Dodici giorni a marzo

| Tommaso Tittoni fu il capo del più breve governo nella storia d’Italia, nel 1905. Qualche anno dopo affrontò da ministro degli esteri una grave crisi internazionale dalla quale l’Italia ne uscì sconfitta. Ma non pagò conseguenze politiche

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Di Marco Belletti
È durato appena 12 giorni il governo più breve nella storia d’Italia, dal 16 al 28 marzo 1905. A presiederlo fu Tommaso Tittoni, rappresentante del Partito Liberale Costituzionale. Al contrario, il primato di governo più breve della Repubblica spetta al primo di Fanfani, 22 giorni tra il 19 gennaio e il 10 febbraio 1954.

Il 1905 era iniziato con la repressione nel sangue di una manifestazione pacifica diretta al palazzo d’inverno a San Pietroburgo da parte dell’esercito e della guardia imperiale. Era proseguito con l’inaugurazione, il 2 aprile, del traforo del Sempione tra Piemonte del nord e Svizzera. Tunnel che, con i suoi quasi 20 chilometri di lunghezza, sarebbe stato fino agli anni Ottanta del Novecento la più lunga galleria ferroviaria del mondo. E mentre a Schio, Vicenza, si sollevava il primo dirigibile italiano (l’aeronave Italia) l’aeroplano “Wright Flyer III”, costruito dai fratelli Wright, compiva il primo storico volo di un mezzo più pesante dell’aria.

L’anno era proseguito con la guerra tra Russia e Giappone, conclusa con lo zar costretto a cedere ai nipponici parte dell’isola di Sachalin oltre i diritti portuali e ferroviari della Manciuria. Ed era terminato con il devastante terremoto della Calabria che provocò quasi 600 vittime.

La storia del primo e unico governo Tittoni iniziò il 4 marzo quando il presidente del consiglio Giovanni Giolitti si dimise improvvisamente per motivi di salute, ma in realtà lo fece per permettere la salita al potere di un suo alleato politico che potesse favorire la nazionalizzazione delle ferrovie – portando alla nascita delle Ferrovie dello Stato – senza che lui ne fosse coinvolto. Anzi, manovrando l’operazione da dietro le quinte, pronto a tornare al potere non appena conclusa la manovra.

Avrebbe dovuto essere Alessandro Fortis il nuovo primo ministro, ma l’onorevole repubblicano appoggiato da Giolitti e con un passato da garibaldino prese tempo e al re Vittorio Emanuele II non restò altro da fare che affidare, il 16 marzo ad interim con un decreto, il governo a Tommaso Tittoni. Il quale, accettato l’incarico, lo stesso giorno si recò alla Camera e al Senato per parlare con i presidenti Giuseppe Marcora e Tancredi Canonico.

L’unico scopo di questo governo transitorio era far guadagnare tempo a Giolitti e ai suoi accoliti per preparare al meglio la composizione della successiva amministrazione, in vista della nazionalizzazione delle ferrovie. Di fatto il solo atto politico di Tittoni si svolse il 23 marzo quando dapprima commemorò la morte dell’onorevole Lodovico Ceriana Mayneri (morto a soli 48 anni il 18 marzo) e in seguito dichiarò la crisi ministeriale, sia alla Camera sia al Senato. Due giorni dopo rassegnò le dimissioni e il 28 marzo – con il giuramento di Alessandro Fortis – terminò ufficialmente il governo Tittoni.

Inutile dire che il disegno di legge fermo da anni fu firmato il 22 aprile 1905 (la numero 137, legge Fortis) ed entrò in vigore il 1º luglio 1905, dando vita all’assetto giuridico e organizzativo delle Ferrovie dello Stato.

Tommaso Tittoni fu un diplomatico e uomo politico nato Roma il 16 novembre 1855, in pieno Risorgimento. Suo padre era un patriota che, messa in evidenza la sua avversione allo stato pontificio, fu costretto nel 1860 a fuggire in Campania con la famiglia, da dove tornò solo quando Roma fu annessa all’Italia.

Eletto alla Camera dei deputati nel 1886, Tommaso Tittoni dal 1898 al 1903 fu prefetto a Perugia e Napoli e fu nominato senatore del regno nel 1902 e ministro degli esteri dal 1903 al 1905. Dopo la breve esperienza come presidente del Consiglio, fu ministro dell’interno nel governo Fortis che succedette al suo per poi diventare ambasciatore a Londra e tornare in Italia come ministro degli esteri nel terzo governo Giolitti. Fu infine elettro presidente del Senato nel dicembre 1919, incarico che – siccome appoggiò Mussolini dopo la marcia su Roma – mantenne fino a gennaio 1929 quando, lui liberale, fu sostituito da Luigi Federzoni del partito nazionale fascista. Tittoni morì a Roma il 7 febbraio 1931.

Fu durante la sua esperienza come ministro degli esteri che nel 1908 Tittoni affrontò la difficile situazione creata dalla crisi bosniaca, con Austria-Ungheria che rifiutarono di concedere all’Italia i compensi territoriali concordati in caso di espansione austriaca nel Balcani. Si trattò di un evento che coinvolse tutte le diplomazie europee e di tale portata che pose termine alla triplice alleanza tra Germania, Austria-Ungheria e Italia.

La crisi iniziò il 6 ottobre 1908 quando l’Imperatore d’Austria-Ungheria Francesco Giuseppe annunciò che avrebbe annesso Bosnia ed Erzegovina, provincia ottomana amministrata dall’Austria dal 1878 secondo il trattato di Berlino. A questa notizia l’opinione pubblica italiana insorse e di fatto impose al governo di richiedere i compensi territoriali previsti in casi del genere. Tittoni si trovò subito in una situazione difficile, in quanto dopo alcuni colloqui con il ministro degli esteri austriaco e l’ambasciatore a Roma apparve evidente che l’Austria non aveva alcuna intenzione di rispettare i patti. Per ammansire l’opinione pubblica scatenata, Tittoni decise di indire una conferenza internazionale allargata ad altre nazioni europee, che avrebbe dovuto svolgersi in Italia. Ottenne l’appoggio della Gran Bretagna ma non quello della Germania e pur minacciando di far uscire l’Italia dalla Triplice Alleanza, Tittoni non riuscì a ottenere nulla in cambio dell’espansione austro-ungarica.

Nonostante questo clamoroso insuccesso, nel dicembre 1908 si presentò in Parlamento e argomentò così bene la sua difesa – dimostrando che la politica da lui seguita durante la crisi era l’unica percorribile – che non subì conseguenze e lasciò la Farnesina solamente un anno più tardi.

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