Guaidó: arrestarmi
sarebbe un colpo di stato

| Il presidente ad interim annuncia che, in caso di arresto, scatterebbe una risposta internazionale senza precedenti. Nel sud del paese, nelle zone più impervie e sacre, la popolazione continua a lottare: “Dovranno ucciderci per fermarci”

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Il Presidente in carica Juan Guaidó ha assicurato che centinaia di militari lo hanno contattato per chiedergli come sostenere la transizione in atto nel paese. “Se decidono di commettere l'errore politico e storico di imprigionarmi sarebbe un colpo di stato”, ha tuonato il presidente ad interim in un’intervista rilasciata a “Noticias Caracol”. Tuttavia, ha sottolineato, “c’è anche molta paura: tanti sono stati minacciati e mi è stato riferito che non si sa più nulla di due ufficiali di alto rango che hanno preso la decisione di ribellarsi”. Dai calcoli, almeno 300 soldati venezuelani hanno disertato dal 23 febbraio scorso, quando il Venezuela si preparava ad accogliere l’arrivo di aiuti umanitari donati da altri paesi, cosa che è stata impedita dal personale di sicurezza fedele a Maduro.

Malgrado la minaccia di essere arrestato, Guaidó ha assicurato: “Ci vediamo a Caracas, molto presto. Non ho assunto questo impegno per esercitarlo fuori dal Venezuela”, ha commentato attraverso un video trasmesso dai social network. Riconosciuto come capo di stato da più di cinquanta paesi, Guaidó ha postato un video per annunciare il ritorno nel paese: la Corte Suprema di Giustizia, accusata dall’opposizione di seguire le istruzioni di Nicolás Maduro, ha emanato un provvedimento che vieta al giovane parlamentare di lasciare il paese, in modo che possa essere arrestato al suo ritorno dalla Colombia, dove si trova da venerdì scorso. Dopo l'incontro del Gruppo Lima “Ne sono seguiti altri che ci riempiono di coraggio e fanno parte della strategia che seguiremo nei prossimi giorni”.

Guaidó ha anche denunciato l’uso di prigionieri in uniforme militare per reprimere il popolo: “Molti dei soldati che hanno abbandonato l’usurpatore ci hanno raccontato come hanno istruito centinaia di prigionieri di sparare alla gente di Táchira e Bolívar. Nei prossimi giorni, dall’Assemblea Nazionale legittima ed eletta dal popolo, comunicheremo le misure che saranno prese a questo proposito”.

Sangue e guerra a Santa Elena de Uairén

Paura e rabbia mobilitano gli abitanti: la lotta non è solo per gli aiuti umanitari, ma per le sofferenze della comunità che abita le zone più remote del Venezuela. A sud-est del paese, c’è una terra millenaria abitata dal popolo “Pemón” che si presenta come un miracolo naturale che combina sabbie bianche, pendii verdi, pietre rosse, cascate cristalline e i più antichi tepui della storia della Terra. Una vecchia strada asfaltata si apre tra le montagne e migliaia di ettari di densi alberi si innalzano verso un cielo nuvoloso che non toglie nulla alla bellezza dell’imponente verde che circonda tutto. “Benvenuti al Parco Nazionale di Canaima”, recita un cartello di legno deteriorato su un lato della strada.

La brezza gelida colpisce il viso, da ogni tratto del sentiero emerge un forte odore di umidità e tutte le vestigia della città scompaiono: la Gran Sabana è grandiosa, infinita. Diversi toni di verde si mescolano nelle ampie vallate e, in lontananza, i tepuyes appaiono dietro le nuvole come un miraggio. Il sole si fa strada nel cielo grigio e la luce trasforma il paesaggio in una festa di colori. Ma al di là delle savane e delle moriche, questa zona è lo scenario di una guerra senza precedenti che avvolge gli abitanti in un misto di panico, sofferenza, furia e morte.

A pochi chilometri dal confine con la Repubblica Federativa del Brasile si trova Santa Elena de Uairén, capitale del comune di Gran Sabana, dove vivono creoli, brasiliani e pemoni: un punto cruciale per gli aiuti umanitari inviati dal Brasile. Dal 19 febbraio, per le strade di Santa Elena si staglia un’allarmante oscurità, il caos si annuncia così. “Ci hanno tolo la luce per non comunicare o organizzarci, ma non importa, con la luce o senza luce ci saremo”, dice una delle donne che guida un gruppo di volontari. Il pomeriggio è scossa da un annuncio di Nicolás Maduro che fa scattare gli allarmi: la chiusura a tempo indeterminato del confine con il Brasile a partire dalle 20:00 della stessa sera. Il caos che era rimasto quasi impercettibile è ora palpabile. La gente si precipita verso la linea di confine e i veicoli avanzano a tutta velocità per raggiungere le loro mete prima dell’orario del blocco. “Non importa se chiudono la frontiera, gli aiuti umanitari passeranno, renderemo possibile”.

Il cielo notturno della Gran Sabana è pieno di stelle che sembrano osservare dall’alto una città in cui la tensione aumenta con l’avanzare della notte: Santa Elena de Uairén sta vivendo le ore più critiche e difficili della sua storia.

Venerdì 22 febbraio, una carovana militare in viaggio verso la città di confine ha attaccato i Pemons di Kumarakapay, ne è nata una sparatoria che ha lasciato a terra 12 feriti e una vittima, Zoraida Rodriguez una donna indigena.

All’altezza di Fort Roraima, situato 10 chilometri prima del punto esatto della linea di confine tra Venezuela e Brasile, più di 20 guarnigioni della Guardia Nazionale Bolivariana sono schierate per impedire il passaggio degli aiuti umanitari inviati dal governo del Brasile. Con grida, slogan e persino armati di archi e frecce, centinaia di persone camminano per protestare contro il potere, contro la violenza e la repressione. I minacciosi carri armati militari, hanno un solo obiettivo: reprimere un popolo indignato che grida contro la sofferenza. Il suono dei primi gas lacrimogeni risuona nelle orecchie dei presenti e malgrado il fumo tossico invada tutto, non basta a placare i manifestanti che cercano un modo di reagire.

Il giorno successivo il valico di frontiera è chiuso e il centro della città si prepara ad una nuova giornata di combattimenti. Civili armati sorvegliano il punto di confine, non c’è traccia di funzionari GNB e in lontananza rimangono parcheggiati i mezzi corazzati in attesa di un ordine di azione. I carri armati iniziano a muoversi lentamente, ma la loro velocità sale e sono pronti a spazzare via tutto quello che incontrano sulla loro strada, si dirigono verso il centro della città, cambiano il loro obiettivo, vogliono prendere tutto.

Panico e furia catturano gli abitanti del villaggio, che corrono terrorizzati fra nuvole di gas lacrimogeni: le grida sono assordanti. “Stanno massacrando il popolo, ma questa è guerra e nessuno si arrende. Dovranno ucciderci tutti per fermarci”.

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