La madre di Oscar Perez, un muto dolore

| Ha pubblicato su twitter la foto del figlio, ucciso dalla polizia di Maduro nel gennaio 2018, assieme ai bambini che seguiva con amore. La reazione commosso del web: "La madre di un figlio che ha dato la sua vita al Paese"

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MICHAEL O'BRIEN

Aminta Pérez,  la madre di Óscar Pérez, ufficiale del Cuerpo de Investigaciones Científicas Penales y Criminalíticas, assassinato dalla polizia segreta di Maduro nel gennaio 2018, ha condiviso sabato una fotografia del figlio su Twitter, dove l'ex funzionario appare in compagnia di alcuni bambini. La madre di Óscar Pérez non ha scritto alcun commento quando ha condiviso l'immagine, ma gli utenti del social network sono stati grati per la pubblicazione. "Che bella foto: questa è quella che io chiamo "trascendere". Grazie per averlo condiviso", ha scritto un utente. "Avete l'orgoglio di sentirvi benedetti per aver avuto un figlio che ha dato la sua vita per il suo paese, cosa che le madri di criminali che usurpano il potere non saranno in grado di fare", si legge in uno dei commenti.

La storia. Oscar Perez aveva 36 anni e aveva fatto fatto parte della polizia venezuelana, quindi fu addestratore cinofilo, paracadutista, pilota e ispettore del Cuerpo de Investigaciones Científicas Penales y Criminalísticas de Venezuela (CICPC). Poi era passato nelle forze d'elite anti-terrorismo e, infine, aveva lasciato clamorosamente l'amministrazione alcuni mesi fa in aperta opposizione con il contestato regime del presidente Madero, con l'accusa di  volere lottare contro corruzione, violenze, assassini di massa. Bel ragazzo, ex attore - è stato il protagonista di un film che ha avuto successo, "Muerte Suspendida", in cui interpretava un poliziotto impegnato a liberare un imprenditore rapito - a giugno aveva rubato un elicottero della polizia (aveva anche il brevetto di pilota) per effettuare un volo ripreso in video sui palazzi del potere. Aveva lasciato cadere due granate, senza fare danni ma il gesto era servito a Maduro per denunciare un tentativo di colpo di stato e ridurre così ulteriormente gli spazi di libertà di un popolo letteralmente alla fame. Anche se era evidente che si era tratto di un gesto isolato, simbolico, privo di qualsiasi collegamento con l'opposizione. Un gesto alla D'Annunzio, dal vago sapore futurista.

Abraham Agostini

Assieme a un piccolo gruppo di guerriglieri, tra cui un'infermiera, era da qualche tempo braccato dalle forze di sicurezza. Ogni tanto un video sui social per ricordare che stava combattendo per la libertà del popolo venezolano. Il fronte dell'opposizione non lo aveva aveva accettato completamente nelle sue fila. Perchè i gesti spettacolari di Perez erano variamente interpretati, come fossero un modo per creare un personaggio mediatico ma non politico. Alla fine del suo percorso, Oscar Perez e il suo gruppo, traditi da un abitante de El Junquito, nel distretto di Caracas, che, fingendo di condividere le loro idee, li aveva segnalati alla polizia, è morto - si può dire - assassinato il 15 gennaio 2018. Quando gli agenti delle forze speciali hanno circondato la casa, hanno fatto capire (dopo avere isolato la zona e allontanato i residenti) che non c'era alcuna trattativa da avviare con i guerriglieri di Perez, nonostante che all'interno ci fossero anche donne e bambini. Gli specialisti del commando hanno lanciato granate e lacrimogeni con lo scopo di stanare gli armati che, in un paio di video girati fortunosamente poco prima di essere uccisi, urlavano ai miliziani "no sparate, no sparate por favor!!!".

 

Lisbeth Ramirez


Perez lo ha spiegato prima di essere giustiziato con alcuni colpi alla testa: "Hanno detto che ci uccideranno, stiamo combattendo e morendo per la libertà del Venezuela, non vogliono nessuna trattativa". Il corpo dell'ex ispettore compare poi in un fotogramma, al suolo, con vistose ferite alla testa. Con lui sono morti un 28enne di origine italiana, la cui famiglia è molto conosciuta nella comunità, Abraham Agostini. Gli altri morti sono José Díaz Pimentel,  Abraham Lugo, Jairo Lugo y Daniel Soto. Si possono vedere nel video (allegato) gli ultimi istanti di vita di questi ragazzi che, prima di entrare in clandestinità avevano affidato ai familiari un audio-video di addio, in cui spiegano le ragioni di una scelta magari anche controversa, ma che fa comunque riflettere sul momento storico che sta attraversando il paese del chavismo e del madurismo. 

Il suo cadavere e quello dei suoi compagni sono stati messi in bare sigillate e portati a Caracas. Quello di Lisa è stato restituito ai familiari a cui è stato impedito di svolgere i funerali secondo il rito evangelico. Gli altri quattro guerriglieri sono stati sepolti in una fossa comune lontana dalla capitale. Il funerale del leader, morto coraggiosamente e consapevolmente, è stato sepolto a Caracas. Vi hanno potuto partecipare solo due familiari, una zia e una sorella, circondate da una selva di poliziotti armati sino ai denti. Alcuni sostenitori sono stati allontanati con manganelli e lacrimogeni. Si chiude così la breve epopea di un uomo carismatico e intelligente, che aveva scelto la strada - solitario - della lotta armata, il primo guerrigliero sudamericano che ha potuto usare i social per raccontare le sue  gesta. 

L'opposizione a Maduro predilige uno scontro ancora sostanzialmente pacifico, nel solco della tradizione democratica di questo paese che ha accolto migliaia di italiani, compreso chi sta scrivendo questo report su Oscar Perez. Gli oppositori di origine italiana seguivano le imprese dell'ispettore con grande interesse senza capire bene quale fosse il suo progetto. Pochi hanno sposato la tesi che fosse un provocatore, un agente della Cia o solo un uomo in cerca di pubblicità. Ma di sicuro non aveva cercato contatti con le formazioni di centro destra di area cattolica in cui si identifica buona parte della comunità di origine italiana e dell'opposizione a un regime marxista solo di nome ma legato a vecchie oligarchie.  Tutte le organizzazioni umanitarie hanno denunciato con forza il "massacro di El Junquito" ma il regime non ha fatto nulla per mascherare le sue intenzioni. Maduro, davanti ai capi di Esercito e polizia che ancora lo sostengono, ha detto che "quella è la fine che faranno tutti i terroristi", mentre la tv di Stato, la sera delle sei uccisioni, ha dato la notizia dello "Smantellamento di un pericoloso gruppo terrorista".

 

Oscar Perez guerrigliero


Se non altro, la fine tragica di Perez e dei suoi, con le loro divise mimetiche, le armi ostentate, i giubbotti e i caschi anti-proiettili, il culto dell'azione armata, hanno dimostrato ai tanti giovani che sembravano suggestionati dalle loro imprese che seguirli su quella strada vuol dire farsi uccidere, imprigionare, torturare dalle squadre della morte di Maduro, ormai simile ai generali argentini del '78 e al dittatore Pinochet. Il messaggio è chiaro: le garanzie democratiche sono sospese. E in Venezuela è tempo di licenza di uccidere. L'opposizione definisce così il tragico finale di El Junquito: "Esecuzioni extra-legem". 

 
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