L'attentato di via Rasella, 75 anni dopo

| Un attentato nella Roma occupata dai nazisti causa una feroce rappresaglia. Che responsabilità addossare agli attentatori di via Rasella che provocarono la reazione tedesca con la strage delle fosse Ardeatine?

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di Marco Belletti

Secondo Otto Preminger, uno dei registi di Hollywood più originali e innovatori degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, la storia del cinema si divide in due ere: prima e dopo “Roma città aperta”. Il film del 1945 diretto da Roberto Rossellini è una delle opere più celebri e rappresentative del cinema neorealistico italiano, che diede notorietà ad Anna Magnani e Aldo Fabrizi e che, nel nostro immaginario collettivo, ha fornito la più conosciuta immagine della resistenza contro i nazisti negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale.

Il film prese forma già nel 1944 quando - pochi mesi dopo la liberazione di Roma e con la guerra ancora estesa nell’Italia del Nord - il regista Roberto Rossellini e gli sceneggiatori Sergio Amidei e Alberto Consiglio si incontrarono per discutere della trama.

Al gruppo degli sceneggiatori si aggiunsero presto Ferruccio Disnan e Federico Fellini. Quest’ultimo era in realtà poco interessato al progetto in quanto convinto che la lotta partigiana avesse una valenza negativa: secondo Fellini, infatti, siccome i nazisti erano destinati alla sconfitta era inutile attaccarli e provocare rappresaglie, era sufficiente attendere l’arrivo degli alleati.

Il film di Rossellini avrebbe dovuto essere un documentario intitolato “Storie d’ieri”, dedicato a don Giuseppe Morosini, sacerdote realmente vissuto a Roma e ucciso dai nazisti nel 1944. Anche grazie a Fellini, la sceneggiatura si arricchì di storie e personaggi diventando un vero film, tanto che il racconto del prete e la sua morte divennero parte di una narrazione corale sulla vita in tempo di guerra in una città dominata da paura, miseria, delazione e degrado.

Roma occupata dai nazisti

La vicenda della pellicola si svolge quando gli alleati, sbarcati in Italia, non sono ancora giunti nella capitale. Giorgio Manfredi (interpretato da Marcello Pagliero) è un militante comunista amico di Francesco (l’attore Francesco Grandjacquet), un antifascista che il giorno dopo dovrebbe sposare Pina (Anna Magnani), vedova e madre di un bambino. Parallela scorre la storia di don Pietro (Aldo Fabrizi), un parroco che aiuta perseguitati politici e partigiani. Manfredi sfugge a una retata in cui Francesco viene arrestato e, quando è caricato su un camion, Pina cerca di raggiungerlo e muore sotto il fuoco dei mitra tedeschi davanti a don Pietro e al figlio, in una delle scene più iconiche nella storia del cinema. In seguito Francesco riuscirà a scappare. Manfredi sarà arrestato durante un incontro con don Pietro ed entrambi imprigionati: il primo morirà in seguito alle torture mentre il parroco sarà fucilato. Francesco, rimasto solo, continuerà la lotta contro gli invasori.

A ispirare gli sceneggiatori furono due fatti di cronaca che avevano insanguinato Roma: l’attentato di via Rasella del 23 marzo e il conseguente eccidio delle fosse Ardeatine del giorno successivo. In realtà, a causa delle forti polemiche che i due fatti avevano causato e continuavano a provocare a distanza di mesi, agli sceneggiatori non sembrò opportuno basare il soggetto del film su questi eventi, che non furono neppure menzionati nella pellicola, nonostante fossero gli episodi più significativi dell’occupazione tedesca.

Il sacerdote don Pietro (il sacerdote del film) muore fucilato come don Giuseppe Morosini, ma la sua figura è in realtà ispirata a don Pietro Pappagallo, vittima alle fosse Ardeatine. Il regista e i suoi collaboratori non ritennero necessario rievocare il luogo e la morte di don Pietro (il sacerdote reale) per non ricordare la causa che le aveva generate: l’attentato di via Rasella.

Sabotaggi e vendette

Il 23 marzo del 1944 una bomba, sistemata in via Rasella - nel rione Trevi, a Roma - da un gruppo di partigiani, uccide una quarantina di soldati tedeschi e sei civili italiani. L’attentato è compiuto da alcuni membri dei “GAP” (Gruppi di Azione Patriottica), bande che compiono sabotaggi nei confronti dei militari tedeschi nelle città occupate.

