Viaggi ai confini della Terra

| Dalla scoperta del passaggio a Nord-Ovest per accorciare il viaggio dall’Europa alla Cina, fino alla conquista dei due poli, sono molti gli esploratori che hanno cercato gloria in mezzo ai ghiacci in condizioni proibitive

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di Marco Belletti

Sir Martin Frobisher è stato un corsaro inglese vissuto nel Cinquecento. Si arricchì soprattutto depredando i vascelli francesi e fu nominato baronetto per aver aiutato la Corona nell’annientare l’Invincibile Armada spagnola nel 1588. Dedicò parte della sua vita a cercare il mitico passaggio a Nord-Ovest, tra gli oceani Atlantico e Pacifico a nord del Nuovo Mondo: i tre viaggi che compì non gli permisero di trovarlo e si conclusero tutti in quella che oggi si chiama baia di Frobisher nel nord-est del Canada.

Poco più che ventenne, nel 1560 decise di intraprendere il viaggio in modo da aprire una nuova rotta per il commercio con India e Cina, ma solo nel 1576 – raccolti i finanziamenti necessari – partì da Greenwich con tre velieri e meno di quaranta uomini d’equipaggio, con la benedizione della regina Elisabetta I d’Inghilterra. L’11 luglio la spedizione arrivò in Groenlandia e immediatamente dopo, a causa di una tempesta, due vascelli andarono perduti e fu solo il veliero superstite che a fine mese arrivò in Canada, sulle coste del Labrador.

 

Tutti a caccia del passaggio

Al primo seguirono altri due viaggi, ma Frobisher non riuscì a trovare nessun passaggio… Il sir inglese non fu né il solo né il primo che cercò la rotta a Nord-Ovest. Infatti, già dalla fine del Quattrocento i navigatori europei ricercarono questa rotta commerciale marina, chiamata appunto passaggio a Nord-Ovest dagli inglesi e stretto di Anián dagli spagnoli.

Nel 1523 il re francese Francesco I inviò Giovanni da Verrazzano a esplorare le coste nordamericane, alla ricerca del passaggio, mentre nel 1534 Jacques Cartier esplorò quasi completamente Terranova e risalì il fiume San Lorenzo.

Nel 1539 Hernán Cortés incaricò Francisco de Ulloa di navigare lungo l’odierna Baja California alla ricerca dello stretto: Ulloa era certo che il golfo di California fosse la parte più meridionale di uno stretto che collegava il Pacifico con il golfo di San Lorenzo e diede inizio a una ricerca sistematica.

Nel 1585 l’esploratore inglese John Davis entrò nello stretto di Cumberland presso l’isola di Baffin e nel 1609, Henry Hudson navigò lungo il fiume che oggi porta il suo nome per poi scoprire in seguito anche la grande baia a lui intitolata.

Esattamente 228 anni fa, a metà luglio 1789, la spedizione Malaspina iniziò l’esplorazione di regioni ancora più remote delle coste sul Pacifico del continente nordamericano, non ancora cartografate. Da Panama risalì fino all’Alaska ma fu costretta ad abbandonare la ricerca, tornando ad Acapulco.

 

La spedizione perduta di Franklin

Nel 1845 sir John Franklin guidò una ben equipaggiata spedizione di due navi – l’Erebus e la Terror – con 129 uomini d’equipaggio, che cercò di forzare il passaggio attraverso i ghiacci artici. Da questa esplorazione non tornò più nessuno, tanto che fu definita la “spedizione perduta di Franklin”. Sembra che Franklin sia morto sulle navi bloccate dal ghiaccio, mentre buona parte dell’equipaggio perì cercando di percorrere a piedi le 900 miglia che separavano l’Erebus e la Terror da Fort Providence e una possibile salvezza.

