Il sentiero delle lacrime

| Risale al 27 luglio 1813 una schermaglia tra nativi americani e statunitensi che si concluse con un nulla di fatto, ma che pose le basi per la deportazione delle tribù del profondo sud verso i nuovi territori indiani dell’Oklahoma

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Di Marco Belletti
La battaglia di “Burnt Corn” fu uno scontro tra le forze armate degli Stati Uniti e i guerrieri Creek che si combatté il 27 luglio 1813 nell’attuale Alabama meridionale. In quegli anni tra l’esercito statunitense e la tribù di nativi americani era in corso la cosiddetta guerra dei Creek.

Il pretesto per la battaglia fu il viaggio di Peter McQueen – uno dei capi tribù – e di numerosi guerrieri fino a Pensacola, in Florida, per acquistare armi e munizioni dal locale governatore spagnolo, che sembra fornì un sacchetto di polvere da sparo ogni dieci tribù e cinque proiettili per ogni uomo.

I soldati di stanza nel forte Mims – a poca distanza dal territorio dove risiedevano i Creek – vennero a conoscenza di questa missione e inviarono alcune truppe per intercettare il rientro di McQueen e dei suoi guerrieri. Gli statunitensi tesero un’imboscata mentre il nemico si stava sistemando per la notte sulle rive del Burnt Corn Creek.

L’attacco improvviso fece fuggire i Creek nelle vicine paludi ma mentre i soldati americani razziavano l’accampamento, McQueen riorganizzò i suoi uomini e partì al contrattacco che a sua volta fece disperdere gli avversari.

Ben più grave fu invece il massacro di forte Mims che ebbe luogo poco più di un mese dopo, il 30 agosto, quando un manipolo di Creek appartenenti alla tribù dei Red Sticks – comandati dai capi guerrieri Peter McQueen e William Weatherford – assaltò il forte e lo conquistò, sconfiggendo il presidio che lo difendeva. I guerrieri penetrarono all’interno del forte e massacrarono chiunque incontrarono.

Dopo questi violenti episodi, il conflitto tra Creek e soldati perse di intensità e la situazione nel sud est degli Stati Uniti si stabilizzò per alcuni anni, tanto che i nativi americani della zona (Cherokee, Chickasaw, Choctaw, Creek e Seminole, spesso definiti nell'insieme le “cinque tribù civilizzate”) presero a comportarsi sempre più da occidentali, adottando non soltanto il modo di vestirsi, ma anche gli usi e i costumi degli americani: molti, per esempio, abbracciarono la religione cristiana.

Fino al 1830 le cinque tribù vissero come nazioni autonome in quello che sarebbe poi diventato il profondo sud degli Stati Uniti, seguendo il processo di integrazione culturale caldeggiato da George Washington.

Il primo presidente degli Stati Uniti era convinto che i nativi americani fossero uguali ai bianchi ma che la loro società fosse inferiore. Pertanto, avviò una politica che incoraggiava il processo di civilizzazione, politica che proseguì sotto la presidenza di Thomas Jefferson. Il piano di Washington prevedeva sei punti: giustizia imparziale per gli indiani, acquisto regolamentato delle loro terre, promozione del commercio, avvio di esperimenti per civilizzare o migliorare la società dei nativi americani, necessità che fosse il presidente a decidere eventuali favori alle tribù, severe punizioni a chi violava i loro diritti. Il governo decretò anche la nomina di alcuni agenti che dovevano vivere tra i nativi insegnando loro – con l’esempio e l’istruzione – a vivere come i bianchi.

Numerose tribù del sud est rispettarono la politica di Washington, edificando scuole, adottando le pratiche agricole dei piccoli proprietari terrieri, convertendosi al cristianesimo, costruendo case simili a quelle dei vicini coloni.

Ma non bastò. Fu il presidente Thomas Jefferson a proporre per la prima volta l’idea di spostare le tribù verso territori più a occidente per lasciare spazio ai sempre più numerosi coloni americani, ma la deportazione fu resa operativa da Andrew Jackson con la firma dell’Indian Removal Act nel 1830. E così l’anno successivo furono deportati in Oklahoma i Choctaw, in una sorta di prova generale di tutti i successivi trasferimenti. Furono quindi trasferiti forzatamente i Seminole nel 1832, i Creek nel 1834, i Chickasaw nel 1837 e infine i Cherokee nel 1838 durante la presidenza di Martin Van Buren.

Questo cammino a tappe forzate dei nativi americani dalle loro terre d’origine fino al nuovo territorio indiano nell’attuale Oklahoma fu chiamato “sentiero delle lacrime” durante la prima deportazione del 1831. In questo e nei successivi trasferimenti i componenti delle cinque tribù patirono il freddo, soffrirono malattie e fame e molti morirono: furono circa 4 mila dei 15 mila Cherokee deportati a morire lungo il cammino.

Particolare fu la situazione dei Choctaw, un gruppo di tribù che risiedevano in un’ampia area tra Alabama, Mississippi e Louisiana. I primi trattati tra questi nativi americani e il governo statunitense furono stipulati nel 1801, quando il territorio della nazione Choctaw fu ridotto a meno di 45 mila chilometri quadrati. In seguito, fu siglato il trattato di Dancing Rabbit Creek con cui le tribù cedettero tutto il rimanente territorio agli Stati Uniti e l’intera popolazione – all’inizio del 1831 – accettò di trasferirsi verso l’Oklahoma. Nonostante il trasferimento fosse volontario, il capo Choctaw George Harkins scrisse una lettera – diventata famosa come la “lettera d’addio al popolo americano” – che denunciava l’allontanamento delle tribù e che fu pubblicata su tutti i giornali dell’epoca. È considerato uno dei documenti più importanti della storia dei nativi americani. Dalle parole di George Harkins – un avvocato che sarebbe stato eletto giudice del territorio indiano nel 1834 e nominato capo del distretto Apukshunnubbee nel 1850 – emergeva chiaramente che pur acconsentendo volontariamente alla deportazione, non accettava il modo impositivo con cui era stata ordinata.

“Avendo deciso di emigrare a ovest del fiume Mississippi, ho pensato che fosse giusto nel dirvi addio sollevare alcune osservazioni per esprimere il mio punto di vista e i sentimenti che mi muovono in merito alla deportazione. Noi Choctaw scegliamo di soffrire e di essere liberi piuttosto che vivere sotto la degradante influenza delle leggi, che non hanno ascoltato la nostra voce mentre venivano promulgate”.

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