Pecore, scrofe & C. senza avvocati

| Non sono rare nel Medioevo le condanne a morte, dopo regolare processo, di animali rei di aver ucciso un essere umano o di essersi uniti carnalmente con lui. La loro capacità di intendere e volere è un concetto all’epoca molto dibattuto

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Di Marco Belletti
Nel Medioevo sono numerosi i casi di condanne, anche severe, ad animali che hanno commesso delitti di esseri umani. Un processo particolarmente documentato risale al gennaio 1386 e riguarda una scrofa di tre anni di Falaise, in Normandia, giudicata colpevole dell’uccisione di un neonato.

In un inverno freddo e con poco cibo a disposizione, una scrofa affamata si aggira per le strade del paese e a un certo punto incappa in Jean Le Maux, un bambino di pochi mesi poggiato sui gradini di fronte a una casa. La scrofa lo annusa e lo azzanna, dapprima strappandogli un braccio, quindi addentandolo al volto: prima che possa concludere il pasto viene bloccata dal padre del bambino e alcuni vicini, ma per Jean non c’è più nulla da fare.

Ovviamente la popolazione chiede giustizia ma non, come saremmo portati a credere oggi, nei confronti del proprietario della scrofa, bensì proprio nei confronti dell’animale, con un giusto processo che serva da monito alle altre bestie. Subito condotta in prigione, la scrofa resta rinchiusa nove giorni, come prevede la legge, in modo da poter richiedere un difensore. Ma siccome è stata colta in flagranza di reato e non può che essere giudicata colpevole, nel periodo previsto non si presenta nessuno a perorare la sua causa, neppure un prete per l’estrema unzione. Viene così deciso il giorno dell’esecuzione.

Vestita con abiti umani, la bestia viene trascinata da un’asina lungo le strade del paese, dal castello fino alla piazza del sobborgo di Guibray dove viveva il bambino. Qui alla presenza del visconte Regnaud Rigault, di fronte a una folla di cittadini e contadini accompagnati dai loro maiali, la scrofa è giustiziata. Dapprima il boia la fa salire sul patibolo, le taglia via il grugno e una coscia delle zampe anteriori, esattamente quanto lei ha fatto al bambino. Quindi le ricopre quello che le resta del muso con una maschera di fattezze umane e la appende per le zampe posteriori a una forca dove la lascia fino al dissanguamento totale. Una volta morta, il cadavere della scrofa viene nuovamente legato all’asina che la trascina lungo le strade del paese per poi finire arso su un rogo.

La capacità degli animali di intendere e volere è un concetto molto dibattuto nel Medioevo: le bestie sono considerate imperfette ma si ritiene condividano con gli esseri umani molte caratteristiche: è da queste credenze che sono nate le leggende, le favole e i più moderni racconti degli animali antropomorfi che ancora oggi affascinano piccoli e adulti. Basti pensare al lupo cattivo (e parlante) di Cappuccetto rosso o ai più moderni Mickey Mouse o Bugs Bunny solo per citarne un paio.

Quindi, seguendo questa logica, è naturale che gli animali nel Medioevo siano considerati responsabili dei propri atti e quindi è facile conseguenza che siano giudicati esattamente come gli esseri umani. Oggi invece è il padrone degli animali a essere responsabile delle loro azioni anche se in casi gravi (per esempio i cani di evidente e incurabile pericolosità) si può arrivare alla soppressione.

I processi sono documentati a partire dal 1266, con una scrofa bruciata viva a Fontenay-aux-Roses per aver divorato un bambino e gli ultimi casi risalgono al Settecento, ancora con un processo in Francia, a Clermont-en-Beauvaisis, al termine del quale viene fucilata un’asina per aver accolto in modo non adeguato la padrona.

Tre sono i tipi di processo: nel primo si presentano davanti ai giudici animali colpevoli di avere ucciso o ferito esseri umani, principalmente maiali (erano gli animali più diffusi) ma anche cavalli, mucche, tori e cani. Nelle udienze, l’imputato è identificato ed è condotto in tribunale o in prigione e in seguito sottoposto all’eventuale pena senza che ovviamente possa esprimere il suo punto di vista né difendersi.

Il secondo tipo di processo – molto frequente – si svolge invece di fronte a tribunali ecclesiastici. Gli imputati sono animali che non possono comparire nelle udienze della corte e la loro colpa è diffondere malattie o danneggiare raccolti: si tratta principalmente di topi, cavallette, lupi, volpi… Gli esiti di questo genere di processi sono meno cruenti e non si concludono con una condanna a morte, ma solitamente con cerimonie solenni delle autorità ecclesiastiche durante le quali si consigliano i colpevoli a smettere e a desistere dalle loro malefiche attività. A questo invito, quasi sempre fa seguito la minaccia di una scomunica, sicuramente presa molto sul serio dalle bestie condannate…

Molto più particolare e meno documentato è il terzo tipo di processi che nel Medioevo coinvolgono gli animali: i delitti di bestialità, come vengono definiti i rapporti sessuali tra uomini e animali. In questi casi le accuse sono equamente suddivise tra esseri umani e bestie e si concludono con pene severe ed esemplari, come per esempio entrambi i colpevoli rinchiusi nello stesso sacco e bruciati o annegati, spesso insieme con gli atti del processo, motivo per cui non ce ne sono molti.

Uno dei pochi esempi che è arrivato fino a oggi, risale al 13 dicembre 1553 (quindi già oltre la canonica fine del Medioevo) quando il 65enne vinaio Michel Morin viene condotto in carcere a Baugé (nella zona della Loira) accusato dalla giovane moglie di essersi unito carnalmente a una pecora, acquistata proprio per quel motivo. Addirittura, un vicino di Morin testimonia che l’uomo gli ha confidato di preferire l’ovino alla donna. All’inizio il vinaio nega e accusa la moglie di complotto nei suoi confronti, ma quando viene minacciato di tortura ammette di aver comprato la pecora per unirsi carnalmente a lei ma di averlo fatto solo una volta. Non è chiaro da che parte stia la verità, perché il reo confesso viene condannato a morte e tutti i suoi beni vanno alla moglie che nel giro di poco tempo sposa il vicino di casa…

Anche la pecora viene condannata a morte, in quanto non è stata in grado di discolparsi e quindi viene giudicata amante consenziente del padrone (quindi non vittima) e complice nel reato di bestialità.

Nel Medioevo quasi tutti credono che gli animali abbiano una minima capacità di intendere e volere e quindi possano essere giudicati, ma c’è anche qualche pensatore critico che esprime giudizi negativi nei confronti di questa opinione e delle pratiche che ne conseguono. Per esempio, alla fine del Duecento il giurista Philippe de Beaumanoir afferma che condurre animali in tribunale perché hanno ucciso esseri umani è giustizia sprecata in quanto le bestie non distinguono il bene dal male e non comprendono il valore della pena inflitta. Ha la stessa idea il teologo e accademico Tommaso d’Aquino: anche secondo lui gli animali, pur riconoscendo il padrone e qualche comando, non sono in grado di discernere tra il bene e il male.

Dovranno trascorrere parecchi secoli prima che l’efficacia dei processi agli animali sia definitivamente delegittimata e che tali pratiche scompaiano per sempre.

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