Furono numerose le spedizioni che – spinte dalla fama di Franklin e dalla ricompensa promessa a chi avesse ritrovato gli uomini della spedizione – si misero sulle tracce delle due imbarcazioni. Sui resti scoperti in quasi un secolo e mezzo di ricerche, nel 1981 furono effettuate accurate analisi scientifiche: tombe, corpi e altri reperti furono esaminati a fondo e le indagini portarono gli scienziati a ritenere che la morte dei 129 componenti l’equipaggio era stata causata dal piombo delle saldature delle scatole di cibo e dal botulino, in quanto per la fornitura di cibo era stata indetta una gara d’appalto al ribasso. Mentre i superstiti cercavano di raggiungere Fort Providence si nutrivano con cibo intossicato, impazzendo per lo scorbuto e morendo uno dopo l’altro.

 

Amundsen, il conquistatore del polo Sud

La spedizione che per prima riuscì a compiere la traversata del passaggio a Nord-Ovest – dalla baia di Baffin allo stretto di Bering – fu guidata tra il 1905 e il 1906 da Roald Amundsen a bordo della nave Gjøa. Il norvegese Amundsen era nato il 16 luglio 1872 e intorno ai 25 anni aveva partecipato alla spedizione antartica condotta dal belga Adrien de Gerlache che – colpito dallo scorbuto – fu costretto a lasciargli il comando. Fu il primo equipaggio a trascorrere un intero inverno nelle acque antartiche, in quanto la nave restò intrappolata nel ghiaccio.

Dopo aver percorso il passaggio a Nord-Ovest, Amundsen iniziò a organizzare una spedizione per essere il primo ad arrivare al polo Nord, ma quando sia Frederick Cook sia Robert Peary reclamarono di averlo già raggiunto, rivolse le sue attenzioni al polo Sud, ancora inviolato.

Preparò la spedizione nel luglio 1910 e a bordo della nave Fram partì verso l’Antartide. Nel gennaio successivo l’equipaggio completò la costruzione della base della spedizione – nella baia delle Balene – e il 19 ottobre Amundsen insieme con quattro compagni partì per raggiungere il polo Sud, raggiunto (dopo la scalata dei monti Transantartici, una catena montuosa che supera i 4.500 metri) il 14 dicembre 1911, 35 giorni prima di un’altra spedizione, guidata dall’inglese Robert Falcon Scott. Non avendo al seguito il telegrafo senza fili – l’unica apparecchiatura in grado di comunicare dal polo – Amundsen annunciò il successo della spedizione quando tornò alla base il 7 marzo 1912.

 

Tutti a caccia del polo Sud

Scott e i componenti della sua spedizione morirono nella seconda metà di marzo 1912 durante il viaggio di ritorno dal polo, sia per l’organizzazione del viaggio non perfetta sia soprattutto per le pessime condizioni meteorologiche con temperature estremamente rigide che dopo di allora furono raggiunte solo in un’altra occasione.

Non era la prima volta che Scott aveva cercato di raggiungere il polo Sud. Infatti, nel novembre 1902 ci provò con 5 slitte, 19 cani e pochi viveri – insieme con un altro esploratore, l’irlandese Ernest Shackleton – convinto che il viaggio sarebbe stato pianeggiante e agevole. Ma ben presto il tempo peggiorò e le bufere di neve resero difficile il cammino fino a che una fortissima tempesta di ghiaccio (il blizzard) non li bloccò nelle tende: non avevano esperienza di sopravvivenza in quelle condizioni e furono così costretti a desistere dal proseguire, sfiniti dalla cecità da neve e dallo scorbuto che aveva colpito l’irlandese, oltre che dalle scarse razioni e dal clima avverso.

Tornati alla base, Scott allontanò Shackleton dalla sua spedizione nonostante si fosse ripreso dalla malattia, e i rapporti tra i due non si risanarono più. Così l’irlandese decise di organizzare da sé un’altra spedizione per raggiungere il polo Sud: solo nel 1907 riuscì a raccogliere i fondi necessari e, a bordo della nave Nimrod, raggiunse l’isola di Ross dove attrezzò il campo base.

