Maduro sempre più isolato

| L’ennesimo endorsement del presidente Trump rende più solida la posizione internazionale di Juan Guaidò, che rifiuta di trattare con Maduro e indica la roadmap verso nuove elezioni. Diversi giornalisti arrestati

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di Michael O'Brein

Alla mobilitazione pubblica invocata da Juan Guaidò hanno risposto 5.000 località venezuelane, da Caracas a Maracaibo, Zulia, Tachira e Bolivar. Lo stesso presidente del parlamento, che ha assunto i poteri, ha raggiunto un gruppo di manifestanti per ringraziarli di persona per la resistenza. Nelle stesse ore, Guaidò svela in un tweet l’ennesimo endoserment inaccasato di Trump: una telefonata con il presidente Trump, con reciproci scambi di convenevoli e incassando ancora una volta l’endorsement del capo della Casa Bianca.

In un intervento pubblicato sul “New York Times”, Guaidò racconta anche di aver incontrato segretamente i vertici delle forze armate, convinto che qualsiasi transizione di potere non potrebbe avvenire senza “il sostegno dei principali contingenti militari, per questo abbiamo avuto incontri clandestini con le forze armate e le forze di sicurezza”, senza però scendere nel dettaglio su chi fossero i suoi interlocutori. “Il ritiro dell’esercito dal supporto a Maduro è cruciale per consentire un cambiamento di governo, e la maggioranza dei militari in servizio concorda sul fatto che i recenti travagli del paese sono ormai insostenibili. La sfida politica è una vera lotta per la "libertà e ad essere in gioco è la sopravvivenza della nostra democrazia. Il tempo di Maduro sta per finire, ma per gestire la sua uscita senza spargimenti di sangue, tutto il Venezuela deve unirsi e spingere per la fine del suo regime”.

Per raggiungere l’obiettivo, il leader dell’opposizione ha tracciato una tabella di marcia verso la democrazia che coincide con la fine della dittatura di Maduro, passando poi per un governo di transizione che guidi il paese verso elezioni democratiche.

Maduro, ricorda Guaidò, è stato rieletto al suo secondo mandato lo scorso anno, e anche se ha affermato che si è trattato di elezioni regolari, gli osservatori internazionali ne hanno messo in dubbio la legittimità.

Intanto nuovi focolai di protesta sono scoppiati in tutto il Venezuela sulla scia della scelta di congelare i conti bancari e imporre un divieto di spostamento a Guaidò, messo sotto inchiesta dal procuratore generale malgrado la norma che impedisce ai membri del parlamento di incappare in procedimenti giudiziari.

Per gli analisti internazionali è significativa la scelta di Guaidò di comparire di persona su un giornale americano, dettaglio che dimostra l’importanza attribuita al sostegno internazionale e soprattutto a quello degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump si è schierata al fianco del presidente autoproclamato fin dall’inizio della crisi, insieme a un pugno di democrazie europee e sudamericane. La Casa Bianca ha commentato l’auspicio di un “ritorno alla stabilità del Venezuela per ricostruire solide relazioni”.

Carlos Vecchio, il diplomatico designato da Guaidò in America, ha incontrato i funzionari statunitensi e i membri della Commissione per le relazioni esterne del Senato, commentando che non esiste l’intenzione di richiedere il supporto militare americano. “Siamo qui per presentare a livello internazionale un ordine del giorno molto chiaro: vogliamo mettere fine all’usurpazione del potere di Nicolas Maduro, stabilire un governo di transizione e chiedere elezioni libere e trasparenti il più presto possibile”.

Il senatore Jim Risch, presidente della commissione, è convinto che Guaidò abbia “un piano legittimo e non violento” per stabilizzare la situazione del suo Paese. Ma il consigliere statunitense per la sicurezza nazionale John Bolton è stato ancora più perentorio, avvertendo le autorità venezuelane che azioni contro Guaidò, da Washington riconosciuto come il legittimo presidente, avrebbero “gravi conseguenze”.

In una serie di messaggi inviati attraverso i social, Maduro ha fatto appello direttamente ai cittadini americani, chiedendo loro di fermare l’amministrazione Trump, prima di trasformare il Venezuela in “un Vietnam dell’America Latina”.

“Siamo un popolo pacifico, con una democrazia solida e vogliamo avere relazioni rispettose con tutti, ma chiediamo rispetto”. Maduro ha anche affermato di essere pronto a trattare con l’opposizione, ma ha escluso nuove elezioni presidenziali fino al 2025, poi è partito all’attacco, accusando Washington di aver preso di mira il paese per mettere mano sul petrolio e di essere anche la causa principale della carenza di cibo, dell’impennata disoccupazione e della massiccia iperinflazione che ha spazzato via i risparmi di milioni di persone. A smentirlo sono però gli economisti, che indicano nelle cause del disastro anni e anni di cattiva gestione economica. Maduro e il suo predecessore, Hugo Chavez, hanno finanziato enormi programmi di assistenza sociale e politiche di controllo dei prezzi nel tentativo di guidare il paese verso il socialismo, rinchiudendo gli oppositori politici ed eliminando sistematicamente l’opposizione.

Per le strade, la situazione è tutt’altro che tranquilla. Diversi giornalisti stranieri che hanno raccontato i disordini in atto nel paese sarebbero stati arrestati: due reporter cileni, Rodrigo Perez e Gonzalo Barahona, sono stati arrestati mentre trasmettevano in diretta nei pressi del palazzo presidenziale di Miraflores e il presidente cileno Sebastian Piñera è intervenuto chiedendo l’immediato rilascio: “Il nostro ministero degli Esteri sta prendendo tutte le misure necessarie: la libertà di stampa è un’altra vittima del Venezuela”. Anche la rete televisiva francese “TF1” ha riferito che due loro giornalisti, Pierre Caillet e Baptiste des Monstiers, sono finiti in manette: “Al momento, è difficile dire di più, rischiamo di aggravare la loro situazione”. La notizia è stata confermata dal Ministero degli Esteri francese: “La nostra ambasciata ha chiesto la protezione consolare in conformità con la Convenzione di Vienna”.

Dura la replica del ministro degli esteri venezuelano Jorge Arreaza che ha riferito di giornalisti stranieri entrati illegalmente in Venezuela: “Come in qualsiasi altro paese del mondo, i giornalisti non possono agire impunemente. I media internazionali sanno che, per evitare inutili disagi, devono completare le procedure necessarie presso i consolati prima di partire”.

I giornalisti sono tra le centinaia di persone arrestate, più di 800, a cui si aggiungono 40 morti, ha confermato il dipartimento dell’Onu per i diritti umani.

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