Anarchia & tabacco

| Tra il Quattrocento e l’inizio dell’Ottocento una piccola città toscana visse un’esperienza unica di Stato libero. Nata a causa di un errore cartografico, la repubblica di Cospaia divenne famosa per non avere un governo tradizionale

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di Marco Belletti

La bandiera è un oggetto davvero particolare, utilizzato fin dall’antichità per comunicare o segnalare qualcosa. Oggi usiamo le bandiere per identificare una nazione, uno schieramento politico, una tifoseria, un club, per semplice decorazione o – come nel caso della nautica – per comunicare utilizzando codici specifici.

Le prime testimonianze dell’uso di bandiere risalgono a 3 mila anni fa: nella Bibbia si citano le bandiere delle tribù di Israele, mentre egizi, greci e romani le utilizzavano anche per scopi militari. Nel Medioevo fiorirono vessilli per i combattimenti, guidoni come insegne militari, gonfaloni per i rappresentanti del popolo.

Fu nel periodo delle Crociate che apparvero le prime bandiere assimilabili a quelle odierne e con la fondazione degli stati moderni i popoli iniziarono a identificarsi nei loro simboli. La prima bandiera di cui si ha notizia, nata per identificarsi come popolo contro i nemici, è quella della Danimarca (rossa con una croce bianca leggermente spostata sulla sinistra) che la leggenda narra caduta dal cielo nel 1219 durante la battaglia di Lyndanisse in Estonia. La prima che si dice sia stata creata da un popolo e non da un re è comparsa nel 1282 durante i vespri siciliani, gialla e rossa con al centro la trinacria, essere con tre gambe e il volto della Gorgone. Un po’ più recente è quella tuttora utilizzata dall’Albania, rossa con l’aquila nera a due teste al centro, che risale al 1443.



Solo due anni prima, nel centro d’Italia comparve una bandiera piuttosto originale, divisa in due triangoli rettangoli (nero quello in alto, bianco quello in basso) che rappresentava la repubblica di Cospaia, la cui storia è davvero particolare.

Nel 1431 per coprire le enormi spese sostenute durante il concilio di Basilea, papa Eugenio IV chiese un ingente prestito al banchiere fiorentino Cosimo de’ Medici, il quale a garanzia pretese dal pontefice l’ipoteca di borgo San Sepolcro e tutti i terreni adiacenti, comune al confine tra lo stato della Chiesa e il granducato toscano.

Quando una decina d’anni dopo Eugenio IV non fu in grado di restituire i fiorini, il borgo passò sotto il dominio di Firenze e furono inviati cartografi di entrambi gli stati per aggiornare le mappe e ridisegnare i confini. Gli incaricati dello stato della Chiesa considerarono come frontiera il fiume più vicino al paese di San Giustino, mentre i fiorentini quello più vicino a Sansepolcro: in questo modo una striscia di terra larga 500 metri e lunga 2 chilometri e mezzo tra i due fiumi non fu annessa a nessuno dei due Stati. Quando ci si accorse dell’errore, nessuno pensò di modificare la situazione, in quanto sarebbe stato troppo impegnativo rimettere in discussione il trattato per un territorio che da un punto di vista strategico appariva insignificante. In effetti non sarebbe stato un problema se quella lingua di terra fosse stata disabitata, e invece proprio lì sorgeva Cospaia, un paesino di 350 contadini analfabeti che appena scoprono l’errore si affrettarono a proclamarsi repubblica.

E così il 25 febbraio 1441 Cospaia divenne uno stato senza tasse, polizia, prigioni o leggi. Litigi e contraddittori non complessi erano risolti da un concilio composto dagli anziani del paese e dai rappresentanti delle famiglie più importanti, mentre per le situazioni più gravi i cospaiesi si rivolgevano al giudice di Sansepolcro. Per le cure erano invece a disposizione i medici di San Giustino. L’unico in grado di leggere e scrivere era il curato che così fu nominato ambasciatore. Pur essendo decisamente una situazione anomala, vista la presenza di ben più gravi problemi in altre parti d’Italia, il papa e i fiorentini riconobbero la nuova repubblica che apparve anche nelle mappe degli annali camaldolesi. La bandiera della neonata nazione fu esposta in ogni occasione ufficiale e la totale mancanza di dazi sui commerci attirò mercanti e clienti alle fiere e nei mercati di Cospaia.

