L'isteria nucleare tra Russia e America

| Secondo un ex agente della CIA, risale a 36 anni fa il più grave rischio di guerra atomica tra USA e URSS, quando i sovietici furono ingannati dalla strategia statunitense e pensarono di aver perso il dominio nucleare sul mondo

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di Marco Belletti

Mai come nel 1983, le due superpotenze nucleari dell’epoca, Stati Uniti e Unione Sovietica sono state così vicine alla guerra nucleare finale. Ad annunciarlo è stato una memoria scritta da Ben Fischer – all’epoca al Centro per gli Studi sull’Intelligence della CIA – nella quale afferma che esisteva effettivamente un documento sovietico (il cui nome in codice era “RYAN”) secondo il quale il governo di Mosca ordinava alle agenzie di Intelligence nazionali di entrare in stato di permanente sorveglianza per cogliere, controllare e verificare segnali di possibili preparazioni alla guerra da parte degli Stati Uniti.

Si tratterebbe della conferma che in effetti esistevano fondati motivi di essere terrorizzati dalla possibilità – dopo lunghi decenni di Guerra Fredda – di una reale eventualità bellica. Secondo Fischer, l’incremento della militarizzazione americana negli anni Ottanta convinse i vertici sovietici che non sarebbe stato possibile per la loro nazione reggere il confronto e che le opportunità di vincere stavano rapidamente svanendo.

Per esempio, il progetto “Star Wars” era visto a Mosca come uno scudo antimissile che avrebbe potuto neutralizzare ogni attacco nucleare russo e sbilanciare così l’equilibrio della guerra a favore degli Stati Uniti. A maggior ragione se il progetto anziché difensivo – come qualcuno dello spionaggio di Mosca riteneva – fosse stato offensivo.

Fischer afferma che Star Wars e la crescita militare americana degli anni Ottanta furono solo una parte del progetto, molto segreto, di cambiamento nella politica statunitense della Guerra Fredda: dare il via a operazioni militari con l’obiettivo di minare la certezza della leadership del Cremlino. Queste operazioni psicologiche iniziarono nei primi anni Ottanta, furono chiamate “PSYOP” e sono state praticamente “invisibili” anche alla stessa CIA. La mobilitazione militare comprendeva operazioni sotto copertura di penetrazione navale e aerea in aree cosiddette sensibili lungo i confini sovietici, accompagnata da sofisticate tecniche di inganno e negazione, studiate nei minimi dettagli. I sorvoli e i movimenti delle navi intendevano confermare, qualora ce ne fosse stata ulteriore necessità, la superiorità statunitense.

In questo scenario già di per sé abbastanza teso e quanto mai vicino all’apocalissi finale, si aggiunse un nuovo innesto di paranoia quando – il primo settembre 1983 – i sovietici abbatterono un aereo passeggeri coreano nello spazio aereo internazionale. Mosca dichiarò immediatamente, anche se in maniera ben poco plausibile, che il velivolo era dell’Intelligence statunitense in missione per i servizi segreti nippo-americani.

E sembra che gli unici a essere davvero convinti di questa “bufala” fossero proprio i sovietici, almeno secondo un memorandum riservato, redatto dal Ministero della Difesa e dal KGB giunto nelle mani di Fischer.

In pratica, l’aumentato stato di allerta dell’URSS, i protocolli RYAN e il programma PSYOPS, oltre ad altre attività statunitensi – come per esempio ulteriori esercitazioni militari a fine 1983 – portarono a quello che Fischer definisce “l’ultimo parossismo della Guerra Fredda”. L’ex addetto della CIA spiega che i documenti in suo possesso lasciano ben pochi dubbi sul fatto che le ansie dell’Unione Sovietica in quel periodo non fossero propaganda per i concittadini, ma reale timore.

