Il Papa che litigò con Napoleone

| Si trovò a guidare lo stato pontificio in un periodo turbolento durante il quale l’imperatore francese volle abolire il potere temporale della Chiesa e lo imprigionò

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Di Marco Belletti
Barnaba Niccolò Maria Luigi Chiaramonti aveva compiuto da meno di una settimana 81 anni quando morì, il 20 agosto 1823 a Roma, quasi certamente per i postumi di una caduta avvenuta il 6 luglio in cui si era rotto il femore. Benedettino, è passato alla storia come il “Papa prigioniero” e colui che si oppose a Napoleone: fu il 251° vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica dal 1800 alla morte con il nome di Pio VII.

Nato a Cesena in una famiglia di conti e marchesi – la madre era parente di Angelo Braschi, Papa Pio VI – Barnaba Chiaramonti a quattordici anni entrò nel monastero benedettino di Santa Maria del Monte di Cesena. Completò quindi gli studi in teologia a Padova e a Roma, per poi diventare professore nel collegio dell’ordine a Parma.

Nel febbraio 1775 il consanguineo Braschi fu eletto Papa e Barnaba fu nominato priore dell’abbazia benedettina di San Paolo a Roma, per poi diventare vescovo di Tivoli e in seguito cardinale a Imola, da dove suscitò clamore una sua omelia in cui affermò che democrazia e Vangelo erano conciliabili tra loro.

Alla morte di Pio VI, Chiaramonti il 14 marzo 1800 fu eletto Papa con l’unanimità del conclave e per omaggiare il predecessore che lo aveva aiutato nella carriera ecclesiastica, sceglie il nome di Pio VII. Dimostrò subito di non volere assolutamente indebolire il potere temporale della Chiesa, negando all’imperatore austriaco Francesco II le legazioni di Ravenna, Imola, Ferrara e Bologna.

Il nuovo Papa affrontò quindi una difficile situazione politica, complicata dalle precarie finanze dello stato della Chiesa nelle cui casse era rimasto ben poco denaro. Dopo aver avviato alcune riforme amministrative, Pio VII si dedicò alla Chiesa francese, sconvolta per la rivoluzione prima e le riforme napoleoniche in seguito, con problemi come la diffusione del matrimonio tra gli ecclesiastici, lo scisma del giansenismo, la mancanza di vescovi e una certa indifferenza tra il popolo nei confronti della religione.

Recatosi a Parigi, il Papa sottoscrisse il 15 luglio 1801 un concordato in modo che la Francia recuperasse la libertà di culto soppressa dalla rivoluzione. Per consolidare un positivo rapporto con il governo e il popolo francesi, il pontefice nel 1804 accettò che la cerimonia di investitura a imperatore di Napoleone fosse celebrata nella cattedrale di Notre-Dame. Ma già dall’anno dopo Pio VII si accorse che Bonaparte non era intenzionato a rispettare il concordato e la situazione peggiorò quando il generale Sextius Alexandre François de Miollis (dietro preciso ordine di Napoleone) occupò Roma e annesse all’impero francese le province di Macerata, Ancona, Pesaro e Urbino. In questa situazione sembra che Pio VII abbia affermato al generale francese, che gli chiedeva di obbedire alla volontà imperiale, “non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo”, rompendo così le relazioni diplomatiche con Napoleone. Tutti i territori dello stato pontificio furono annessi all’impero di Francia e il Papa non poté far altro che scomunicare gli invasori prima di essere imprigionato. Rifiutandosi di annullare la bolla di scomunica, di rinunciare al potere temporale e convalidare l’investitura dei vescovi scelti da Napoleone, Pio VII fu trasferito nel carcere di Grenoble e quindi in quello di Savona.

Rimase in prigione per due anni, uscì solo quando riconobbe a voce l’investitura dei vescovi napoleonici e fu trasferito a Fontainebleau, vicino a Parigi: durante il viaggio si ammalò così gravemente che gli fu impartita l’estrema unzione, ma si riprese a giunse a destinazione dove cercò un nuovo accordo con Napoleone, senza troppo successo. Gli furono proposte condizioni che all’inizio accettò, ma in seguito ritenne per lui troppo umilianti e rifiutò il concordato.

Riuscì a riconquistare la libertà solo con la caduta di Napoleone e tornò a Roma. Nell’agosto 1814 emanò la bolla “Sollicitudo omnium ecclesiarum” con cui ripristinò la compagnia di Gesù e soppresse la legislazione francese nello stato Pontificio. In seguito, reintrodusse l’inquisizione e fece in modo che il congresso di Vienna si esprimesse a favore dell’abolizione della schiavitù.

Nel 1815 il re di Napoli Gioacchino Murat attaccò lo stato Pontificio – durante i cento giorni di Napoleone – e il Papa si rifugiò fuori Roma, dapprima a Genova quindi a Piacenza e in Romagna. Il 2 giugno 1815 durante il viaggio di ritorno nella capitale, nei pressi di Barberino val d’Elsa, Pio VII fu colto da una necessità fisiologica e fece fermare la carrozza nei pressi di una casa colonica dove utilizzò i servizi igienici. Nonostante la sosta fosse durata solo pochi minuti – il tempo strettamente necessario per il bisogno – i contadini orgogliosi di questo fatto fecero erigere una lapide e da allora la località si chiama Sosta del Papa, anche se qualcuno la chiama “pisciata del Papa”.

Ripresi pienamente i poteri temporali, nel 1821 il pontefice si dichiarò contrario ai moti carbonari, bandendone le società segrete, di ispirazione liberale.

Negli ultimi anni di vita, Pio VII proibì lo svolgimento del mercato agricolo nel campo vaccino e fece avviare nella stessa località i primi scavi archeologici che portarono in seguito a riscoprire l’antico foro romano per centinaia d’anni trascurato, saccheggiato e abbandonato. Durante il suo pontificato iniziarono altri scavi anche sul colle capitolino.

Il Papa accolse numerosi artisti, tra cui molti scultori e nel 1822 fece issare sul Pincio l’obelisco che l’imperatore Adriano aveva fatto scolpire per l’amato Antinoo – annegato a 20 anni e quindi divinizzato – mai innalzato e rinvenuto nel XVI secolo. Infine, durante il suo pontificato, Pio VII nominò 99 cardinali in 19 distinti concistori.

Quando Barnaba Niccolò Maria Luigi Chiaramonti morì il 20 agosto 1823, il suo corpo fu deposto in un mausoleo nella basilica di san Pietro, ancora oggi l’unica opera d’arte all’interno della più famosa chiesa cristiana realizzata da un artista di fede dichiaratamente non cattolica, il protestante Bertel Thorvaldsen, uno scultore danese esponente del Neoclassicismo.

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