iTunes va in pensione: la fine di un'era

| Lo ha annunciato Tim Cook alla conferenza degli sviluppatori: i servizi in streaming hanno reso ormai obsoleto il sistema ideato da Steve Jobs, che ha rivoluzionato la musica

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Di Germano Longo
Se i compact disc erano stati una rivoluzione, capaci di mandare in pensione i 33 ed i 45 giri in vinile, “iTunes” è in senso assoluto il “big bang” della lunga storia della musica. Da quando è nato, nulla è più stato come prima, e nulla lo sarà mai più. Anche se i vinili stanno tornando di gran moda, ma restano pur sempre una nicchia per nostalgici, e i cd si aggirano ancora negli scaffali del mondo intero.

Eppure, anche per iTunes è arrivato il momento della pensione: lo ha annunciato Tim Cook, il potente e ricchissimo amministratore delegato di “Apple” sul palcoscenico della “WWDC”, la conferenza mondiale degli sviluppatori in corso a San José, in California.

È la storia che va, l’evoluzione che non si ferma, la tecnologia che manda in soffitta se stessa: iTunes era nata da un’idea diventata un reato di violazione dei diritti di copyright perseguito dalla legge americana. Shawn Fanning e Sean Parker, due giovani che insieme non raggiungevano i quarant’anni, avevano messo al mondo “Napster”, un programma che permetteva di scambiarsi gratuitamente tutta la musica del mondo. Era il 1999, l’anno del massacro della Columbine, dell’Oscar di Roberto Benigni e di Michael Jordan che lascia il basket, ma soprattutto quello in cui il mondo impara che la musica è di tutti. La copertina di “Rolling Stones”, nel novembre del 2002, ha un titolo sintomatico: “The Fall of the Music Industry”, la caduta dell’impero.

Napster finisce nelle aule dei tribunali, ma Steve Jobs, il geniale creatore del colosso “Apple”, ci macina su per un paio d’anni, va a trovare uno dopo l’altro i dirigenti delle major discografiche e li convince che quella è l’unica strada possibile: o siete con me, o di voi non resterà traccia. Tre anni dopo, il 28 aprile 2003, Steve annuncia al mondo la nascita di “iTunes”, il più grande jukebox della storia. Il lancio, epocale, è accompagnato dallo slogan “Rip. Mix. Burn”: iTunes permette di organizzare la propria musica a piacere, di acquistare anche solo un brano, di crearsi le proprie playlist, di fare della musica ciò che si vuole. Dopo la musica conquisterà anche film e telefilm, imponendo i podcast.

L’offerta parte con 200mila canzoni, vendute a 0,99 centesimi di dollaro: in 18 ore se ne vendono 275mila, pochi mesi dopo sarebbero diventate 50milioni. Uno dopo l’altro cedono le loro opere i mostri sacri della musica: Madonna nel 2005, i Led Zeppelin due anni dopo, i Beatles nel 2010. Sul mercato arrivano i lettori mp3, a cominciare dall’iPod, l’erede elettronico del tenero “walkman” a cassette che aveva dominato gli anni Ottanta e Novanta: la musica diventa un bene impalpabile, solo un’aria democratica piena di suoni, qualcosa che non si può più toccare, come un CD o un 33 giri.

Eppure, 18 anni dopo, anche iTunes è pronto per diventare storia: oggi a dettare legge è il principio dello “streaming” portato avanti da servizi on demand come “Spotify”, che nel gennaio dello scorso anno ha celebrato i 70 milioni di abbonati.

Tim Cook, sul palco di San José, ha dettato le regole del futuro prossimo venturo: iTunes sparirà dall’autunno di quest’anno, con l’arrivo del sistema operativo iOS 13 “Catalina”. Al suo posto tre app create appositamente per gestire Musica, Podcast e Apple TV, tutto attraverso i “cloud”. I nuovi sentieri seguiti a Cupertino superano il concetto primordiale di iPhone per trasformare l’azienda in un fornitore di servizi che trasforma in business il desiderio di privacy, scavalcando la supremazia dei social. Arriveranno un nuovo MacPro, AppleTV si metterà a produrre programmi e sarà in grado di dialogare con le consolle dei videogames, e iWatch, l’orologio intelligente, si trasformerà in un genietto pensante dotato di app che sapranno tenere sotto controllo tutto, dal ciclo mestruale al rumore dell’ambiente in cui si trova, avvertendo dei possibili danni.

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