Questa è la dimostrazione che possedere e annunciare di voler/potere utilizzare armi nucleari ha un effetto destabilizzante nell’equilibrio della sicurezza globale. Senza armi nucleari la fissazione del regime sovietico sarebbe stata irrilevante per la sopravvivenza della razza umana, mentre con la possibilità di reazione da parte dell’URSS si è davvero sfiorata quella madre di tutte le guerre spesso annunciata a partire dagli anni Cinquanta ma mai così vicina come sotto Ronald Reagan e Juri Andropov.

Quanto avvenuto nel 1983 – essere giunti davvero a un passo dal conflitto – è la conferma che poter disporre delle armi più potenti al mondo e capaci di una distruzione di massa non va d’accordo con la propensione di un governo per l’analisi o l’azione razionale. Inoltre, nessun’altra arma se non quelle nucleari sono la peggiore dimostrazione della capacità distruttiva che l’umanità è in grado di creare, armi che in lunghi decenni di Guerra Fredda sono diventate sempre più potenti, test dopo test.

Dopo il primo, che risale al 16 luglio 1945 – chiamato “Trinity” nell’ambito del progetto “Manhattan” – ci sono stati qualcosa come 2.100 i test di armi nucleari, effettuati ovviamente sul nostro pianeta. La bomba testata nel 1945 era da 20 chilotoni, cioè una potenza esplosiva pari a quella di 20 mila tonnellate di TNT. Nel giro di pochi anni sia Stati Uniti che Unione Sovietica hanno messo a punto armi nucleari superiori ai 10 megatoni di potenza, equiparabili a oltre 10 milioni di tonnellate di TNT, cioé almeno 500 volte più dirompenti della prima bomba atomica.

Recentemente è stata stilata una classifica delle esplosioni più violente della storia, calcolate secondo la scala “NukeMap” di Alex Wellerstein (storico della scienza che studia la storia delle armi nucleari presso lo Stevens Institute of Technology), strumento che permette la visualizzazione dell’impatto sul mondo reale di una esplosione nucleare.

Secondo questa scala un’arma da 20 chilotoni – come le bomba di Hiroshima – produce una palla di fuoco con un raggio di 260 metri, qualcosa come cinque campi da calcio, diffonde radiazioni letali su un’area di 11 chilometri di ampiezza e provoca ustioni di terzo grado in un raggio di quasi 20 chilometri. Se fosse rilasciata sul Duomo di Milano, ucciderebbe subito 45 mila persone e la ricaduta di materiale radioattivo (il fallout secondario) in caso di vento dall’est arriverebbe, secondo NukeMap, fino a Torino.

Sul podio della catastrofica classifica nucleare troviamo solo esplosioni sovietiche. Al terzo posto i test numero 173, 174 e 175 condotti tra il 5 agosto e il 27 settembre 1962 sull’arcipelago artico di Novaya Zemlya. Le tre esplosioni ebbero una potenza di circa 20 megatoni, pari a mille volte la bomba Trinity del 1945 e sembra che abbiano incenerito qualsiasi cosa nel raggio di quasi 8 km2, anche se non esistono video o foto pubblici di questi test.

Il 24 dicembre 1962, l’Unione Sovietica condusse il test numero 219 sempre su Novaya Zemlya con una bomba 24,2 megatoni: anche in questo caso non si hanno né foto né video, ma un ordigno del genere dovrebbe avere incenerito una area di quasi 9 km2, causando ustioni di terzo grado a qualsiasi essere vivente in un’area di quasi 6 mila chilometri quadrati.

Risale invece al 30 ottobre 1961 l’esplosione della cosiddetta “bomba zar”, la più potente arma nucleare mai testata. Sembra che l’esplosione – 3 mila volte più forte della bomba usata su Hiroshima – abbia infranto le finestre a oltre 900 chilometri di distanza e la luce dell’esplosione fu visibile nel raggio di oltre mille chilometri. La bomba zar aveva una potenza compresa tra i 50 e i 58 megatoni, il doppio della seconda esplosione più forte, che dovrebbe aver creato una palla di fuoco di 16 chilometri quadrati con ustioni di terzo grado sulla popolazione di 10 mila chilometri quadrati intorno all’epicentro.

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