Haiti, l’anticamera dell’inferno

| Dieci anni fa un violento terremoto ha devastato l’isola caraibica, ma finita l’emergenza sono andati via quasi tutti, lasciando il Paese in preda alla corruzione, al degrado, alla povertà e a proteste sempre più violente

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Era uno dei paradisi terrestri, meta da sogno per viaggiatori da tutto il mondo: immersa nel mar dei Caraibi, Haiti ha subito colpi devastanti, che hanno messo in ginocchia la fragile economia tagliandola fuori anche dal turismo, una delle poche fonti di reddito degli isolani. La prima nel 2004, quando l’isola è attraversata dall’uragano “Jeanne”, nient’altro che un piccolo anticipo del destino rappresentato dal terremoto del 12 gennaio 2010, dieci anni fa esatti. Un sisma catastrofico di magnitudo 7.0, il secondo più distruttivo della storia, capace di mietere 222.517 vittime secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, che conteggia in 3 milioni le persone coinvolte nel terremoto, con 300mila feriti e 1,5 milioni di sfollati. Sei anni dopo, nel 2016, Haiti finisce nella traiettoria dell’uragano “Matthew”, il più mortale di sempre.

Il mondo intero si mobilita, e da ogni parte del pianeta arrivano aiuti e offerte, anche per debellare l’epidemia di peste scoppiata sull’isola che miete 8.183 vittime su 665mila persone contagiate. Dei soldi promessi, 6,4 miliardi di dollari, solo una piccola parte è arrivata ad Haiti, e a svanire è soprattutto l’attenzione del mondo intero: piano piano tutti si ritirano lasciandosi alle spalle la miseria di un Paese ridotto in macerie, il più povero dell’emisfero occidentale e una scia di polemiche, per le centinaia di bambini nati dagli abusi dei Caschi Blu dell’Onu su giovani haitiane.

Oggi, a dieci anni di distanza da quella scossa terribile, 6 milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà, con meno di 2,41 dollari al giorno, mentre altri 2,5 devono cavarsela con meno di un dollaro.

Una timida ripresa l’ha fatta registrare la capitale, Port-au-Prince, malgrado il terremoto del 2010 fosse localizzato da appena 25 km di distanza. Le strade e buona parte degli edifici sono stati ricostruiti, ma non basta a risollevare le sorti di un Paese sull’orlo del collasso. Una crisi politica, economica e sociale di proporzioni devastanti che si traduce in carenza di beni di prima necessità, un’inflazione da record, corruzione dilagante e mancanza di lavoro e prospettive che hanno aperto le porte alla violenza e alla malavita. Dallo scorso anno, gli haitiani sono scesi in piazza per protestare, a volte anche in modo violento: il governo di Jovenel Moïse aveva promesso un Paese migliore, ma le pezze non fanno ricchezza da nessuna parte del mondo, neanche lì.

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