Le vedove nere dei cartelli messicani

| Come il celebre ragno predatore sono belle, spietate, crudeli e assetate di sangue. C’è una nuova generazione di donne giovani che spinte dalla povertà, guidano organizzazioni criminali con polso fermo, in un mix di sesso, sangue e violenza

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La morte di Claudia Ochoa Felix, la “Kardashian” del cartello di Sinaloa, ha acceso i riflettori su un fenomeno che sta completamente cambiando la mappa della violenza in tutto il Sudamerica e in particolare in Messico, dove la guerra fra i cartelli è costata la vita a 115mila persone in appena dieci anni, dal 2008 al 2018.

Dopo la fine dei duraturi regni di boss come Escobar ed “El Chapo”, gli uomini cedono sempre di più il passo ad una generazione di donne tanto belle quanto spietate, che non hanno nulla da invidiare ai colleghi maschi in fatto di crudeltà, sete di potere, denaro e vendetta.

Juana, conosciuta come “Le Peque”, ha i capelli rossi che le scorrono lungo le spalle: sembra una ventenne come tante, se non fosse che nelle mani stringe un fucile mitragliatore. E alla faccia dell’aria innocente e maliziosa che mostra in foto, è considerata una delle donne più pericolose del mondo, un’assassina assetata di sangue che ha ucciso cinque uomini, ha bevuto il loro sangue e fatto sesso con i loro corpi decapitati. Nata a Hidalgo, vicino a Città del Messico, Juana è stata reclutata dallo spietato cartello “Los Zetas” mentre lavorava come prostituta: è diventata una delle killer più temute della banda e dopo l’arresto, nel 2016, non ha esitato a vantarsi delle sue sanguinose imprese attraverso un blog che aggiornava dalla sua cella: “Fin da bambina ero ribelle, poi sono diventata tossicodipendente e alcolizzata”. Rimasta incinta a 15 anni, si è vista costretta alla prostituzione per mantenere il figlio prima di diventare una delle sentinelle degli Zeta: il suo compito, tenere d’occhio nemici e poliziotti fino a otto ore al giorno. La presa di coscienza di essere finita in un mondo brutale arriva qualche tempo dopo, quando ha visto fracassare la testa di un uomo con una mazza: “Pensavo solo che non avrei voluto finire in quel modo”. Poi, però, in lei si è sviluppato il gusto per il sangue: “Mi eccitava, mi piaceva strofinarmi e fare il bagno nel sangue di una vittima, l’ho anche bevuto”. Secondo un sito specializzato, Juana ha ammesso di aver ucciso cinque uomini, insinuando che abbia fatto “sesso con i cadaveri decapitati, usando le teste mozzate e il resto dei loro corpi per divertirsi”.

Joselyn Alejandra Niño si definisce “La Flaka”, quella magra. Ha il volto sorridente e sereno, ma anche lei è un’assassina senza scrupoli e pietà, addestrata dal cartello “Los Ciclones”, un gruppo del potente cartello del Golfo in lotta con altre bande rivali a sud del confine con il Texas. È stata lei ad uccidere in modo orribile quattro uomini, fatti a pezzi e stivati in celle frigorifere. Si pensava che gli omicidi fossero opera di un’altra assassina conosciuta come “Gladys of the Zetas”, che finora è riuscita a sfuggire alla giustizia.



Conosciute come “Sicarias”, si comportano come fanno spesso le femmine nel regno animale: usano il loro aspetto per incantare le vittime prima di ucciderle a sangue freddo. Iniziano da piccole: hanno non più di sette anni quando i signori della droga le rapiscono o le strappano con la forza dalle loro famiglie, e crescono perfettamente e addestrate a uccidere e a vivere nel lusso ostentato dai trafficanti più ricchi. E nell’era dei social, fra pose sexy in lingerie, sfoggiano pistole, giubbotti antiproiettile e animali esotici che tengono in giardino.

Un fenomeno in ascesa che sta cambiando anche la popolazione carceraria: negli ultimi tre anni, nel solo Messico, si è registrato un aumento del 400% del numero di donne imprigionate per crimini federali.

Andrew Chesnut, professore alla Virginia Commonwealth University, è convinto che sia in atto un’inversione storica dei posti di comando dei cartelli della droga verso donne “giovani, belle e spericolate" attirate dallo stile di vita milionario delle bande di trafficanti e affascinate dalla violenza. “C’è un legame inestricabile tra sesso e morte nella cultura di queste donne, che tentano di scalare la popolarità fra i narcos facendo leva sul desiderio sessuale e sulla brutalità di cuoi sono capaci. Queste ragazze sanno di dover mantenere un basso profilo, ma per molte, la tentazione di postare su Instagram e Twitter è troppo forte e finiscono per diventare dei bersagli”.

Secondo la fotogiornalista Katie Orlinksy, che ha passato anni a documentare la vita dei cartelli in Messico, la “femminilizzazione della guerra della droga” è una tendenza recente, alimentata dalla morte di tanti uomini e dalla mancanza di opportunità e speranze di poter avere un futuro. In un’economia e una società in frantumi, le donne sono facilmente attirate in attività criminali come il traffico di droga e i sequestri di persona, spesso le uniche opzioni possibili e veloci per sostenere economicamente i loro figli e le famiglie”.

“La China” era il nome d’arte di Melissa Margarita Calderón Ojeda, una delle più leggendarie leader di tutto il Messico, con un bilancio personale stimato in 150 omicidi commessi in 10 anni. All’inizio della sua carriera, a 20 anni, quando ha iniziato a frequentare Erick Davalos Von Borstel, membro del cartello di Damaso, Ojeda ha scalato rapidamente i vertici dell’organizzazione criminale, arrivando ad avere un piccolo esercito personale composto da 50 persone. Ma quando Erick è stato assassinato dalla gang rivale El Grande, la China ha preso in mano ogni cosa: con un nuovo esercito formato da 300 assassini, una flotta di spacciatori e innumerevoli agenti di polizia corrotti in tasca, ha puntato le mani su La Paz e i cadaveri hanno cominciato ad accumularsi, spesso scaricati sulla porta di casa delle famiglie con parti del corpo mancanti. La China è stata arrestata all’aeroporto di Cabo San Lucas, e sta scontando l’ergastolo in un carcere di massima sicurezza.

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