Colf e lavoratrici domestiche, le nuove leve dell’Isis

| Il fenomeno sta diventando particolarmente preoccupante a Singapore e Hong Kong: numerosi casi di donne sole convinte a immolarsi in attacchi suicidi. L’obiettivo del Califfato è di spostarsi verso Oriente, alla ricerca di nuovi territori

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Per sei giorni alla settimana, tre donne lavoravano come colf e collaboratrici domestiche nelle più ricche case di Singapore. Ma nel loro tempo libero promuovevano l’Isis inviando denaro ai militanti: una radicalizzazione che, secondo il Ministero dell’interno di Singapore, avrebbe portato almeno una delle tre a dichiararsi pronta alla morte in un attentato suicida in Siria.

Le donne - tutte di nazionalità indonesiana - sono state arrestate lo scorso settembre in base alla legge sulla sicurezza interna, con il sospetto di aver finanziato il terrorismo: rischiano fino a 10 anni di prigione e multe che possono arrivare a 500mila dollari di Singapore (quasi 400mila euro).

Una portavoce dell’ambasciata indonesiana a Singapore ha confermato gli arresti, aggiungendo l’assistenza consolare alle donne, che non hanno un rappresentante legale perché ancora sotto inchiesta. Secondo gli esperti di terrorismo internazionale, non sono le uniche collaboratrici domestiche che si ritiene si siano state radicalizzate online mentre lavoravano nelle grandi città asiatiche come Singapore e Hong Kong.

Mentre l’Isis sposta il suo sguardo verso l’Asia, questo nuovo filone che punta alle donne sfruttate sembra uno dei filoni più promettenti nel reclutamento di nuovi martiri disposti a immolarsi. “Sono avvicinate da cellule militanti che le vedono essenzialmente come una fonte di reddito costante - conferma Nava Nuraniyah, ricercatrice dell’Institute for Policy Analysis of Conflict, un think tank indonesiano - hanno un reddito stabile, parlano inglese e di solito possono contare su un’ampia rete internazionale, il che le rende candidate ideali”.

Si tratta di donne che rappresentano un minuscolo sottoinsieme dei circa 250.000 lavoratori domestici migranti che vivono a Singapore e dei 385.000 che risiedono a Hong Kong. “La grande maggioranza dei lavoratori stranieri sono rispettosi della legge e danno un contributo positivo alla nostra società - ha riferito un portavoce del Ministero dell’Interno di Singapore - tuttavia, aumentano in modo preoccupante i casi di radicalizzazione”.

Tra il 2015 e il 2017, un’indagine sulla radicalizzazione dei lavoratori domestici ha svelato un bacino di almeno 50 donne indonesiane considerate pericolose occupate all’estero come tate, cameriere o badanti per persone anziane. Di queste, 43 lavoravano a Hong Kong, quattro a Singapore e tre a Taiwan. Secondo una fonte indonesiana che analizza i profili dei militanti radicalizzati rimpatriati nei loro paesi d’origine, almeno 20 lavoratori domestici radicalizzati sono stati deportati in Indonesia, paese che ha la più grande popolazione di musulmani del mondo.

Il processo di indottrinamento inizia solitamente con un evento traumatico, e la radicalizzazione può essere estremamente rapida: il rapporto svela il caso di una collaboratrice domestica indonesiana a Hong Kong che è passata da religiosa fervente e osservante a devota all’Isis in meno di un anno. “A volte passano attraverso un divorzio, si indebitano o soffrono dello shock culturale di trasferirsi in un luogo molto diverso da casa propria”. Vivendo in un ambiente sconosciuto, a volte sono esposte a maltrattamenti da parte di datori di lavoro senza scrupoli: “Sono sole, quindi sentono il bisogno di impegnarsi con la comunità indonesiana, sia online che nella vita reale. Ma i social network a cui normalmente si rivolgono per avere consigli non sono attrezzati per aiutarle, lasciando libero spazio ai gruppi terrioristici”.

