Pulitzer ed Hearst in guerra, dopo la bufala della Luna

| Molti parlano delle fake news come di un fenomeno odierno e specifico dei social. In realtà furono numerose già nell’Ottocento, tra cui due emblematiche: falsi articoli sul nostro satellite e una campagna mediatica che portò alla guerra

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Fine agosto 1835: le poche migliaia di lettori del Sun (il quotidiano di New York venduto a un penny per quasi vent’anni a partire dal 3 settembre 1833) lessero il primo di una serie di sei articoli che – firmati da Andrew Grant, assistente dell’illustre astronomo John Herschel – raccontavano le meraviglie della Luna. Grazie al potente telescopio installato al capo di Buona Speranza, l’astronomo e il suo assistente avevano potuto esaminare con attenzione la superficie del nostro satellite e descriverla dettagliatamente sulle pagine del Sun.

Innanzitutto affermarono che la Luna è percorsa da mandrie di bisonti che corrono in sconfinate foreste e boschi di abeti, convivendo con unicorni azzurri che pascolano sui rilievi lunari e con uccelli acquatici che volano sui numerosi fiumi del satellite. Il paesaggio descritto è davvero incantevole: spiagge di sabbia bianca e brillante circondate da rocce di marmo verde, mari e laghi blu scuri come il più profondo degli oceani, praterie, vallate e colline di quarzo color lilla rendono fiabesco il paesaggio. Castori bipedi e intellettualmente evoluti conoscono l’uso del fuoco e costruiscono capanne e palafitte. La scoperta più sconvolgente che colpì in modo indelebile i lettori fu leggere che sulla Luna oltre a questi esseri ci sono anche creature alate ricoperte di pelo color rame, che si riuniscono in un tempio d’oro: Grant li chiama uomini pipistrelli.

A quell’epoca John Herschel (figlio di William, lo scopritore di Uranoanche se inizialmente credette fosse una cometa)era forse l’astronomo più famoso al mondo: aveva affermato che le nubi di Magellano erano formate da stelle e nel 1834 aveva scoperto l’ammasso stellare NGC 2018.

Andrew Grant, al contrario, non esisteva così come ovviamente non esistevano bisonti, unicorni o creature alate sulla Luna. La serie di articoli pubblicata dal Sun è una delle più riuscite beffe giornalistiche – conosciuta come “The Great Moon Hoax”, la grande bufala della Luna – che permise al Sun di vendere migliaia di copie e di ottenere che ogni giorno migliaia di persone facessero la fila alle edicole o aspettassero gli strilloni per comprare una copia del giornale e leggere gli articoli.

All’inizio John Herschel fu divertito di essere stato coinvolto in questa buffa iniziativa, ma ben presto si trovò costretto a dover smentire di aver fatto quelle scoperte, aver scritto quegli articoli ed essere parte attiva della truffa, tanto che ne rimase molto infastidito per il resto della vita.

Nel frattempo le copie vendute dal Sun furono decine di migliaia, un vero record per l’epoca, e il quotidiano aumentò di cinque volte la tiratura, che non scese più quando la bufala fu smascherata: un esempio emblematico di marketing editoriale vincente.

Inoltre, la notizia fu ripresa da altri giornali con molto clamore e gli articoli furono tradotti in numerose lingue. In Italia, per esempio, fu pubblicato l’opuscolo dal titolo “Delle scoperte fatte nella luna del dottor Giovanni Herschel”. Addirittura 25 anni dopo la prima pubblicazione, gli articoli furono riproposti in un libro intitolato “Moon Hoax”, scritto dal giornalista e scrittore Richard Adams Locke, che oggi si crede sia stato il vero autore dei testi originali.

La bufala lunare fu una vera e propria fake news ante litteram, la cui diffusione fa aiutata dal fatto che a quell’epoca erano poche le persone che avevano conoscenze di astronomia. Proprio di ignoranza si nutrì il cosiddetto “yellow journalism” che diede vita a testi senza contenuti obiettivi ma con titoli sensazionalistici e fuorvianti solo per vendere un numero maggiore di copie o per orientare l’opinione pubblica. Per farlo, erano sufficienti titoloni ingannevoli anche per notizie poco importanti, ampio ricorso a immagini impressionanti, a interviste false, a pseudoscienze (come l’astrologia), e infine uso di presunti “esperti del settore” per manipolare le informazioni.

Un altro esempio di questo genere di stampa scandalistica – con effetti ben più gravi – i cittadini statunitensi lo vissero alla fine dell’Ottocento, quando i due più grandi imperi mediatici dell’epoca intervennero pesantemente – a favore degli interessi meramente economici e di potere degli Stati Uniti – nella lotta di Cuba per l’indipendenza dalla Spagna. Da una parte le testate di William Randolph Hearst, dall’altra quelle di Joseph Pulitzer scrissero delle (false) atrocità commesse dall’esercito spagnolo a Cuba, influenzando l’opinione pubblica in modo talmente evidente da diventare l’ago della bilancia che avrebbe provocato la dichiarazione di guerra da parte degli Stati Uniti nei confronti della Spagna.

Ogni giorno i giornali di Pulitzer “strillavano” a caratteri cubitali nuove sensazionali notizie contro il governo spagnolo e quelli di Hearst facevano altrettanto addirittura con l’appoggio di due navi inviate a Cuba piene di giornalisti, fotografi e disegnatori. Proprio Hearst pubblicò la fake news di un rapporto diplomatico intercettato dai ribelli cubani, in cui l’ambasciatore spagnolo negli Stati Uniti descriveva il presidente USA William McKinley un debole che cercava solo il consenso delle masse: notizia quanto mai simile a quella dei giorni nostri, dell’ambasciatore inglese che critica Trump…

Quando una mina sottomarina fece affondare la corazzata USS Maine nel porto dell’Avana (i morti furono 260), nonostante la responsabilità non fosse ovviamente iberica, a causa della pressione mediatica dei giornali di Hearst e Pulitzer, con una frenesia incontrollabile l’opinione popolare si schierò contro la Spagna: la guerra fu dichiarata nella primavera 1898 e la pace (con cui Madrid rinunciava a ogni pretesa su Cuba e Filippine) fu siglata il 10 dicembre 1898. Le responsabilità di Hearst e Pulitzer per l’ingresso degli Stati Uniti in guerra sono state evidenti, addirittura il primo magnate avrebbe fatto affondare la USS Maine per avere un “casus belli”. Ma anche Pulitzer mise in campo un giornalismo ben diverso da quello per cui è ricordato con il premio a lui intitolato, considerato la più prestigiosa onorificenza per il giornalismo e la letteratura. Una bella contraddizione, ma il 1917 (anno di prima assegnazione del premio) era molto lontano dal 1898 e tutti avevano dimenticato il comportamento e le affermazioni dei giornali di Pulitzer. Del resto, anche oggi nell’arco di poche settimane si dimenticano gli spergiuri e i cambi di rotta dei nostri politici…

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