Debito con l'Italia
così muoiono i bimbi di Caracas

| La storia di Erick malato di cancro, morto nell'attesa di un trapianto negli ospedali italiani in base a un accordo del 2010. C'è un debito di 10,7 milioni di euro e i piccoli malati, privi di farmaci e cure, si spengono uno dopo l'altro

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MARIA LOPEZ

Avviso a quanti nel governo - soprattutto la componente grillina, neutrale se non favorevole a Maduro e contraria al presidente ad interim Juan Guadò, appoggiato dalla Lega di Salvini - non conoscono ancora l’entità della crisi in corso nel Venezuela. Dove la gente, i bambini, muoiono anche per la terribile situazione della sanità pubblica, dove mancano i farmaci, tra black out energetici e stipendi da fame. Maduro, i soldi per armi e per comprarsi la fedeltà degli alti ufficiali dell’Esercito, dove il numero di generali è il più alto al mondo, li trova sempre ma non per aiutare il suo popolo alle prese con epidemie e morti causati dall’indifferenza. Ma l’ultimo tragico caso riguarda anche l’Italia. Erick, 11 anni, sofferente di un linfoma non-Hodgkin, è morto nella vana attesa di un trapianto di midollo che non è mai arrivato. E con lui, per gli stessi motivi, sono morti Giovanny Figuera, Robert Redondo e Yeiderberth Requena, tra gli 8 e gli 11 anni.  "Aveva bisogno di un trapianto di midollo osseo, la malattia progrediva ogni giorno", spiega affranto a El Universal,  Gilberto Altuve, 38 anni, padre di Erick.  Una ricaduta della malattia lo ha portato a gennaio al JM de los Ríos Children's Hospital  di Caracas, dove il cancro fu rilevato ed era stato ricoverato in attesa, con fiducia e speranza, di essere trasferito in Italia, nell'ambito di un accordo tra quel paese e la compagnia petrolifera statale Pdvsa firmato nel 2010. 

"Abbiamo un governo che aiuta tutti, ma i bambini?" lamenta Gilberto, con le lacrime agli occhi, alla veglia funebre nel popoloso quartiere di Petare.  Pare che un un debito verso il governo italiano di 10,7 milioni di euro abbia paralizzato il programma salva-vita dal 2018. Maduro, messo sotto accusa per gli ennesimi casi di “morti bianche”, si difende e accusa le sanzioni USA e UE: sebbene siano stati effettuati trasferimenti di denaro per dare continuità all’accordo le risorse sarebbero state bloccate da una banca portoghese a seguito delle sanzioni finanziarie degli Stati Uniti. Ma l'opposizione guidata da Juan Guaidó, riconosciuto come presidente ad interim da cinquanta paesi, sostiene che l'iniziativa era già fallita dal 2016 per "mancanza di input e ostacoli burocratici". 

Al padre di Erick, ora, la caccia ai responsabili non gli interessa molto. Erick non c’è più. Sulla bara, una foto scattata in ospedale mentre sorrideva con la speranza di una possibile salvezza in Italia. "Ma non c'è neanche bisogno di essere ignoranti, certo che avrebbe potuto avere la possibilità di ricevere aiuto", dice. La tragedia della famiglia di Erick si misura con una difficile,  poco dignitosa sopravvivenza, per chi come Gilberto fa il muratore. La famiglia dipende da una scatola di cibo consegnato dal governo ogni mese e da altri sussidi, ma non c'è denaro da raggiungere con un'inflazione del 130,060% nel 2018, secondo i dati ufficiali, e che il FMI prevede di raggiungere al 10.000.000% entro il 2019. 

Altri 26 bambini hanno bisogno di trapianti, così ogni morte si aggiunge al timore delle loro famiglie di fare la stessa fine. “Siolis Álvarez non può fare a meno di pensare che la prossima vittima sarà Alejandro, suo figlio di nove anni, malato di leucemia linfocitaria acuta, La stessa cosa può succedere a tutti noi. Si vive con la paura", ha detto alla AFP la 39enne. Siolis riceve la chemioterapia di suo figlio attraverso le ONG perché non può permettersi gli 800 dollari che costa portarla dalla vicina Colombia. Secondo le Nazioni Unite, circa un quarto della popolazione venezuelana ha bisogno di aiuti umanitari urgenti. Manca l’85 per cento dei farmaci, secondo le autorità sanitarie. 

La morte di bambini non devasta solo le famiglie dei piccoli. Adriana Ladera non vorrebbe tornare all'ospedale dove lavora come infermiera da cinque anni. “Vivere questa situazione, ti segna", confessa la trentenne, a volte non c'è nemmeno il sapone per le mani nel centro medico. "Ci sono giorni in cui vuoi correre e non tornare mai più", dice in lacrime. Ma lei ritorna nonostante la perenne mancanza di rifornimenti e la scarsità di cibo che il personale può offrire ai pazienti. Gilberto ha dovuto farsi prestare dei soldi per dare una degna sepoltura ad Erick. Funerali e tombe hanno un costo altissimo. Ci si affida alla carità, sennò le salme restano per mesi negli obitori degli ospedali.

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