Messico, la strage dei candidati alle elezioni

| Oltre 30 morti dall’inizio dell’anno nelle file di chi era in corsa per le lezioni di medio termine del prossimo 6 giugno. Fare politica nel paese Sudamericano equivale spesso a una condanna a morte

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L’ultimo, in ordine di tempo è stato Abel Murrieta, ucciso giovedì scorso al termine di un comizio a Cajeme, nello stato di Sonora, nel nord del Messico. Ex procuratore e avvocato, era candidato per il Movimento Ciudadano, noto per aver rappresentato la discussa famiglia LeBaron, il cui massacro di 9 persone del 4 novembre 2019 aveva scosso l’intero Paese. Stesse modalità per la morte di Fernando Puron Johnston, ex sindaco in corsa come governatore dello stato di Coahuila, ucciso nel giugno dello scorso anno dopo aver giurato di voler combattere con ogni mezzo il cartello “Los Zetas”.



Dall’inizio dell’anno, Murrieta è il trentesimo candidato alle elezioni di medio termine del 6 giugno prossimo a cadere sotto i colpi d’arma da fuoco: un giro elettorale che significa oltre 21mila posti in palio fra governo nazionale e locali, più quello di 15 governatori. Ma sul numero impressionante di politici uccisi, le forze dell’ordine sospettano che qualcuno fosse in realtà coinvolto in prima persona con i cartelli, come Pamela Teran, figlia di un potente boss, uccisa il 2 giugno del 2020.

“Correre per una carica in Messico significa firmare la propria condanna morte”, racconta Mario Alberto Chàvez, lo scorso 18 aprile vittima di un attentato in un ristorante a cui è scampato per miracolo. Ammette di aver pensato di abbandonare la campagna elettorale dopo numerose telefonate minatorie che lo mettevano in guardia sulle possibili conseguenze, per lui e la sua famiglia. Ha scelto di cambiare strategia: non più comizi ad alto rischio, ma una campagna porta a porta.

La strage dei candidati impone a quelli che restano di mettere al primo posto nei programmi la lotta all’altissimo tasso di criminalità che lo scorso anno in Messico è culminato in 25.339 omicidi, trasformando quei dodici mesi nel record dei più sanguinolenti di sempre. Una guerra che si combatte aspramente dal 2006, quando il governo ha schierato l’esercito per fermare il traffico di droga, scatenando una lotta con i cartelli costata 200mila omicidi e almeno 30mila persone scomparse.

Secondo la società di consulenza “Etellekt”, dal settembre dello scorso anno 83 politici sono stati assassinati, e il 63% di loro militavano nei partiti di opposizione al governo. Nello stato di Guerraro, 496 candidati hanno scelto di abbandonare la politica.

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