"Anarchici, non testimoniate nei processi"

| Duro monito della leader dell'area informale Anna Beniamino in una lettera-documento diffusa dal web. Si allarga la frattura con i movimenti anti-autoritari. Analisi dei processi. Controllo remoto e automazione

+ Miei preferiti

MASSIMO NUMA

Pubblichiamo integralmente una lettera di una degli esponenti più di rilievo dell'area informale anarchica a livello europeo, Anna Beniamino (nella foto il suo compagno, Alfredo Cospito, nel processo di Genova per il ferimento del manager Ansaldo Roberto Adinolfi, 2012), attualmente sotto processo nell'aula-bunker con altri sette attivisti di una lunga catena di attentati con l'uso di esplosivo avvenuti dal 2003 sino al momento degli arresti nel 2015. Il processo Scripta Manent (pm Roberto Maria Sparagna, indagini di Digos e Ros dei carabinieri) è alla battute finali. Le indagini sono costate oltre due milioni di euro ma senza attenzione da parte dei media che hanno "dimenticato" di raccontare gli anni in cui l'ultimo segmento che si ispira senza equivoci al terrorismo pianificava decine di attentati con feriti e devastazioni. Il documento di Beniamino assume un'importanza cruciale. E' stato scritto nel luglio 2018 di Rebibbia dove l'anarchica è tuttora detenuta. E' un avvertimento, non troppo bonario, nei riguardi della rete anarchica che ha scelto di condurre campagne anti-sistemi, anche su temi popolari. Quindi un'analisi sui processi di ultima generazione, sempre più tecnologici e asettici, tra banche-dati del Dna, videoconferenze, imputati persi nell'etere, senza il contatto con i compagni, chiuse in gabbie separate. 

DAL CARCERE DI REBIBBIA

Recentemente, ci sono state diverse pubblicazioni con le quali sono stati pubblicati dei compagni. I diversi ambienti anarchici e anti-autoritari invitano alla discussione su alcuni temi - attuali o meno - riguardanti le strategie messe in atto dalla repressione: dall'estensione dell'uso della videoconferenza durante i processi penali e delle cosiddette "prove del DNA", alla spiacevole possibilità (che non è una novità, ma che era evidente al processo Scripta Manent, [nota 1]) di convocare un compagno, come persone informate dei fatti durante le indagini o come testimoni nelle udienze di processo.

Rifiutando di ragionare “in stato di urgenza" e di essere sorpresa ogni volta, non credo che questo problema possa essere risolto a posteriori con consigli giuridici, ma piuttosto con un atteggiamento di riflessione "preventiva", cioè cercando di diffondere e approfondire ulteriormente i fondamenti etici della solidarietà, nonché la comunicazione e la controinformazione di contenuti teorici e pratici antiautoritari, e la riflessione sui progressi della tecnologia repressiva[nota 2].

Prima di qualsiasi forma di lotta contro l'autorità, ci dovrebbe essere la consapevolezza della repressione, ma la sua lotta non può essere determinata dal fatto di contrastare i colpi della repressione. La repressione c'è, c'era e ci sarà, e la affrontiamo ogni giorno, così come affrontiamo ogni giorno gli aspetti più prosaici di essa, ma non possiamo trasformare una conseguenza, il corollario della nostra lotta, nella lotta stessa.

Tuttavia, vorrei capire come si è arrivati a leggere, nel 2018, una guida destinata agli ambienti anti-autorità (che sono quindi già a conoscenza di alcuni soggetti) questo tipo di consigli: "dobbiamo evitare di essere usati dalla Procura contro persone sotto inchiesta o imputate”[3]. Comprendo lo sforzo dei compagni che l'hanno curato, ma.....ricordiamo ai compagni, con decoro e squisita cortesia, che noi non dobbiamo testimoniare contro i compagni?

Quando l'hanno dimenticato? Perché è stato dimenticato?

Forse perché, negli ultimi anni, in tutta questa eccitazione tesa al raggiungimento del consenso, ne abbiamo perso il senso? Deve esserci stato un tempo in cui abbiamo perso di vista i principi fondamentali dell'azione e del pensiero di coloro che si oppongono a questo sistema, che dobbiamo sempre combattere, ovunque esso sia. Tuttavia, il concetto di non collaborazione con le autorità non è in senso stretto un'idea emarginata: dovrebbe essere fondamentale per tutti.

Proprio come, come anarchici, rifiutiamo, tra le altre cose, di collaborare durante un interrogatorio se veniamo arrestati.

