il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti (per circa un anno, dal 23 giugno 1919 al 15 giugno 1920) si trovò ad affrontare questioni delicate, come la crisi economica postbellica e l’occupazione di Fiume da parte di Gabriele D’Annunzio. Sul piano politico Nitti si impegnò a fondo nell’eliminare i vecchi clientelismi giolittiani che erano in netto contrasto con le sue convinzioni democratiche. Tra l’altro, sostituì il vecchio sistema elettorale uninominale con quello proporzionale, sollevando l’entusiasmo di popolari e socialisti. Inoltre, per risollevare l’economia Nitti avviò misure per favorire le esportazioni, la riconversione delle industrie da belliche a pacifiche, e misure fiscali più severe per i ceti abbienti.

Il volo fino a Tokyo ebbe una grande eco internazionale e un notevole successo, ma in Italia fu oggetto di alcune critiche. Soprattutto i partiti della sinistra, pur riconoscendo il valore del raid e dei piloti, contestarono l’enorme costo sostenuto interamente con denaro pubblico oltre a un’approssimativa organizzazione che fece trascorrere periodi di inattività molto lunghi agli equipaggi lungo le varie tappe, prima che arrivassero i rifornimenti e i materiali per le riparazioni. In ogni caso per quell’epoca, con voli fino ad allora a corto raggio, percorrere oltre 18mila km era considerata un’impresa proibitiva.

La carriera di Arturo Ferrarin proseguì inarrestabile. L’anno più glorioso fu il 1928 quando conquistò il primato mondiale di durata di volo in circuito chiuso (7.666 chilometri in 58 ore e 37 minuti con il copilota Carlo Del Prete) e il primato di distanza senza scalo da Roma a Touros, in Brasile: in 49 ore e 19 minuti percorse 7.188 chilometri. Per questa seconda impresa fu decorato con la medaglia d’oro al valore aeronautico mentre durante i conflitti mondiali conquistò due croci di guerra e una medaglia d’argento. Morì a 46 anni, il 18 luglio 1941, collaudando un aereo.

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