"Se Guaidò rientra lo faccio arrestare"

| Maduro, totalmente isolato nel suo palazzo di Miraflores, a Caracas, minaccia il presidente ad interim. "Gli Usa vogliono il greggio venezuelano e sono pronti alla guerra". Ma tace sui morti della Gran Sabana

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MARIA LOPEZ
Il Presidente Nicolás Maduro minaccia il il capo del Parlamento, Juan Guaidó, riconosciuto da più di cinquanta paesi come capo di stato ad interim del Venezuela: "Dovrà affrontare la giustizia se decide di tornare nel paese, ha violato il divieto della Corte Suprema di Giustizia di lasciare il Venezuela". Parole pronunciate indossando idealmente la divisa da comandante in capo dell'Esercito, ma più somigliante a un caudillo degli Anni '50, con il petto pieno di medaglie e patacche mai conquistate, di nastri colorati e galloni inesistenti. Guaidó si trova nel territorio di Neogranadino dallo scorso venerdì, un giorno prima della data prevista per l'entrata degli aiuti umanitari nel paese da Cúcuta, in Colombia, Roraima, in Brasile e Curacao, nelle Antille olandesi. Ha partecipato ad un vertice del Gruppo Lima a Bogotá, a sostegno del Venezuela, da dove ha detto che questa settimana sarebbe tornato nel suo Paese. Il vicepresidente Usa Mike Pence ha offerto tutto il suo aiuto, compreso quello dei Democratici (Bernie Saunders, storico esponente dei Dem di sinistra e candidato alla Casa Bianca si è detto d'accordo con Trump, a proposito di Maduro) mentre l'opzione militare ha visto la contrarietà del Gruppo di Lima che appoggia Guaidò. Ci saranno altre sanzioni, ancora più dure.
Nell'intervista, ha riferito AFP, Maduro ha accusato il governo degli Stati Uniti di aver costruito una crisi per iniziare una guerra in Sud America. Ma il dittatore tace sui 25 morti della Gran Sabana, uccisi dalle squadre della morte che lui arma e finanzia, e sui 300 feriti durante gli scontri per impedire l'ingresso degli aiuti umanitari al suo popolo affamato. Maduro contesta anche la riunione del Gruppo Lima: "Un tentativo di stabilire un governo parallelo in Venezuela". Pence ha confermato a Guaidó il pieno sostegno del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e ha annunciato un nuovo esborso di 56 milioni di dollari per i paesi che ricevono i migranti venezuelani. 
"Gli Stati Uniti vogliono il petrolio greggio venezuelano e sono disposti ad andare in guerra per quel petrolio", si difende Maduro, invocando come sempre il complotto yankee per impadronirsi delle risorse del Paese. Peccato che le sue riforme economiche siano miseramente fallite e l'inflazione su base annua a 6 zeri, ha ridotto il potere d'acquisto della moneta a nulla. Ma il regime chavista evita di fare i conti della realtà. Finge di non vederla, e si trincera dietro le armi russe e cinesi con cui arma un Esercito fino a ieri fedele ma ora in preda ai primi segnali di sgretolamento, con decine di soldati che disertano di ora in ora. Ieri alcuni giornalisti americani sono stati fermati dalla Sebin, la polizia segreta, e rilasciati in serata. Il regime non è mai stato così spaventato. L'idea di finire sotto processo per i crimini politici, le incarcerazioni illegali, le torture e le morti sospetti di oppositori costringono Maduro e al suo clan di complici a resistere ad oltranza. A spese del popolo e degli interessi della nazione, umiliata e devastata.
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