Continuiamo a coltivare la consapevolezza e l'opposizione all'iniquità o cerchiamo spazi per l'azione politica calcolando la porzione di ali che siamo disposti a bruciare noi stessi? Un calcolo che ognuno di noi fa, siamo esseri umani pieni di imperfezioni e paure, ma è ridicolo cercare di dargli una giustificazione teorico/giuridica. Soprattutto perché lavorare sui propri limiti e sul desiderio di superarli è un processo di crescita individuale e di confronto all'interno della propria comunità - una situazione di conflitto, che non può essere codificata se non in modo etico.

Mi spiego: tra anarchici e anti-autoritari (l’area anarco-insurrezionalista e gli inarchi della Federazione Anarchica Italiana), se pensiamo che questo può avere ancora senso, dovremmo discutere nuovamente le cause prima delle conseguenze. Per tornare a considerare il significato troppo leggero dato ai criteri di azione, che hanno teso a darsi l'orizzonte - basso - della ricerca di nicchie di azione politica e di "possibili lotte”. Una volta compreso questo, possiamo riflettere in modo utile e concreto sugli effetti, sui casi particolari e sul modo migliore di combattere, altrimenti la discussione rimarrà incentrata su argomenti che sono spinti dalla repressione stessa, cioè il timore di sanzioni penali e amministrative[4].

Dobbiamo essere consapevoli che è facile per la repressione affidarsi alle divisioni del movimento (io continuo a ritenere che sia salutare e utile che esse esistano - anche se fortunatamente non esistono mai secondo i rigidi schemi che appartengono al potere), alle paure e alle incapacità di comprendere o usare le parole e i loro contenuti che ne derivano: il peso di diversi anni di cattive abitudini generalizzate nella contro-informazione e nelle pubblicazioni del movimento (censura e autocensura, discorso parziale, incapacità di mantenere uno sguardo aperto e critico a 360°) ha permesso, negli ultimi anni, troppi anni, a pubblici ministeri e investigatori di buttarsi su pochi siti web, giornali, blog.

L'incapacità di praticare la solidarietà verso la lotta contro l'autorità nelle sue molteplici espressioni (e quindi verso tutti i detenuti) permette di raggiungere l'attuale assurdità di chiedere a ciascun detenuto se vuole o meno la solidarietà, invece di praticarla semplicemente.

Sento di avere un'altra osservazione da fare sul tentativo di creare una mobilitazione collettiva (credo ancora limitata al movimento) per combattere il DNA sampling [una pratica repressiva ancora nuova e relativamente rara in Italia; ndr] o contro i processi in videoconferenza. In considerazione di come li ho vissuti nella mia carne, non sono lotte praticabili in termini di disobbedienza civile, resistenza passiva (anche se volevamo affrontarli in questo modo): sono lo specchio della trasformazione tecnologica della società, del neo-positivismo scientifico predominante, e, come altri aspetti di questi cambiamenti nella società contemporanea, possono - e devono - creare repulsione e risposta, ma a queste reazioni individuali di base non si deve dare il peso e il ruolo di una "lotta".

Cioè, posso rifiutare di consegnare i miei documenti ai poliziotti, di dare loro le mie impronte digitali o di fare l'identificazione fotografica (quando sono in carcere o durante un semplice VAG), posso rifiutare il campione di DNA o qualsiasi altra visita durante la visita medica all'ingresso in carcere, ma queste sono semplici e buone reazioni individuali contro la violazione della mia sfera fisica, contro l'imposizione dell'autorità sul mio corpo. Tuttavia, esse non possono essere interpretate come una lotta contro l'evoluzione tecnologica del controllo che, se necessario ai fini dell'applicazione della legge, viene comunque imposto (con mezzi subdoli o con la forza).

C'è un altro caso: il processo in videoconferenza. In questo caso, la legge stessa dà il diritto di rifiutare (vale a dire, di rifiutare di "essere presenti" in video e rimanere in silenzio nella sua cella); condurre una protesta attiva è piuttosto complicato e in ogni caso si concentrerebbe nel chiedere i diritti di difesa che vengono negati, oltre a lamentarsi della distanza, cosa che potrebbe essere il caso anche se uno è fisicamente presente in aula. Questo dipende sempre dalla loro buona volontà (gabbie lontane dal "pubblico", imputati rinchiusi in gabbie diverse, ecc.