In questa spedizione per la prima volta degli esseri umani scalarono il monte Erebus (il vulcano attivo sull’isola di Ross) e fu localizzato il polo Sud magnetico: arrivati a 180 chilometri dalla meta, Shackleton decise di tornare al campo base, dopo aver valutato le scarse scorte di cibo e le residue forze del gruppo. Pur senza avere raggiunto il polo (per tre anni fu tuttavia questo il record di avvicinamento) al ritorno in patria Shackleton fu festeggiato come un eroe e nominato sir.

 

Whisky con ghiaccio (del polo)

Al rientro dal secondo viaggio in Canada, Frobisher portò in patria duecento tonnellate di un minerale che tutti ritennero prezioso, tanto che fu acquistato all’elevato importo di cinque sterline la tonnellata, in un’epoca in cui un ufficiale giudiziario aveva uno stipendio annuo di 40 sterline. Con il viaggio successivo Frobisher tornò con 1.350 tonnellate di quel minerale che piazzò senza problemi: dopo alcuni anni gli acquirenti – che avevano tentato in ogni modo di fondere il materiale – si arresero all’evidenza che non aveva nessun valore.

Il nome ‘stretto di Anián’ deriva con ogni probabilità da quello della provincia cinese di Ania, citata da Marco Polo ne ‘Il Milione’ e che apparve per la prima volta in una mappa del 1562. Cinque anni dopo fu pubblicata una seconda carta che mostrava un passaggio stretto e contorto a separare Asia e America, chiamato stretto di Anián.

Nonostante fosse emerso in modo evidente che Franklin avesse la sua parte di responsabilità nell’insuccesso della spedizione, i media dell’epoca lo tratteggiarono come un eroe: a lui furono dedicate canzoni, opere d’arte, poesie, racconti e romanzi.

A proposito di chi ha raggiunto per primo il polo Nord, a fine agosto 1909 l’esploratore statunitense Robert Edwin Peary annunciò di averlo conquistato il 6 aprile dello stesso anno insieme con un accompagnatore (Matthew Henson) e quattro guide Inuit: Ootah, Seegloo, Egingway e Ooqueah. Cinque giorni dopo, il 2 settembre 1909, il San Francisco Chronicle riportò in prima pagina la notizia che era stata la spedizione di un altro americano, Frederick Cook, ad aver raggiunto il polo Nord più di un anno prima – il 21 aprile 1908 – insieme con due guide Inuit: Ahwelah e Etukishook. Nonostante Cook avesse già millantato imprese poi smentite (anni prima aveva dichiarato di aver scalato la montagna più alta del Nord America, per poi ritrattare, ed era stato condannato per alcune frodi negli Stati Uniti) fu creduto e i giornali riportano per giorni la sua impresa in prima pagina. La diatriba proseguì per qualche anno finché furono gli stessi Inuit che lo avevano accompagnato a eliminare ogni dubbio, dichiarando di non aver mai raggiunto il polo.

Roald Amundsen morì nel 1928 in un incidente aereo sul mare Glaciale Artico, mentre correva in aiuto di Umberto Nobile e della sua spedizione verso il polo Nord [leggi qui l’articolo di Italia Star Magazine dedicato alla tragedia del dirigibile Italia]. Nonostante numerose ricerche, l’idrovolante su cui viaggiava l’esploratore norvegese e che era precipitato in mare non fu mai più ritrovato.

Mentre Scott era proprietario di un’azienda produttrice di birra, da buon irlandese Shackleton amava il whisky ed era un forte bevitore tanto che anche in occasione della missione Nimrod se ne portò dietro una scorta – 25 bottiglie di Rare Old Highland Malt Whisky di Mackinlay – che tuttavia o dimenticò o fu costretto ad abbandonare nei pressi del polo Sud. E là le bottiglie sono rimaste fino al 2007, quando una spedizione organizzata appositamente ne riuscì a recuperare undici intatte, contenenti un whisky perfettamente conservato. Partendo dall’acquavite recuperata sotto i ghiacci del polo Sud è stato creato lo Shackleton Blended Malt che – dicono gli esperti – ha note complesse di vaniglia, miele e frutta: un whisky davvero pregevole, proprio come quello che l’esploratore irlandese beveva a un passo dal polo Sud.

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