Caracas, il popolo si mobilita contro Maduro

| Oggi manifestazione ma lui ora vuole trattare. Segnalate colonne militari. Comunità italiana furente con Italia giallo-verde: "Incertezza ci mette in pericolo". Contractors russi. Guaidò, beni e passaporti bloccati.

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MICHAEL O' BRIEN

Veicoli militari nel settore di La Parada a Cúcuta (Colombia). I carri armati (nella foto da El Nacional) si dirigono verso il ponte internazionale Simón Bolívar, che collega questo paese con il Venezuela nello stato di Táchira, ieri intorno alle 23,21. Finora non si sa se il fatto corrisponde ad esercizi di routine di natura militare. Ma la tensione sale: sono sempre più insistenti le voci che militari russi delle forze speciali, travestiti da contractors, stiano affiancando già in queste ore l’Esercito di Maduro, il quale annuncia di essere disponibile a nuove elezioni politiche ed è pronto a trattare con l'opposizione mentre per le presidenziali "aspettino sino al 2025". "Trump mi vuole uccidere, noi resisteremo. Traitor Junca!". Traditori mai. Che ci siano i russi è una circostanza smentita dal governo di Purin ma senza troppa convinzione. A marzo nelle casse russe dovrebbero rientrare 100 milioni di dollari di un prestito concesso a Maduro e ora si teme non possa essere onorato in caso di un cambio di governo, anche  se Guaidò s’è affrettato ad assicurare che gli impegni finanziari saranno comunque rispettati. Mentre anche gli Usa si stanno muovendo, con il progetto di mobilitare 5 mila soldati ai confini attraverso la Colombia, la posizione del presidente auto-proclamato, il 35enne Juan Guaido’ si sta facendo  critica. Il regime gli ha ordinato di non lasciare il Paese, gli ha bloccato il passaporto, i conti correnti e disposto il sequestro dei suoi beni personli. Questo accade perché gli Stati Uniti e l’Europa sbloccano i conti del Venezuela bloccati da anni nelle banche occidentali per le sanzioni per metterli a disposizione dell’opposizione. Lo scontro da dialettico, tra prove di forza ancora non violente, si sta velocemente aggravando. Fra poche ore a Caracas scenderà in piazza, con la presenza di Guaidò, tutto il fronte dell’opposizione per due giorni, dopo 35 morti e 200 arresti in seguito alla prime manifestazioni anti-Maduro. Sarà scelta una formula non violenta, mentre reparti dell’esercito chavista stanno già blindando l’accesso alle strade che portano alle residenze governative in centro a Caracas.

Intanto la forte comunità italiana in Venezuela chiede al governo italiano di riconoscere Juan Guaidó, autoproclamato presidente dallo scorso 23 gennaio, e temono che lo scontro in atto nel governo giallo-verde sulla posizione da prendere possano “provocare problemi e ritorsioni nei loro confronti” ha scritto ieri Repubblica. Salvini ha espresso subito il suo appoggio a Guaidò, mentre il descamisado Di Battista dei 5s  grida al golpe yankee. Come al solito il premier Conte “media” senza mai sposare una o l’altra posizione dei suoi rissosi demiurgi. L’Italia, mentre Francia, Germania e Inghilterra annunciavano che avrebbero riconosciuto il neo presidente senza esitazioni, tentenna “auspicando nuove elezioni”. Alfredo D'Ambrosio presidente della Cámara de comercio Venezolano-Italiana è preoccupato: "In questi giorni noi italiani siamo vittime di una sorta di persecuzione, via twitter ma anche nella vita reale, da parte dei nostri concittadini venezuelani. Ci accusano di ambiguità. Ci dicono che per colpa del nostro Paese il processo di ricambio al potere in Venezuela è stato rallentato, che abbiamo indebolito la posizione europea…Tu parli con la stampa, poi il giorno dopo arrivano a casa tua con una macchina nera, senza targa. E sparisci per qualche mese", raccontano.

“I nostri imprenditori temono di non poter passare all'incasso e di trovarsi superati nel gradimento del nuovo potere da Paesi, come la Spagna, la cui linea, oggi a favore di Guaidó, negli anni è stata più ambigua. Se la manovra dell'opposizione dovesse andare in porto, uno dei primi passi formali del nuovo governo potrebbe essere la rivisitazione dell'assetto contrattuale relativo allo sfruttamento delle enormi risorse minerarie. Tra le altre compagnie presenti in Venezuela c'è l'Eni che gestisce tre giacimenti (Perla, nel Golfo di Venezuela; Junin 5, nella Faja dell'Orinoco; e Corocoro, nel Golfo di Paria) e che, soprattutto, punta allo sfruttamento futuro di alcune riserve non sviluppate sempre di Perla, scoperte nel 2009 con la spagnola Repsol. Che adesso rischierebbe di trovarsi avvantaggiata. Lo stesso discorso vale a maggior ragione per le piccole imprese degli italiani presenti in Venezuela: 160mila, secondo l'anagrafe consolare, il 65% dei quali con il doppio passaporto. Sono quasi tutti imprenditori che in questi anni hanno sofferto moltissimo la crisi dell'intero sistema. E che adesso si sentono traditi dalle incertezze di Roma". Nel Movimento 5stelle c'è un evidente paura di non inimicarsi la Russia e i suoi satelliti. 

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