Il ragazzino che voleva uccidere Mussolini

| Mentre sta tornando alla stazione dopo aver inaugurato il nuovo stadio di Bologna, il Duce scampa per caso a un attentato. A sparargli è Anteo Zamboni, un 15enne che paga con la vita il suo gesto

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Di Marco Belletti

Anteo Zamboni non ha avuto modo di crescere e diventare adulto perché il 31 ottobre 1926 – ad appena 15 anni e mezzo – è stato linciato sulle strade di Bologna da alcuni squadristi fascisti, dopo aver attentato alla vita del Duce.

Anteo nasce nel capoluogo emiliano l’11 aprile 1911 (ma alcune fonti anticipano la data di nascita al 1° febbraio), figlio di Viola Tabarroni, suo padre si chiama Mammolo ed è un ex anarchico che per opportunismo è diventato fascista insieme all’amico Leandro Arpinati. Tra gli antenati della famiglia il celebre patriota del Settecento Luigi Zamboni, che organizza la rivolta di Bologna del 13 novembre 1794, finendo incarcerato nelle carceri del Torrone, dove viene ucciso a soli 22 anni. È considerato uno dei primi martiri per l’Unità d’Italia, protomartire del Risorgimento italiano e ideatore del Tricolore dai sostenitori della cosiddetta “ipotesi bolognese” relativa alla bandiera italiana.

Anteo ha due fratelli maggiori (Assunto e Ludovico) e passa un’infanzia tranquilla, pur non risultando particolarmente intelligente, tanto da guadagnarsi il soprannome di “patata”. Mammolo Zamboni ha una piccola tipografia, per sopravvivere stampa anche volantini del regime rinnegando per certi versi il suo spirito anarchico, e nell’azienda di famiglia lavorano tutti i figli, compreso Anteo, ritenuto un simpatizzante del fascismo da chi dice di conoscerlo.

Eppure il 31 ottobre 1926 è lui che spara a Mussolini un colpo di pistola, e se non lo uccide è solo per caso.

Quel pomeriggio il Duce sta viaggiando su una Alfa Romeo rossa – guidata da Arpinati, l’amico di Mammolo Zamboni – verso la stazione ferroviaria, per prendere il treno verso Roma dopo aver visitato Bologna per la prima volta da capo del governo, e aver inaugurato il nuovo stadio Littoriale, l’innovativo impianto con oltre 50 mila posti, capostipite di una lunga serie di stadi italiani. È stato lo stesso Arpinati a volere la costruzione dello stadio bolognese – i cui lavori si sono conclusi un paio di giorni prima, in tempo per l’inaugurazione – ed è quindi lui che accompagna il Duce nella visita bolognese. Mussolini inaugura l’impianto la mattina del 31 ottobre 1926, davanti alle autorità cittadine, entrando in modo molto scenografico nello stadio in sella a un cavallo.

La prima partita disputata nel Littoriale sarà l’incontro amichevole di calcio tra Italia e Spagna, il 27 maggio dell’anno successivo. Alla presenza del re Vittorio Emanuele e di Alfonso, infante di Spagna, gli azzurri vincono per due reti a zero, grazie a un goal di Adolfo Baloncieri e a un autorete di Manuel Prats. Il 5 giugno 1927 debutta invece il Bologna che sconfigge il Genoa per 1-0 con la rete di Giuseppe Martelli.

Dopo l’inaugurazione del Littoriale, Mussolini presiede un congresso scientifico, organizzato nella biblioteca comunale dell’Archiginnasio, al termine del quale si reca in stazione tra due ali di folla che entusiaste gettano fiori sull’auto guidata da Arpinati. Mussolini ha già subito due attentati nel 1926 e gli squadristi che lo proteggono sono tesi, anche se ormai allentano la scorta, visto che tutto si è svolto nel migliore dei modi.

Ma mentre l’auto svolta tra via Rizzoli e via dell’Indipendenza, Anteo Zamboni si fa largo tra la folla, esce da sotto i portici e spara al Duce. Mussolini si ritrova la fascia dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro che indossava a tracolla e il bavero della giacca perforati dal proiettile, che termina la sua corsa nell’imbottitura della portiera dell’Alfa Romeo dopo aver bucato il cappello a cilindro che il sindaco di Bologna Umberto Puppini – seduto al suo fianco– tiene sulle ginocchia.

