Riconoscimento facciale, una tecnologia razzista

| Una ricerca scientifica ha accertato che sono molto più alti i margini di errore verso i volti di asiatici e afroamericani rispetto ai bianchi caucasici. Con conseguenze spesso pesanti

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È una polemica che ancora una volta è destinata a riaccendere le questioni razziali negli Stati Uniti, con gli afroamericani convinti che nei loro confronti siano sempre usati pesi e misure diverse.

L’ultima, o la più recente, prende di mira la tecnologia di riconoscimento facciale, un sistema che dopo le stragi terroristiche ha preso sempre più piede in luoghi di grande affluenza come stazioni e aeroporti. Tutto nasce da una ricerca che avrebbe riscontrato anomalie e imprecisioni nell’individuazione dei volti, soprattutto nei confronti di asiatici e afroamericani. Motivo sufficiente perché decine di associazioni di consumatori e truppe di avvocati abbiano chiesto al governo di bloccarne l’uso fin quando non saranno eliminati i sospetti di pregiudizio razziale.

“Lo studio chiarisce che il governo ha l’obbligo morale di fermare la sorveglianza attraverso il riconoscimento facciale – tuona Evan Greer, vice direttore di “Fight for the Future”, un gruppo di difesa dei diritti digitali - questa tecnologia ha gravi difetti che rappresentano una minaccia immediata per le libertà civili, la sicurezza pubblica e i diritti umani fondamentali”.

Lo studio è stato pubblicato pochi giorni fa dal “National Institute of Standards and Technology” (NIST) del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, e si basa sull’esame di 189 algoritmi creati da 99 sviluppatori: “Anche se gli algoritmi possono essere migliorati, la sorveglianza biometrica è pericolosa e invasiva. Abbiamo trovato prove empiriche dell’esistenza di differenze demografiche nella maggior parte degli algoritmi di riconoscimento facciale presi in esame”, ha confermato Patrick Grother, informatico del NIST e il principale autore del rapporto.

Il gruppo ha riscontrato tassi più alti di segnalazioni per i volti asiatici e afroamericani rispetto a bianchi caucasici. A seconda dell’algoritmo, le percentuali di falsi positivi per le corrispondenze “one to one” erano da 10 a 100 volte superiori per gli asiatici e gli afroamericani rispetto ai caucasici.

Secondo i ricercatori, i falsi positivi possono portare conseguenze particolarmente pesanti: “Un falso negativo significa essere sottoposti a fermo, lunghi interrogatori e arresti precauzionali: significa entrare in una lista di persona segnalate da cui non è semplice uscire. Negli ultimi anni, il Dipartimento di Homeland Security ha aumentato in modo significativo l’uso della tecnologia di riconoscimento facciale sia sugli americani che sui visitatori, nonostante le gravi preoccupazioni per la privacy e le libertà civili. Il rapporto non solo conferma le preoccupazioni, ma mostra che i sistemi attuali sono ancora più inaffidabili e razziali di quanto temessimo. Anche gli scienziati che lavorano per il governo stanno confermando che la tecnologia di sorveglianza è difettosa e di parte”.

E il problema non è solo negli Stati Uniti: a luglio, un rapporto nel Regno Unito ha scoperto che l’80% dei sospetti di riconoscimento facciale segnalati dalla polizia metropolitana di Londra erano fasulli. San Francisco è diventata la prima città degli Stati Uniti a bloccarne l’uso, e lo stesso hanno fatto Somerville e Brookline, nel Massachusetts. Ma sono in molti quelli che al contrario ritengono la tecnologia utile per identificare e salvare le vittime della tratta di esseri umani.

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