I 10 giorni in cui non accadde nulla

| Per evitare che l’equinozio di primavera cadesse d’estate, nella seconda metà del Cinquecento papa Gregorio XIII si convinse a cambiare il calendario fino ad allora utilizzato. Non tutte le nazioni lo adottarono subito

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Di Marco Belletti
È inutile che cerchiate un avvenimento importante che sia capitato il 10 ottobre 1582, perché quel giorno non successe nulla. In realtà non capitò nulla neppure il 5 e il 6 o l’11 e il 12. Anzi, fino al 14 ottobre di quell’anno non accadde un bel niente in Italia e in buona parte dell’Europa.

Per scoprire il motivo di questa stranezza, è sufficiente leggere la bolla pontificia “Inter gravissimas” di papa Gregorio XIII, diffusa il 24 febbraio 1582: “Affinché dunque l’equinozio di primavera, che dai padri del concilio di Nicea fu stabilito al 21 marzo, venga riportato a quella data, comandiamo e ordiniamo che dal mese di ottobre dell’anno 1582 si tolgano dieci giorni, dal 5 al 14, e che il giorno dopo la festa di san Francesco, che si suole celebrare il 4, si chiami 15 e che in esso si celebri la festa dei santi Dionigi, Rustico ed Eleuterio martiri, con commemorazione di san Marco papa e confessore e dei santi Sergio, Bacco, Marcello e Apuleio martiri; e che il giorno successivo, 16 ottobre, si celebri la festa di san Callisto papa e martire; e che il 17 ottobre si dica l’ufficio e la messa della XVIII domenica dopo Pentecoste, cambiando la lettera domenicale da G a C; e che il 18 ottobre si faccia la festa di san Luca evangelista, e che da allora in poi si celebrino i giorni festivi secondo che sono scritti sul calendario”.

Il problema della progressiva regressione dell’equinozio di primavera era conosciuta e dibattuta fin dal concilio di Nicea del 325 dopo Cristo ed era causata dall’imprecisione del calendario giuliano tanto nel 1582 il 21 marzo di quell’anno (giorno convenzionale per l’equinozio, stabilito dal concilio di Nicea per calcolare la data della Pasqua) in realtà cadeva quando il reale equinozio astronomico era già passato da dieci giorni.

Gli astronomi convinsero papa Gregorio XIII che se non fossero stati presi provvedimenti la Pasqua avrebbe finito con l’essere celebrata in estate e il pontefice decise di affrontare la questione. Nominò una commissione – presieduta da Cristoforo Clavio, gesuita professore del Collegio Romano – composta da medici, matematici e astronomi che sulla base delle misurazioni di Copernico, che nel 1543 era riuscito a calcolare con accuratezza l’anno tropico e quello siderale, varò il nuovo calendario gregoriano che entrò in vigore il giorno dopo la pubblicazione della bolla papale.

Perciò, al “giuliano” giovedì 4 ottobre seguì il “gregoriano” venerdì 15 ottobre 1582 in Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Polonia, Lituania, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo mentre nelle altre nazioni cattoliche il nuovo metodo fu adottato successivamente: per esempio, a fine 1583 in Austria e a inizio 1584 in Boemia, Moravia e in alcuni cantoni della Svizzera.

Al contrario, i Paesi protestanti si rifiutarono di adottare il nuovo calendario “papista” e cambiarono data solo in epoche successive. Gli stati luterani e calvinisti nel 1700, quelli anglicani nel 1752, quelli ortodossi ancora più tardi, tanto che le Chiese russa, serba e di Gerusalemme continuano ancora oggi a utilizzare il calendario giuliano: ecco il motivo per cui le feste religiose ortodosse e quelle cristiane differiscono di 13 giorni. Infine, per quanto riguarda le nazioni non cristiane, in Giappone fu adottato nel 1873, in Egitto nel 1875, in Cina nel 1912 e in Turchia nel 1924.

Davvero particolare il caso dell’impero svedese che nel 1699 decise di passare dal calendario giuliano a quello gregoriano eliminando gli anni bisestili dal 1700 al 1740, recuperando così un giorno ogni 4 anni in modo che dal 1° marzo 1740 il calendario svedese avrebbe coinciso con quello gregoriano.

Dopo la “soppressione” del 29 febbraio 1700, chi doveva provvedere alle successive cancellazioni se ne dimenticò, forse anche a causa della lunga guerra che il re Carlo XII stava combattendo in Russia, e così il 1704 e il 1708 furono bisestili. Quando l’errore fu palese, si decise di tornare al calendario giuliano per evitare ulteriori sbagli, aggiungendo a febbraio 1712 un giorno oltre a quello dell’anno bisestile. In pratica, solo gli svedesi quell’anno febbraio fu composto da trenta giorni. Dovettero passare una quarantina d’anni perché la situazione si normalizzasse: nel 1753 furono cancellati per decreto regio i giorni dal 18 al 28 febbraio.

Differente ancora la situazione in Russia, che passò al calendario gregoriano nel 1918, solo dopo che si era trasformata in Unione Sovietica, ma già nel 1923 nacque il calendario rivoluzionario sovietico, in cui erano bisestili solo gli anni multipli di 100 che divisi per 9 davano come resto 2 o 6. Se questo arzigogolato metodo fosse rimasto – fu invece abolito già nel 1940 – il primo anno di discordanza con il calendario gregoriano sarebbe arrivato nel 2800.

In tempi recenti si è capito che la ricerca del calendario perfetto non è fattibile. Infatti, pur essendo possibile calcolare al millesimo di secondo la lunghezza di un anno, si è tuttavia capito che la durata varia sui lunghi periodi: l’orbita terrestre cambia lentamente a causa dell’interazione gravitazionale e di conseguenza varia l’anno.

E inoltre, a causa delle maree, la rotazione terrestre sta costantemente rallentando allungando quindi, pur se di pochissimo, la durata del giorno. È per questo motivo che più recentemente si aggiunge all’anno – quando necessario – un secondo in modo da mantenere allineato il giorno astronomico con quello civile. Secondi che (sono finora 27 a partire dal 1972) ovviamente modificano la durata media dell’anno gregoriano.

Oggi non si cerca più pertanto di cercare proporzioni matematiche più accurate e maggiormente corrispondenti alla realtà fisica, ma inutili. Si tenta invece di correggere il conteggio del tempo con l’aggiunta di questi secondi, che non provocano problemi e risultano accettabili per la maggior parte delle attività della nostra vita.

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