Per molti anni, dimenticato dai potenti vicini, il piccolo stato aumenta il suo benessere, fino al 1574 quando il vescovo di Sansepolcro ricevette in regalo semi di tabacco, allora poco conosciuto e considerato una pianta medicinale. Il tabacco era giunto in Europa all’inizio del XVI secolo e a metà Cinquecento Jean Nicot ne regalò alcune piante alla regina di Francia, Caterina de’ Medici: divenne così famoso che il nome del principio attivo del tabacco – così chiamato da Tobago, una delle isole dove era coltivato – fu chiamato nicotina. Alla corte di Francia la pianta fu pestata, quindi cotta insieme a grasso di maiale, e solo più tardi fumata. Il tabacco fu per anni considerato un rimedio contro emicrania, febbre e sifilide, alleviava i mal di denti e schiariva la voce, sembra anche che guarì le ulcere del figlio della regina, che entusiasta del miracoloso medicamento contribuì alla sua diffusione.

Tornando a Sansepolcro, il vescovo fece piantare i semi nel suo giardino e la pianta impiegò davvero poco per percorrere la breve distanza che la separava dal territorio di Cospaia, che così aumentò gradualmente la coltivazione del tabacco. E quando, quasi cent’anni dopo, papa Urbano VIII scomunicò tutti i fumatori, a Cospaia coltivare la pianta arrivata dall’America diventò l’attività più redditizia, soprattutto per contrabbandarla a Roma. Era nata la prima capitale “italiana” del tabacco.

A quel punto tuttavia la piccola repubblica ribelle e anarchica iniziò a essere vista come un problema e i (decisamente) più potenti stati vicini discussero su come eliminare l’anomalia.

In ogni caso, Cospaia superò da stato indipendente anche le invasioni napoleoniche e la nuova suddivisione dell’Europa voluta dal congresso di Vienna nel 1815. Sono state solo quattro le repubbliche al mondo che sopravvissero al ripristino da parte di Klemens von Metternich degli “anciens régimes” dopo lo sconquasso provocato dalla rivoluzione francese e dalle guerre napoleoniche: Stati Uniti, Svizzera, San Marino e – appunto – Cospaia.

In realtà già da parecchi anni la piccola repubblica non era più lo stato utopico delle origini. Nei secoli criminali e banditi si trasferirono a Cospaia sposando le donne del posto per guadagnare l’impunità. L’invidia degli abitanti nei paesi vicini crebbe a dismisura, con episodi violenti di furti e omicidi. A metà Settecento una festa degenerò in rissa, con morti e feriti. La repubblica Romana (l’ex stato pontificio) impose a Cospaia di pagare le tasse e così, nel 1825, la repubblica capitolò. Arrivarono delegati da Roma e Firenze che si spartirono il territorio. Per festeggiare l’annessione, il papa ordinò di sparare 200 colpi di mortaio che decretano la triste fine di una repubblica anarchica nata per un errore topografico e durata 385 anni.

Un paio di anni dopo un sessantenne – che alcune fonti affermano provenisse da Cospaia – avviò con la moglie una piccola attività di vendita di pasta a Sansepolcro, che faceva parte del granducato di Toscana. Il suo nome era Giovanni Battista Buitoni: alla sua morte lasciò un negozio decisamente ben avviato ai figli Giuseppe e Giovanni che nel 1856 aprirono a Città di Castello un laboratorio molto più grande, trasformando una piccola azienda familiare in una delle più importanti industrie alimentari nazionali.

Nessuno ormai ricordava più Cospaia e la sua ribelle esistenza.

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