Il processo di videoconferenza fa parte dell'ammodernamento tecnologico dell'intero sistema carcerario, che si sta muovendo sempre più verso il controllo remoto e l'automazione, così come il resto della società. Questo non significa che nessuna risposta è possibile, ma credo che dobbiamo scegliere, poiché le nostre forze non sono illimitate, le priorità che vogliamo dare a noi stessi - e il loro significato.

Anna

Roma, luglio 2018

 

Note :

1. All'inizio del processo Scripta Manent, ben 4 editori o ex editori di Radio Blackout [radio attivista torinese; ndr] sono stati chiamati come testimoni dell'accusa......, l'amministratore di un sito di controinformazione, il direttore del settimanale anarchico Umanità Nova [organo ufficiale della Federazione Anarchica Italiana; ndr] e un anziano compagno, già accusato nel processo Shadow, oltre al tentativo di convocare 4 attivisti già condannate in altri processi.

2.. Osservando solo la cartella di prova Scripta Manent, dal 2009 sono documentati i campioni di DNA provenienti dalle ricerche; dal 2015 sono stati effettuati confronti con le banche dati dei vari laboratori di polizia.

3. "Giuro di dire la verità"...., qualche spunto su come affrontare l'ennesima tattica per dividere e reprimere: la testimonianza in aula, 2018.

4. In più di un processo, si parla solo di aspetti legali, nel caso di un tentativo di bloccare una strada, l'occupazione di uno squat, si parla solo di sanzioni amministrative (che, tra l'altro, sono state recentemente una strategia vincente in molte occasioni).

 

Anna Beniamino

Terrorismo
Liberato Alessandro Sandrini
Liberato Alessandro Sandrini
Mancano conferme ufficiali, ma il 32enne bresciano sequestrato nel 2016 sarebbe stato liberato da un gruppo antigovernativo siriano
Johnny il Talebano torna libero
Johnny il Talebano torna libero
John Walker Lindh ha scontato 20 anni per terrorismo, ma l’America non è convinta che ex terroristi possano reinserirsi nella società civile. La storia di un ragazzo che ha scelto di combattere al fianco dei Talebani
Sri Lanka: la strage nella scuola dei bambini
Sri Lanka: la strage nella scuola dei bambini
Una vicenda poco conosciuta degli attacchi sucidi di Pasqua che hanno fatto oltre 250 vittime. Il paese resta in massima allerta: messe cancellate e burqa vietato perché “è una bandiera del fondamentalismo”
Sventati due attentati terroristici
Sventati due attentati terroristici
Il primo a Los Angeles, dove un ex militare progettava di colpire diverso obiettivi, il secondo nuovamente a Christchurch, in Nuova Zelanda, dove in un appartamento sono stati trovate munizioni e una bomba
Le nuove ombre del terrore
Le nuove ombre del terrore
Dopo gli attacchi in Sri Lanka, gli analisti internazionali dell'antiterrorismo sono convinti che l’Isis non sia stato sconfitto, ma ha solo cambiato pelle e strategia per continuare a colpire e seminare morte e paura
Sri Lanka, tra arresti e timori
Sri Lanka, tra arresti e timori
Mentre il turismo crolla, le forze speciali intensificano i controlli: la scorsa notte è stato individuato un covo dei miliziani che hanno preferito farsi saltare in aria
Isis: la squadra della morte
Isis: la squadra della morte
Due medici britannici entrati nelle file dell’Isis sono accusati di torture e atrocità: asportavano organi e realizzavano esperimenti chimici come i nazisti. Secondo l’intelligence guidavano una squadra di tortura in Siria
Il terrorista diventato cittadino americano
Il terrorista diventato cittadino americano
Un jihadista islamico condannato per aver tentato di far saltare in aria un autobus è riuscito ad ottenere la cittadinanza statunitense rimanendo nel paese indisturbato per quasi un decennio
NEW IRA, scuse alla famiglia di Lyra
'L'abbiamo uccisa per errore'
NEW IRA, scuse alla famiglia di Lyra<br>
I terroristi nordirlandesi spiegano che Lyra Mc Kee è stata "tragicamente uccisa durante un attacco a una forza nemica". Prime analisi. La polizia: "Torna la lotta armata"
Sangue sulla Pasqua
Sangue sulla Pasqua
Otto esplosioni quasi simultanee in Sri Lanka lasciano a terra 200 morti e quasi 500 feriti. Le autorità proclamano il coprifuoco e oscurano i social: “Sappiamo chi sono, li prenderemo”