Molte poi sono reclutate nei gruppi di preghiera o nel loro giorno libero: “Ho iniziato ad ascoltare i podcast mentre pulivo la casa dove lavoravo”, ha rivelato una cameriera indonesiana che viveva a Singapore - su Facebook seguivo persone i cui profili sembravano islamici perché avevo bisogno di amici”. Ricorda di essere stata particolarmente commossa da un account Instagram che presentava immagini delle vittime musulmane in Siria, poi ha incontrato un macellaio indonesiano di 29 anni che vive a Batam: l’ha incoraggiata a trasferirsi in Siria per unirsi all’Isis, ma i servizi segreti di Singapore hanno scoperto i suoi piani e deportata in Indonesia.

Il punto di svolta di solito avviene dopo che le donne creano relazioni personali con militanti online che diventano i loro “fidanzati” virtuali: sono poi invitate a partecipare a chat room dove ben presto i progetti di attentati sono condivisi. Esistono diverse centinaia di gruppi su Telegram, - un’applicazione spesso usata dall’Isis - per simpatizzanti del movimento islamico, molti dei quali hanno contenuti specifici per le donne. Una volta che il processo di radicalizzazione è completo, un piccolo numero di lavoratrici domestiche sposano i loro fidanzati jihadisti. Una donna indonesiana che lavorava a Hong Kong è tornata a Banten, sull’isola di Giava, per diventare la seconda moglie di Adi Jihadi, un militante arrestato nel 2017 per aver acquistato armi insieme a Isnilon Hapilon, emiro dell’Isis per il sud-est asiatico. Adi Jihadi ha ammesso di aver acquistato le armi utilizzate in un attacco del 2016 a Giacarta, dove sono morte otto persone.

Altri lavoratori domestici radicalizzati assumono un ruolo più attivo diventando finanzieri, reclutatori e coordinatori: “Dopo il 2017, quando l’Isis ha iniziato a perdere i territori in Medio Oriente, il suo messaggio si è spostato, iniziando a incoraggiare i militanti a recarsi nelle Filippine, per creare un nuovo califfato”. Secondo l’intelligence, diverse organizzazioni islamiste fra Filippine e Indonesia (Abu Sayyaf, The Maute Group e Jamaah Ansharut Daulah), hanno giurato fedeltà all’Isis. Le Filippine, in particolare, rappresentano una delle migliori opportunità per l’Isis di impadronirsi del territorio, poiché parti dell’isola di Mindanao sono un “buco nero in termini di applicazione della legge, con forze di sicurezza in gran parte corrotte e grandi spazi non governati”.

Il crollo del califfato in Siria e Iraq ha portato anche ad un aumento degli sforzi di reclutamento online per i musulmani in Malesia e Singapore: “Dalla caduta del califfato, la spinta al reclutamento è continuata, ma sono diventati meno organizzati. Al posto di ordini impartiti dall’alto, ora arrivano da gruppi locali in Indonesia o addirittura da singoli militanti”.

Il reclutamento prevede la formazione dei lavoratori domestici per commettere attacchi suicidi: un’ex collaboratrice domestica di Taiwan e Singapore, Dian Yuli Novi, 27 anni, aveva pianificato di farsi saltare in aria davanti al palazzo presidenziale di Giacarta. Nell’agosto 2017 è stata condannata a sette anni e mezzo di prigione. Nel dicembre del 2016, un’altra presunta aspirante attentatrice suicida è stata arrestata a Giava: Ika Puspitasari, 34 anni, radicalizzatasi a Hong Kong durante il suo periodo di lavoro domestico, era tornata in Indonesia per sposare un uomo incontrato online nel 2015. Le autorità dicono che si era offerta volontaria per compiere un attentato a Bali la notte di Capodanno. È stata condannata a quattro anni e sei mesi di prigione.

Il fenomeno non è passato inosservato: “I governi dei paesi ospitanti monitorano attivamente i social media e i gruppi di discussione per cercare contenuti legati al terrorismo. Se trovano messaggi radicali scatta l’espulsione”. Hong Kong si è rifiutata di fornire cifre sul numero di collaboratori domestici espulsi, ma un portavoce della polizia ha confermato che “segue da vicino le tendenze terroristiche internazionali e valuta continuamente la minaccia terroristica scambiando informazioni con altre forze dell’ordine: nel 2018 è stata creata un’unità interdipartimentale dedicata alla lotta al terrorismo”.

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