La granduchessa che visse molte volte

| Anastasija Romanova, figlia dello zar Nicola II, morì diciassettenne il 17 luglio 1918 con tutta la sua famiglia, sterminata dai rivoluzionari. Siccome i corpi non furono trovati, nacque la leggenda che la giovane fosse sopravvissuta

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Di Marco Belletti
“I gioielli e i diamanti cuciti negli abiti facevano rimbalzare i proiettili sui corpi delle donne che, ferite e spaventate, non smettevano di dibattersi in preda al dolore e al terrore. Il mio aiutante dovette consumare un intero caricatore e poi finirle a colpi di baionetta”.

Era il 17 luglio 1918 e a parlare così era Jakov Michajlovič Jurovskij, il rivoluzionario russo che – nei pressi di Ekaterinburg, città sul lato orientale degli Urali – aveva appena eseguito la condanna a morte dell’ultimo zar di Russia Nicola II Romanov, della sua famiglia e di alcuni domestici. Testimonianze successive affermarono che l’esecuzione durò una ventina di minuti: per primo fu ucciso Nicola II, quindi la moglie Aleksandra Fëdorovna, il medico dottor Botkin, l’inserviente Trupp e il cuoco Charitonov. Quindi fu la volta dei cinque figli dello zar (Olga, Tatjana, Marija, Anastasija e Aleksej) e della dama di compagnia Anna Demidova e delle sue tre figlie.

Jurovskij raccontò della fucilazione mentre faceva portare i corpi in un bosco vicino dove sarebbero stati parzialmente bruciati, denudati, fatti a pezzi e gettati nel pozzo di una vecchia miniera. Mentre le donne venivano spogliate, dai corsetti crivellati dai proiettili uscirono diamanti, pietre preziose e perle, tanto che Jurovskij tornò in città con nove chili di gioielli in borsa. Una settimana dopo i resti dei corpi furono sciolti con acido solforico e dati alle fiamme per evitare che i controrivoluzionari trovassero tracce dell’esecuzione.

Nacque allora la leggenda della figlia più giovane Anastasija, maggiore solo dell’unico maschio Aleksej – il designato futuro zar. L’incertezza sulla sorte della ragazza, allora diciassettenne, diede vita a una serie di voci circolate per decenni sulla sua presunta sopravvivenza, con numerose donne che nel corso degli anni si spacciarono per la granduchessa superstite anche perché il comunicato ufficiale bolscevico parlava solo della morte dello zar, senza citare il resto della famiglia.

La più conosciuta tra le possibili Anastasija è senza dubbio Anna Anderson, la cui storia iniziò a Berlino nel febbraio 1920 quando una sconosciuta fu ricoverata in un ospedale psichiatrico dopo un tentativo di suicidio, senza essere in grado affermare chi fosse. Riconosciuta da un’altra ricoverata come la granduchessa Tatjana, la donna rivelò di essere invece la sorella minore Anastasija. La notizia trapelò, giunse ai giornali e l’opinione pubblica si schierò tra favorevoli e contrari, con accesi dibattiti anche per vie legali che coinvolsero parenti e persone vicine alla famiglia Romanov, con forti interessi per assicurarsi l’ingente tesoro degli zar. In realtà non si riuscì mai ad avere la certezza sull’identità della donna, che per una quarantina d’anni visse con il nome di Anna Anderson in Germania, cercando di evitare la visibilità, per poi trasferirsi negli Stati Uniti nel 1968 con il nome di Alessija Romanov. Dopo essersi sposata e aver vissuto in estrema povertà, la donna confidò alcuni anni più tardi che la famiglia Romanov, prima di essere trucidata, era stata ripetutamente seviziata con gli altri componenti obbligati ad assistere alle violenze. Dopo essere stata operata nel 1979 per un tumore alle ovaie, la donna morì nel 1984 di polmonite: dall’analisi del suo DNA dieci anni dopo emerse che Anna Anderson non poteva essere una parente dei Romanov, ma si trattava in realtà di Franziska Schanzkowski, una malata di mente di origine polacca scomparsa da una casa di cura nel 1919.

Sono state molte le donne che si sono spacciate per la granduchessa Anastasia ma oltre alla Anderson solo altre due riuscirono quasi a convincere l’opinione pubblica della loro sincerità. Eugenia Smith – nata a Chicago nel 1899 e conosciuta anche come Eugenia Smetisko – scrisse un libro in cui si proclamò essere la granduchessa Anastasija Nikolaevna Romanova. Divenne celebre negli Stati Uniti quando la rivista “Life” pubblicò nel 1963 un articolo in cui la si definiva molto rassomigliante alla vera Anastasija: tuttavia, alcuni antropologi prima e una grafologa poi smentirono categoricamente che potesse essere la granduchessa. Eugenia rifiutò sempre di sottoporsi al test del DNA e morì nel 1997 quasi centenaria.

Piena di mistero invece fu la vicenda di Ivanova Vassileva. Si parlò di lei a partire dal 1920 quando fu arrestata mentre dalla Siberia cercava di espatriare in Cina. Imprigionata in diversi carceri, nel 1934 fu trasferita in un ospedale psichiatrico da dove scrisse lettere in francese e tedesco al re d’Inghilterra Giorgio V chiedendogli aiuto in quanto era sua cugina Anastasija. Ivanova morì nel 1971 in un manicomio anche se non esistono documenti e cartelle cliniche da cui risulti che avesse problemi mentali.

I tentativi di spacciarsi per la granduchessa diminuirono ovviamente con il passare degli anni (Anastasija era nata nel 1901) e cessarono del tutto dopo che nel 1990 furono ritrovati numerosi corpi in una fossa poco profonda in un bosco di betulle alla periferia di Ekaterinenburg. Furono identificati come quelli dei Romanov con la tecnica delle impronte genetiche e nel 1994 con l’analisi del DNA. Mancavano all’appello i resti dei due figli più giovani, Aleksej e appunto Anastasija, i cui corpi probabilmente erano stati bruciati a parte dopo l’esecuzione.

Nel 2007 furono trovate ossa umane in un’area vicina al bosco di betulle e gli scienziati stabilirono che erano compatibili con quelle di due giovani come i Romanov mancanti all’appello.

Il 30 aprile 2008 furono pubblicati gli esiti dei test del DNA effettuati negli Stati Uniti che identificavano definitivamente le ossa come appartenenti agli ultimi due Romanov e contestualmente le autorità russe comunicarono ufficialmente che l’intera famiglia era stata identificata.

La leggenda di Anastasija finì quel giorno.

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