Il Messico è sotto assedio, ma non dal virus

| La nazione centramericana è l’unica al mondo in cui i morti per coronavirus sono meno di quelli provocati dalla malavita: feroci guerre tra i cartelli provocano centinaia di morti. E intanto, in uno zoo è nato un raro tigrotto

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Di Marco Belletti
I messicani sono tra due fuochi, tralasciando per un attimo quello per ora più a parole che a fatti minacciato da Trump. Il primo è il coronavirus che si sta propagando rapidamente anche nel Paese centramericano, dove si contano già oltre 1.500 contagiati e una cinquantina di morti. Il secondo è il narcotraffico che a marzo ha ucciso oltre 2.500 persone.

La popolazione teme che le misure di contenimento della pandemia possano causare saccheggi diffusi di case e negozi, dopo che alcuni criminali hanno svaligiato gli esercizi commerciali che erano stati chiusi e hanno pubblicato sui social media post per incoraggiare gli abitanti comuni a fare altrettanto.

La polizia di Città del Messico ha recentemente arrestato una decina di persone che avevano tentato di rapinare negozi in quattro quartieri della capitale. Le autorità hanno rassicurato la cittadinanza affermando che non è l’inizio di un’ondata di saccheggi, spiegando che cibo e medicinali non mancano e sono garantiti per tutti. In una conferenza stampa indetta per commentare gli arresti, il sindaco della città, Claudia Sheinbaum, ha assicurato “una sorveglianza permanente dei social network nel caso in cui compaiano appelli al saccheggio” e ha spiegato che i ladri prendono di mira i negozi per rubare televisori e computer e che questi episodi non hanno nulla a che fare con la crisi per il coronavirus.

Cittadini e commercianti sono ovviamente decisamente preoccupati, anche in considerazione del fatto che molto raramente polizia e inquirenti riescono a tenere sotto controllo la malavita. “Durante una pandemia di questo genere - ha scritto su un social il proprietario di un negozio nei pressi di Città del Messico - è incredibile che la gente organizzi saccheggi. Le autorità devono vigilare perché noi imprenditori abbiamo paura di essere attaccati e perdere le nostre uniche possibilità di sopravvivenza”. 

Ma a fare ancora più paura del coronavirus e dei saccheggi collegati, è la malavita - organizzata o meno, formata da narcotrafficanti o delinquenti comuni - che provoca, unico Paese al mondo, più morti per omicidi che per la COVID-19. Il rischio imbattersi in una pallottola vagante durante una guerra tra bande è quanto mai elevato, in tutta la nazione, e di conseguenza la gente cerca di uscire di casa il minimo indispensabile. Unica nota positiva è che con questo terrore il governo fa relativamente poca fatica a invitare la cittadinanza a mantenere le distanze sociali e l’isolamento o la quarantena.

La regione più colpita dalla guerra di bande è Guanajuato, con più omicidi di tutta la nazione: nel weekend di fine marzo, quando il governo ha annunciato al Paese le misure di contenimento, si sono verificati oltre 200 omicidi, a cui se ne sono aggiunti altri 80 nei primi due giorni di aprile, mentre le vittime per il coronavirus erano “solamente” 29.

I vari gruppi criminali sono in guerra per qualsiasi motivo: dal controllo delle piccola città ai grandi centri urbani, dalla gestione delle zone agricole a quella dei mercati della droga, fino alle rotte dei narcotrafficanti o ai campi coltivati a marijuana, passando attraverso i furti di carburante, le estorsioni e i sequestri di persona. A questo “mood” che rende la vita ai messicani tutt’altro che piacevole, bisogna aggiungere la diffusa povertà di milioni di cittadini e la frustrazione di non avere fiducia nello Stato, spesso corrotto e colluso con assassini, narcotrafficanti e delinquenti comuni.

Il caso della regione di Guanajuato – prima tranquilla area industriale e ora snodo del narcotraffico – è emblematico: 315 omicidi in piena pandemia è un record, dopo che a gennaio e febbraio i morti assassinati erano stati comunque molti. La causa principale della strage è la guerra tra le bande rivali del cartello di Jalisco e di Santa Rosa di Lima per il controllo del territorio.

Il governo messicano cerca di mettere un freno alla mattanza e – con l’aiuto degli Stati Uniti – ha fissato una taglia di 10 milioni di dollari per informazioni che possano portare alla cattura di Nemesio Oseguera, alias “El mencho”, capo del cartello di Jalisco. In un blitz coordinato con la DEA statunitense, poco tempo fa Oseguera è fuggito in un modo che forse neppure in un film sarebbe sembrato credibile, con i suoi uomini che hanno dato fuoco ad alcune auto rubate con cui avevano bloccato l’accesso al covo del boss.

In questa difficile e doppiamente pericolosa situazione, c’è anche chi insinua che scuole, università e negozi sono stati chiusi sì per sicurezza, ma non per ridurre il contagio da coronavirus, bensì per proteggere i cittadini dalle pistole dei narcotrafficanti.

E mentre in Messico si spara e si muore per i più svariati motivi, una notizia positiva arriva da un piccolo giardino zoologico nella città di Cordova, dove il 14 marzo è nato un cucciolo di tigre del Bengala. “Lo abbiamo chiamato Covid – ha detto la figlia del proprietario - perché la sua nascita è un segno di speranza nella battaglia contro il coronavirus”. Sembra che nessuno si aspettasse l’arrivo del cucciolotto (è piuttosto raro che questa razza di tigri si riproduca in cattività) e la sorpresa è stata grande tra tutti gli etologi. Probabilmente Covid attirerà visitatori in questo momento drammatico per il Paese, spingendo qualcuno e sfidare le sparatorie dei delinquenti e a chiedersi per quale strano motivo, il tigrotto non sia stato chiamato “Narcos”.

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