Teresa e Anna, donne in una città aperta

| Si ispirò alla vicenda di una donna che voleva stare vicina al marito rastrellato dai nazisti, una delle scene più emblematiche nella storia del cinema mondiale: la Magnani che corre dietro un camion in “Roma città aperta”

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Di Marco Belletti
Tutti, anche chi non è appassionato o non ama la cinematografia, conosce sicuramente la scena in cui una donna (Pina, interpretata da Anna Magnani) inseguendo il camion che le sta portando via il marito viene falciata dai nazisti, in una memorabile sequenza di “Roma città aperta” di Roberto Rossellini. Questa pellicola del 1945 è considerata il “manifesto” del neorealismo ed è uno dei capolavori assoluti del cinema mondiale: conquistò numerosi riconoscimenti, tra cui nel 1946 la Palma d’oro come miglior film al Festival di Cannes e due Nastri d’Argento (premio assegnato dal Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani a Taormina) per la miglior regia e la migliore attrice non protagonista, la Magnani appunto. Inoltre, “Roma città aperta” ottenne anche una nomination al premio Oscar 1947 come migliore sceneggiatura originale.

Sceneggiatura scritta a più mani da Federico Fellini e lo sceneggiatore Sergio Amidei, con il contributo dei giornalisti Ferruccio Disnan e Celeste Negarville e dello stesso Roberto Rossellini e che – almeno per la scena più famosa – si ispirarono alla vita e alla morte di una donna realmente vissuta.

Nata a Cittanova (in provincia di Reggio Calabria) Teresa Talotta si trasferì giovane a Roma dove sposò Girolamo Gullace dal quale ebbe cinque figli. Il 26 febbraio 1944, il marito della casalinga non ancora trentasettenne fu arrestato dai nazisti durante un rastrellamento e trasferito nella caserma di fanteria in viale Giulio Cesare 54, da dove sarebbe stato presto deportato in un campo di lavoro forzato in Germania. La mattina del 3 marzo, Teresa (incinta del sesto figlio) si recò alla caserma insieme con numerose altre donne parenti di altri prigionieri, reclamando che venissero liberati.

Oltre a madri, moglie, sorelle e figlie degli uomini arrestati, nel gruppo delle manifestanti erano presenti alcune militanti della resistenza romana. Tra di essere anche la partigiana Laura Lombardo Radice (compagna di vita per oltre 60 anni del politico comunista Pietro Ingrao) che rilasciò una testimonianza dettagliata di quanto successe quella mattina. Secondo la Lombardo Radice, dopo aver intravisto il marito a una finestra della caserma, Teresa si avvicinò all’edificio probabilmente per passargli del cibo attraverso la finestra, o forse solo per potergli parlare da vicino. Non si rese conto – o non volle farlo, forse pensò che per il fatto di essere incinta al settimo mese non l’avrebbero fermata... – dell’ordine di restare lontana urlato da un ufficiale tedesco il quale, vedendo che la donna continuava ad avvicinarsi alla caserma, le sparò con la pistola d’ordinanza, uccidendola sul colpo. La situazione degenerò e il ricordo dei presenti si fece confuso, con testimonianze discordanti su quanto avvenne in seguito.

Carla Capponi, una delle manifestanti, era una gappista, faceva cioé parte dai GAP, i gruppi di azione patriottica: sembra abbia estratto una pistola puntandola contro il soldato tedesco che aveva ucciso Teresa Gullace e sarebbe senza dubbio stata giustiziata se le sue compagne non l’avessero immediatamente circondata. Nella confusione che seguì, la partigiana Marisa Musu si fece consegnare l’arma dalla Capponi, sostituendola con la tessera di un’associazione fascista, che sicuramente le salvò la vita quando fu arrestata dai soldati tedeschi e le permise di riconquistare la libertà.

Altre militanti comuniste, come la stessa Laura Lombardo Radice con Adele Maria Jemolo e Marcella Lapiccirella, improvvisarono una protesta pacifica e coprirono di fiori il corpo della donna uccisa, rimasto sdraiato in mezzo alla via. Infine, secondo il racconto del partigiano Rosario Bentivegna i gappisti si unirono alla manifestazione e uccisero un fascista e ne ferirono altri.

In ogni caso, la protesta dei cittadini fu veemente, alcune ore dopo Laura Lombardo Radice e il marito Pietro Ingrao diffusero un manifesto che commentava quanto accaduto: il malcontento popolare fu tale che i nazisti furono costretti a liberare il vedovo Girolamo Gullace.

La tragica storia di Teresa – insieme con l’attentato di via Rasella [leggi quil’articolo su ItaliaStarMagazine] e la strage delle fosse ardeatine che avrebbero avuto luogo una ventina di giorni dopo – divenne una sorta di simbolo della resistenza romana e la donna diventò una sorta di icona per numerosi gruppi partigiani: oltre ai GAP anche per il Comitato di liberazione nazionale, l’organizzazione politica e militare composta dai principali partiti e movimenti italiani nata a Roma il 9 settembre 1943 per opporsi al fascismo e all’occupazione nazista nel nostro Paese.

E fu quindi abbastanza semplice per Fellini, Amidei e Rossellini rendere celebre la vicenda di Teresa Gullace inserendo la sua storia nella trama di “Roma città aperta” dando alla donna le fattezze di Anna Magnani che la interpretò come sora Pina. 

Ovviamente, si decise che la scena più evocativa del film sarebbe stata quella dell’uccisione di Pina alias Teresa ma (diversamente dalla realtà) la si realizzò con Anna Magnani che correva dietro un camion che portava via il marito catturato dai tedeschi. Inoltre – come anche confermato da Mario, il terzogenito di Teresa – di fronte alla caserma di viale Giulio Cesare a Prati non era presente nessun figlio dei Gullace: nel film, Rossellini si concesse anche un’altra licenza narrativa, con la presenza del piccolo Marcello alias Mario, interpretato da Vito Annichiarico. E ancora, la scena fu girata in via Raimondo Montecuccoli, nel quartiere Prenestino-Labicano. Il regista riprese la corsa della Magnani con due inquadrature: siccome l’attrice cadde a terra molto in anticipo rispetto a quanto programmato, Rossellini utilizzò sia l’inquadratura laterale sia quella frontale per far sì che la sequenza risultasse più lunga.

Una lapide in viale Giulio Cesare, dove fu uccisa, ricorda Teresa Gullace la quale nel 1977 fu insignita dall’allora presidente della Repubblica italiana Giovanni Leone della medaglia d’oro al merito civile. Oltre a Roma città aperta, la vicenda della donna ha anche ispirato il film “Anna, Teresa e le resistenti”, girato e diretto da Matteo Scarfò nel 2011, che lega in un ideale filo rosso le vicende di una moglie e casalinga freddata senza motivo alla grande attrice che la interpretò.

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