Le due facce del movimento hippy

| Da un lato la “family” di Manson che sfruttò l’ingenuità dei giovani nel dare vita a una comune, dall’altro l’entusiasmo di centinaia di migliaia di ragazzi che alla quattro giorni di Woodstock credettero di poter cambiare il mondo

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Di Marco Belletti
Dopo il 1968, anche il 1969 fu senza dubbio un anno molto significativo per la cultura giovanile negli Stati Uniti, e agosto fu un mese emblematico nel mettere in evidenza le contraddizioni della beat generation: in meno di una settimana l’opinione pubblica fece i conti da un lato con la setta di Charles Manson e alcune stragi, la più famosa delle quali al 10050 di Cielo Drive, dall’altro con il festival rock più importante della storia.

Il 9 agosto la beat family di Charles Manson irruppe nella villa a Bel Air del produttore musicale Terry Melcher (figlio di Doris Day) che aveva dichiarato interesse per alcune canzoni composte da Manson, salvo poi cambiare idea e non scritturarlo. Ma invece di vendicarsi di Melcher la setta massacrò Sharon Tate – moglie ventiseienne e incinta di otto mesi del regista Roman Polański che aveva affittato l’abitazione alcuni mesi prima e non era presente per motivi di lavoro – e altre cinque persone che stavano passando la serata con lei, oltre a un giovane in visita dal guardiano.

Il giorno seguente la Manson family uccise l’imprenditore Leno LaBianca e sua moglie Rosemary, colpendoli con oltre quaranta colpi di forchetta alla testa. Il cadavere dell’uomo fu ritrovato con un forchettone conficcato nello stomaco. Pochi giorni ancora e a morire fu l’insegnante di musica Gary Hinman che qualche mese prima aveva dato ospitalità alla family. Anche Hinman venne accoltellato. L’ultimo assassinio fu quello del membro della setta Donald Shea, colpevole di aver sposato una donna afroamericana ma più probabilmente di voler divulgare elementi che riguardavano le stragi: il 26 agosto il suo cadavere fu fatto a pezzi, poi sepolti nel letto di un torrente.

Questo succedeva sulla costa occidentale degli Stati Uniti, mentre su quella orientale, nei pressi di New York, quattro giovani (John Roberts, Joel Rosenman, Artie Kornfeld e Michael Lang, il più vecchio dei quali aveva 27 anni) ebbero l’idea di organizzare un festival rock. Rimasto orfano, Roberts aveva ereditato una somma notevole e decise di investirla in un progetto musicale. I quattro fondarono la Woodstock Ventures e – grazie alle conoscenze di Kornfeld – riuscirono a ingaggiare subito i Creedence Clearwater Revival. Un contadino, tra l’altro repubblicano, concesse per 75 mila dollari l’uso di un suo terreno nel comune di Bethel per ospitare il festival e così tra il 15 e il 18 agosto 1969, all’apice della diffusione della cultura hippie, si svolse il concerto che sarebbe diventato l’evento più famoso e iconico nella storia del rock.

La realtà fu tuttavia decisamente differente rispetto a quanto l’iconografia ufficiale ha sempre raccontato, anche se in effetti non è mai stata replicato in nessun altro evento un simile insieme utopico di pace, amore e musica. Nonostante la pioggia che si trasformò in fango che ricoprì tutto il terreno, la droga tagliata per modo di dire e disponibile ovunque – nel cibo (poco) come nelle bevande (alcoliche, molte) – gli impianti di amplificazione che solo per miracolo non uccisero nessuno (ci andò vicino il chitarrista dei Grateful Dead toccando un microfono), la totale mancanza di servizi igienici… nonostante tutto questo nell’immaginario collettivo Woodstock rimane un evento senza uguali e di un successo colossale.

Oggi sarebbe impensabile che quasi tutte le rock band emergenti e qualcuna già affermata accettino di suonare su un palco improvvisato senza avere a disposizione staff completi di blogger e fotografi pronti a immortalare la loro partecipazione, magari attendendo rintanati in un hotel a tante stelle, con ogni genere di comfort, il momento di suonare.

Quello che è rimasto di Woodstock è praticamente solo mito mentre in realtà la quattro giorni di pace e musica rock fu un disastro a livello organizzativo: 400 mila persone (il mito afferma un milione) vissero in un inferno di sporcizia e droghe (il mito dichiara che fu un momento davvero hippy) e costò agli organizzatori circa 4 milioni di dollari (il mito a questo proposito si astiene dal commentare).

Nonostante i promotori avessero stabilito un biglietto d’ingresso per i circa 25 mila partecipanti previsti, l’arrivo di un esorbitante e inaspettato numero di persone – che di fatto abbatterono ogni cancello e sbarramento, entrando senza pagare – pose insormontabili problemi organizzativi e di sicurezza. “D’ora in poi è un concerto gratuito” urlò uno degli organizzatori dal palco: frase entrata nel mito come un fantastico regalo destinato a tutti partecipanti, ma in realtà motivata dal terrore che la situazione collassasse, possibilità quanto mai probabile vista la presenza di un pubblico 15 volte più numeroso rispetto a quanto previsto (ben 40 volte secondo il mito).

Il paradiso di libertà, amore ed emancipazione raggiunti grazie alla musica rock che ci raccontano i film e i reportage fotografici su Woodstock, in realtà non sono proprio del tutto veritieri. La pioggia battente della prima notte rese tutto il terreno un pantano, molti concerti non furono all’altezza, sia per le esibizioni degli artisti, sia per la qualità del suono. La scaletta fu rivoluzionata innumerevoli volte a causa di defezioni e mancati arrivi tanto che alcuni artisti dovettero improvvisare a lungo sul palco, come Richie Havens che continuò a ripetere all’infinito “freedom” – dando vita al suo brano di maggior successo – non sapendo più che cosa cantare in attesa che arrivassero altri musicisti, alcuni dei quali bloccati nel traffico e addirittura mai arrivati.

Nonostante tutti i problemi logistici e senza cadere in falsi trionfalismi, organizzatori e artisti parteciparono alla tre giorni di musica davvero convinti che quell’evento avrebbe potuto cambiare il mondo. Woodstock è in pratica la sintesi in un concerto di tutte le lotte pacifiste degli anni Sessanta, anche se a posteriori negli anni immediatamente a seguire è di fatto diventata una enorme operazione di marketing per catturare la beat generation altrimenti di difficile classificazione, con gadget e dischi a ripetizione per mantenere in vita l’evento nella memoria degli appassionati.

Perché purtroppo la rivoluzione terminò in fretta: furono sufficienti le notizie in arrivo dalla California sulla hippy family Manson per far crescere immediatamente tutti quei ragazzi che credevano nell’amore.

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