Nel corso degli anni sono state molteplici le motivazioni addotte per giustificare l’attentato. In un'intervista rilasciata nel 1946 da Rosario Bentivegna (componente dei GAP, la persona che piazzò l’ordigno) era “scuotere la popolazione, eccitarla in modo che si sollevasse contro i tedeschi”. Un paio d’anni più tardi Giorgio Amendola (ideatore dell’attentato) depose al processo contro Kappler e affermò che l’atto terroristico voleva “indurre i tedeschi al rispetto dello status di Roma città aperta smilitarizzando il centro urbano”. Infine, nel 2012 la Commissione storica italo-tedesca giunse alla conclusione che l’attacco dinamitardo intendeva “contrastare l’occupante e scuotere la maggioranza della popolazione civile dallo stato di attesa passiva in cui versava”.

In ogni caso, l’attentato causò una violenta rappresaglia tanto che i tedeschi rastrellarono 335 persone, tutte uccise il giorno dopo e sepolte poco lontano da Roma, nelle fosse Ardeatine: una delle stragi più gravi e conosciute della seconda guerra mondiale.

La bomba nel bidone

Nella prima metà di marzo alcuni partigiani delle Brigate Garibaldi notano che un gruppo di soldati nazisti percorreva ogni giorno alcune strette strade nel centro di Roma. Sono i componenti del reggimento Bozen (Bolzano), una formazione di polizia militare composta da altoatesini: un bersaglio ideale per un’azione di guerriglia a causa del percorso sempre uguale, dei ranghi compatti e delle strette strade che i soldati percorrono.

Il luogo scelto per l’attacco è via Rasella, una parallela di via del Tritone. In un bidone della spazzatura sono sistemate alcune cariche di esplosivo, e un gruppo di partigiani si mette in agguato nelle vie vicine per attaccare dopo l’esplosione. Il ventunenne studente di medicina Rosario Bentivegna, travestito da spazzino, sistema il bidone nella via e, quando i soldati compaiono in fondo alla strada, accende la miccia. Si allontana aiutato da Carla Cappone, una partigiana che lo copre con un impermeabile per nascondere l’uniforme da spazzino.

Via Rasella è una strada piuttosto stretta e la deflagrazione (violentissima, fa tremare l’intero isolato e si sente in tutta Roma) spazza via la compagnia: 33 militari muoiono subito o nel giro di poche ore, altri nove nei giorni successivi. Tutti gli altri soldati rimangono feriti in maniera più o meno grave. L’esplosione uccide anche due civili, altri quattro muoiono a causa della sparatoria con cui i soldati reagiscono all’esplosione.

Rapporto di vendetta 10 a 1

Sembra sia stato lo stesso Adolf Hitler a stabilire i termini della rappresaglia: cinquanta italiani fucilati per ogni soldato nazista morto nell’attentato. E sembra che Albert Kesselring, il comandante dell’esercito tedesco in Italia, insieme con altri ufficiali sia riuscito a persuadere Hitler che dieci italiani uccisi per ognuno dei soldati morti era la giusta punizione.

Fu Herbert Kappler - ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca di Roma - che subito dopo l’attentato iniziò a cercare gli oltre trecento civili da uccidere. Furono raccolti tutti gli ebrei che non erano ancora stati deportati, i detenuti nelle carceri condannati a morte o all’ergastolo, i pochi prigionieri della resistenza che erano già stati arrestati. Ma siccome mancavano ancora decine di persone, Kappler chiese aiuto alle autorità italiane della Repubblica di Salò. Sembra che il ministro degli Interni Guido Buffarini-Guidi - svegliato dal questore nel suo albergo la mattina successiva all’attentato e decisamente preoccupato - abbia affermato: “Sì, sì, dateglieli! Altrimenti chissà che cosa potrebbe succedere!”. Kappler - aggiungendo presunti oppositori al regime, comunisti e ancora altri ebrei - alla fine radunò 335 persone.

Siccome il comandante della compagnia Bozen rifiutò (così come i responsabili di altri reparti dell’esercito) di portare a termine la rappresaglia, furono le SS di Kappler a compiere la strage.

I prigionieri vennero portati fuori Roma, in una serie di cave che lo stesso Kappler aveva ispezionato alla ricerca di rifugi anti-aerei. Furono obbligati a entrare nelle grotte in gruppi di cinque e uccisi con un colpo di pistola alla nuca. Molte di queste esecuzioni vennero eseguite da Kappler e dal suo ufficiale Erich Priebke. Prima di sera tutti gli ostaggi erano morti e le grotte fatte esplodere. L’annuncio della rappresaglia fu divulgato soltanto il giorno successivo.

