Il Brasile di Bolsonaro, tra pesticidi e omofobia

| Dall'esagerata deforestazione dell’Amazzonia all’abuso dei pesticidi, dai soprusi verso le minoranze alla sottomissione nei confronti delle lobby internazionali: la popolarità del presidente in carica da gennaio sta rapidamente calando

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di Marco Belletti

Le immagini satellitari utilizzate per tenere sotto controllo l’Amazzonia parlano chiaro: in tutto il 2018 sono andati perduti 4.859 chilometri quadrati del più grande polmone verde del nostro pianeta. È stato raggiunto il più alto tasso di deforestazione negli ultimi dieci anni e i chilometri quadrati di foresta rasi legalmente al suolo sono stati l’84 per cento in più rispetto al 2017.

Dopo un periodo in cui sembrava che il trend fosse stato invertito, l’anno scorso e quest’anno il tasso di deforestazione è ripreso a ritmi dissennati. Ad affermarlo sono sia i dati ufficiali diffusi dal governo brasiliano, sia i rapporti pubblicati dalla ONG Imazon che ogni mese controlla attentamente quanto avviene in Amazzonia.

L’aumento della deforestazione sembra essere conseguenza diretta delle politiche economiche in Brasile, che ha colto l’opportunità offerta dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina per aumentare le esportazioni di soia e carne bovina, le cui produzioni sono la principale causa della distruzione dell’Amazzonia.

Inoltre, l’elezione nel gennaio 2019 dell’ex-militare di estrema destra Jair Bolsonaro come presidente del Brasile, è stata una ulteriore minaccia per la foresta, per le popolazioni indigene e per la biodiversità amazzonica. Come aveva promesso in campagna elettorale, Bolsonaro ha provato ad accorpare il ministero dell’Ambiente (ritenuto inutile) con quello dell’Agricoltura, salvo poi cambiare idea. In ogni caso, per lui la tutela dell’ambiente è passata in secondo piano rispetto alla produzione agricola e agli interessi dei settori agricolo e industriale: le conseguenze sono gravi per tutto il pianeta, in quanto è davvero prezioso il ruolo della foresta amazzonica nell’assorbire grandi quantità di CO2.

Terribili gli effetti negativi per le popolazioni brasiliane. In meno di sei mesi dal suo insediamento, Bolsonaro ha autorizzato la vendita di 152 nuovi pesticidi nel Paese e sembra che entro la fine del 2019 il ministero dell’Agricoltura ne registrerà complessivamente 1.300: erano 139 nel 2015 sotto l’amministrazione di Dilma Rousseff. Sono stati autorizzati anche nuovi prodotti a base di glifosato, che l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro considera nocivo per l’uomo.

Si tratta di sostanze che in molti Paesi sono state bandite, spesso dalle stesse nazioni in cui sono prodotte: per esempio, l’insetticida Clorpirifos (prodotto dal 1965 dalla Dow Chemical Company) è stato vietato negli Stati Uniti dopo che è stato associato a disabilità nello sviluppo dei bambini.

La Fondazione Oswaldo Cruz è uno dei principali istituti di ricerca sulla salute pubblica in Brasile. Secondo alcuni studi effettuati da questa organizzazione, sono circa 100 mila i casi di intossicazione da pesticidi registrati ogni anno nella nazione sudamericana, me per altri si tratta di valori sottostimati con molte persone che non denunciano gli avvelenamenti per paura di rappresaglie.

Un rapporto di Human Rights Watch uscito l’anno scorso documenta casi di intossicazione acuta da pesticidi in sette località in Brasile. L’organizzazione non governativa internazionale, che si occupa della difesa dei diritti umani, afferma che i più colpiti sono le comunità indigene e quelle dei neri discendenti degli schiavi in fuga dalle piantagioni.

Vomito, nausea, mal di testa e vertigini i sintomi in caso di basse esposizioni, ma aumentando il tempo di contatto con i pesticidi – anche a basse dosi – si manifestano infertilità, sottosviluppo dei feti, cancro e altre gravi conseguenze sulla salute. Per il governo brasiliano si tratta di banali effetti collaterali che certamente saranno trascurati pur di non rinunciare a un mercato da 10 miliardi di dollari, soldi in arrivo da società multinazionali con sede negli Stati Uniti, in Germania e in Cina.

Leader populista e sostenitore della dittatura militare degli anni Ottanta, Bolsonaro – oltre a non aver mai fatto mistero delle sue posizioni anti-ambientaliste e di essere anche un convinto negazionista dei cambiamenti climatici – è anche un nemico dichiarato della comunità omosessuale e delle minoranze in generale, delle donne e delle popolazioni indigene.

In questo scenario, risale alla fine di maggio una disposizione della Corte Suprema Federale del Brasile che stabilisce come l’omofobia sia un reato, alla stregua del razzismo. Una maggioranza stretta – sei giudici su undici – ma sufficiente per riconosce i diritti, proteggere e tutelare il popolo LGBT (sigla utilizzata come termine collettivo per riferirsi a persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender) da sempre sottoposto in Brasile a violenza, discriminazioni e morti. Basti pensare che nel 2018 sono state oltre 140 le persone di orientamento sessuale gay, lesbico e transgender uccise nella nazione sudamericana. L’omofobia è così diventata un reato penale punito con reclusioni fino a 30 anni. Il verdetto della Corte Suprema Federale argina in qualche modo la politica omofobica di Bolsonaro, anche se dà vita a nuove opportunità di scontro tra lui e i suoi sostenitori contro magistratura e Parlamento, considerati i nemici che impediscono al presidente di portare a termine i progetti, rendendo ingovernabile il Brasile.

A gettare ulteriore benzina sul fuoco della contestazione, nuovi controversi provvedimenti adottati da Bolsonaro come la sospensione dei sussidi accademici per la ricerca post-universitaria e due recenti decreti per facilitare l’acquisto delle armi da fuoco da parte dei cittadini.

Dall’insediamento a oggi, la popolarità del presidente è in costante discesa e la nazione sta sempre più diventando una polveriera pronta a esplodere.

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