Austria, i veleni dopo la strage

| Accuse reciproche di inefficienza e scarsa attenzione verso un soggetto che era riuscito a nascondere la sua radicalizzazione. Il Paese convinto che sia necessario rivedere i protocolli e aggiungere una stretta alle norme

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La scia del sanguinoso attentato di Vienna si è trasformata in pesanti accuse reciproche e sull’inefficienza dei servizi segreti. Il ministro degli interni austriaco Karl Nehammer ha apertamente accusato la “Derad”, l’associazione che aveva seguito il caso di Fejzulai Kujtim, il ventenne di origine macedone già accusato di associazione di stampo terroristico e ucciso dalla polizia in uno scontro a fuoco.

Accuse che l’associazione ha respinto con forza, affermando che il giovane non era mai stato indicato su alcun documento come “soggetto derecalizzato”, scaricando di fatto la responsabilità sui servizi segreti, che proprio in mancanza di questo avallo avrebbero dovuto tenerlo sotto stretta sorveglianza. Ma se a questo si aggiunge che l’attentatore aveva annunciato il massacro con un post su Instagram, diventa chiaro che in Austria sia necessaria una “profonda revisione del sistema”.

Alle polemiche si aggiungono i pareri di alcuni esperti di terrorismo internazionale, che ammettono di considerare Vienna come un obiettivo molto facile per via di misure antiterrorismo poco rigide rispetto ad altri vicini europei, malgrado l’Austria sia il quarto Paese per numero di foreign fighters (in proporzione alla popolazione), rientrati in patria dopo essere passati da Siria e Iraq.

Le indagini, nel frattempo, hanno portato all’arresto di due cittadini svizzeri di 18 e 24 anni, fermati nelle scorse ore a Winterthur, in Svizzera. Non è chiaro il ruolo che si sospetta abbiano avuto nell’attentato di Vienna, rivendicato dall’Isis attraverso il canale “Amaq”, che ha definito Fejzulai Kujtim un “soldato del califfato”.

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