La vera verità? Non esiste…

L’attentato di via Rasella fu l’azione più “efficace” che i GAP abbiano compiuto a Roma. Tra i vari documenti a disposizione degli storici, sono certamente interessanti quelli con le testimonianze dei partigiani che affermano di voler incitare la popolazione per costringere i tedeschi a ritirarsi a causa della sollevazione dei cittadini, non per l’intervento degli alleati. E sebbene la popolazione di Roma non prese le armi (permettendo così alle divisioni di Kesselring di ripiegare in ordine, evacuando la città senza problemi), il mito degli italiani che si liberano del nazifascismo è parte sostanziale della storia del nostro Paese e impedisce ancora oggi una riflessione acritica sugli eventi di quel periodo. In pratica, sia le vittime dell’attentato di via Rasella sia quelle della rappresaglia alle fosse Ardeatine sono state sacrificate alla ragione politica degli opposti schieramenti.

Negli anni successivi all’attentato si è discusso molto sulla sua opportunità e sulla sua efficacia. Erano davvero numerosi i soldati dell’esercito nazista presenti in Italia nei giorni dell’attacco dinamitardo di via Rasella e la maggioranza delle forse alleate erano bloccate a Montecassino. Inoltre, un corpo di spedizione alleato sbarcato ad Anzio, a pochi chilometri da Roma, era stato bloccato e questa operazione militare aveva fatto confluire nei dintorni della capitale un numero considerevole di truppe tedesche. È quindi improbabile che l’attentato potesse sollevare l’insurrezione della capitale, obiettivo della guerriglia partigiana. Roma è stata liberata il 4 giugno 1944, dopo l’avanzata alleata sul fronte di Cassino. Oggi sembra che le azioni dei GAP abbiano avuto uno scopo politico e morale, per dimostrare che gli italiani si opponevano energicamente a tedeschi e fascisti cercando di fornire un contributo alla liberazione.

Altoatesini o nazisti?

Anche sui componenti della compagnia Bozen sono sorte polemiche negli anni. Da un lato c’è chi afferma che si trattava di “specialisti” nella lotta contro i partigiani e responsabili di diversi eccidi. Altri li credono riservisti e padri di famiglia, i meno nazisti dell’esercito nazista.

Come sempre la verità probabilmente sta nel mezzo: reclutati dopo l’8 settembre 1943, gli uomini del Bozen non erano addestrati ed equipaggiati per partecipare alle battaglie al fronte. Il loro reggimento era una formazione ritenuta di scarsa qualità dai comandi tedeschi, adatta principalmente a compiti di polizia o di lotta ai partigiani: un compito ritenuto meno rischioso di quello al fronte.

La fatalità di un ritardo

Nel preparare il film “Roma città aperta”, Rossellini e gli altri sceneggiatori si incontravano e discutevano in alcuni ristoranti del centro, tra cui “Nino” che sorgeva proprio in via Rasella, a pochi metri dal luogo dell’attentato gappista.

Il motivo per cui furono scelti per l’attentato il reggimento Bozen e via Rasella fu per la “puntualità” con cui i soldati passavano per la stretta via sempre alla stessa ora. Il giorno dell’attentato invece arrivarono alle 15:30, circa mezz’ora in ritardo rispetto all’orario previsto. Quando comparvero in fondo alla strada fu il partigiano Franco Calamandrei a dare il segnale a Bentivegna, levandosi il cappello.

Il ritardo causò la morte di Piero Zuccheretti, un ragazzo di 13 anni attratto in via Rasella dai canti dei soldati che percorrevano la via. Il suo fu un vero appuntamento con il destino. Secondo la testimonianza del fratello gemello, quel pomeriggio fu convinto ad andare a lavorare sebbene non ne avesse voglia, salì a fatica sull’autobus pieno che saltò la sua fermata d’arrivo e Piero fu costretto a scendere a quella successiva e tornare indietro, passando appunto per via Raselli dove, sembra, si sedette sul bidone pieno di esplosivo, anche se i partigiani negarono sempre di averlo visto.

Nessuno degli attentatori di via Rasella fu condannato, anzi allo stesso Bentivegna fu consegnata una medaglia d’argento al valor militare. Ben diversa la sorte di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, due partigiani ante litteram in lotta per l’annessione di Roma all’Italia che il 22 ottobre 1867 posero una mina in un magazzino sotto il palazzo Serristori a Roma, che ospitava la caserma degli zuavi pontifici. L’esplosione distrusse un’ala dell’edificio e uccise quattro civili e 23 zuavi, di cui nove italiani. I due patrioti furono catturati, condannati a morte e giustiziati con la ghigliottina. Il peso politico dello stato Vaticano nella seconda metà dell’Ottocento era ovviamente ben diverso dal valore sociale di un reggimento nazista durante nell’immaginario collettivo all’epoca della seconda guerra mondiale.

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