Anteo non prova neppure a scappare, viene immediatamente bloccato dal soldato di fanteria Carlo Alberto Pasolini (padre del regista e scrittore Pier Paolo) e ben presto gli piombano addosso gli squadristi di Arpinati e gli arditi milanesi guidati dal dirigente fascista Albino Volpi. Il destino del ragazzo è segnato: viene linciato sul posto, massacrato con 14 pugnalate e, ormai in fin di vita, spogliato e finito con un colpo di pistola.

Sembra che una volta giunto in stazione, il Duce sia stato raggiunto dal quadrumviro ferrarese Italo Balbo il quale – mostrando a Mussolini il pugnale insanguinato che ha colpito Anteo – abbia proclamato “Giustizia è fatta!”.

Il tribunale speciale per la difesa dello Stato apre immediatamente un fascicolo e la famiglia Zamboni è ufficialmente indagata, con la convinzione degli inquirenti che il ragazzo sia stato istigato dai genitori a commettere l’attentato. In realtà qualcuno pensa che si tratti di una messa in scena e che il povero Anteo sia un capro espiatorio: l’assassino sarebbe un uomo di Arpinati e a suffragare la tesi c’è il revolver di Zamboni, secondo alcuni ritrovato ancora carico. In ogni caso lo stesso Mussolini blocca le indagini – forse anche per evitare di dare troppa risonanza al massacro del ragazzo da parte degli squadristi – e gli unici colpevoli oltre al giovane risultano essere i genitori, condannati a 30 anni di reclusione. Saranno graziati dallo stesso Duce nel 1932 grazie all’intercessione di Arpinati (all’epoca sottosegretario agli Interni), che convince Mussolini anche per via della complessa vicenda di spionaggio che ha per protagonista Assunto, uno dei fratelli di Anteo. Il giovane si è rifugiato in Svizzera nel maggio 1931, entrando in contatto con gli ambienti antifascisti. Ma in seguito, convinto dalla spia dell’OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascismo) Graziella Roda, cambia bandiera e diventa delatore per il governo italiano, denunciando alcuni suoi compagni.

Ancora oggi i dubbi e le incertezze di questo attentato non sono stati chiariti. C’è chi pensa non sia possibile che l’attentatore sia stato Anteo e che abbia fatto tutto da solo, vista la sua scarsa intelligenza. Una di queste è la regista Lina Wertmuller che ha liberamente tratto il suo “Film d’amore e d’anarchia” dal contesto storico in cui ha agito Anteo Zamboni. In realtà alcuni quaderni del ragazzo contengono dei testi che non lasciano dubbi sulle sue idee e le intenzioni politiche, vicine all’anarchia: ma si tratta pur sempre dei pensieri messi su carta da un ragazzo di 15 anni.

Al contrario, c’è chi è convinto si tratti di un complotto messo in atto da alcuni gerarchi fascisti, ma anche in questo caso i dubbi sono numerosi: è poco credibile che la polizia segreta dell’OVRA non sia venuta a conoscenza di un complotto di dissidenti interni al partito.

L’attentato di Bologna diventa il pretesto per nuove misure reazionarie del governo fascista. Il 9 novembre 1926 sono dichiarati decaduti dal mandato parlamentare 120 deputati dell’opposizione, due settimane dopo vengono approvati alcuni provvedimenti eccezionali: la legge 25 novembre 1926 n° 2008 (“Provvedimenti per la difesa dello Stato”), sancisce la fine della libertà di pensiero e di stampa, lo scioglimento dei partiti antifascisti, l’istituzione del tribunale speciale per gli oppositori del regime e la reintroduzione della pena di morte.

Mammolo Zamboni negli anni del processo e della detenzione proclama con forza l’innocenza del figlio e la completa estraneità della famiglia alla vicenda. Al termine della seconda guerra mondiale sostiene invece che è stato il figlio e ideare e attuare l’attentato al Duce, agendo con “pieno senso di responsabilità”. E motiva il cambio di opinione affermando che sostenere l’innocenza di Anteo durante il procedimento giudiziario sarebbe stato l’unico modo per salvarlo e scagionare lui e la moglie dalle accuse del fascismo. Il tipografo muore 70enne nel 1952, mentre la moglie gli sopravvive fino al 1972, quando se ne va a 86 anni.

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