Dopo Battisti tocca all'ex br Casimirri

| L'ex brigatista coinvolto nel caso Moro fa il ristoratore a Managua in Nicaragua ma deve scontare l'ergastolo. La memoria di Fioroni e il ritratto di un fuoriuscito dai contatti "eccellenti". Le mosse di Salvini

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Salvini vuole chiedere l'estradizione al Nicaragua dell'ex brigatista rosso Alessio Casimirri. dopo la cattura di Cesare Battisti e chiede l'aiuto della UE. Il caso lo aveva sollevato già a suo tempo, Giuseppe Fioroni, Dem, presidente nella scorsa legislatura della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro. "La questione riveste una straordinaria importanza, non solo per una doverosa esigenza di certezza della pena, ma anche per chiarire gli aspetti ancora oscuri del sequestro Moro e del terrorismo italiano  alla luce di quanto a suo tempo accertato dalla Commissione, la vicenda della fuga e della latitanza di Casimirri non sembra riconducibile solo alle protezioni che gli sono state accordate dal governo sandinista (nicaraguense, ndr). Si evidenzia infatti la costante e ripetuta protezione nel nostro Paese, di cui Casimirri poté godere in molte fasi della sua vita, con modalità e intensità diverse ed in molteplici ambiti. Protezioni che possono essere fondate su elementi familistici, ma non escludono, alla luce dei comportamenti posti in essere da soggetti diversi, elementi di collaborazione, più o meno ufficiale, con strutture dello Stato". 

Alessio Casimirri, romano, classe 1951, figlio di Ludovico, ex capo ufficio stampa dell’Osservatore Romano e della sala stampa Vaticana e di Maria Ermanzia Labella, una cittadina dello Stato Pontificio. Si avvicina alla folle ideologia della lotta armata all’inizio degli anni Settanta con Potere Operaio, ma sette anni dopo passa nelle file della colonna romana delle Brigate Rosse scegliendo “Camillo” come nome di battaglia. Il debutto nella lotta armata è clamoroso: Camillo fa parte del gruppo di fuoco dell’agguato di via Fani del 16 marzo 1978, costato la vita ai cinque agenti della scorta di Aldo Moro, sequestrato e ritrovato cadavere 55 giorni dopo nel bagagliaio dei una Renault 4 in via Caetani, nel centro di Roma. Camillo quel giorno aveva un ruolo di copertura: insieme a “Otello”, pseudonimo di Alvaro Lojacono, blocca con una Fiat 128 le auto della scorta di Moro. La carriera di Casimirri va avanti con l’omicidio del giudice Girolamo Tartaglione, ucciso il 10 ottobre 1978 a Roma: insieme a lui Lojacono, Massimo Cianfarelli e Adriana Faranda. Per finire con il 21 dicembre 1978, quando insieme a Rita Algranati, Prospero Gallinari e Adriana Faranda, Casimirri attacca la scorta del giurista Giovanni Galloni ferendo due agenti di polizia.

Nel 1980 si dissocia dalle BR e insieme alla moglie Rita Algranati, anch’essa militante nelle BR, fugge in Francia, quindi si sposta a Cuba, Panama e infine in Nicaragua: si unisce ai sandinisti che combattono i Contras, i gruppi armati controrivoluzionari costituiti per opporsi al governo. Dopo il divorzio dalla moglie si sposa con una nicaraguense da cui ha due figli.

In Nicaragua apre il ristorante “Magica Roma”, seguito qualche tempo da “La cueva del Buzo” a Managua e dal “Dona Ines”. Di lui si sa tutto: dalla sua passione per la pesca subacquea all’indirizzo di casa, al km 13 di Carretera Sur, a Managua. Condannato a sei ergastoli, non ha mai scontato un solo giorno di galera: Alvaro Lojacono è stato catturato in Svizzera nel 1988, sua moglie Rita Algranati - la compagna “Marzia” - finisce in manette nel 2004 al Cairo.

Nel 1993, due agenti del Sisde lo avvicinano per trattare una collaborazione: Casimirri inizia a parlare, rivelando il nome del quarto carceriere di via Montalcini e fornisce indicazioni utili per la cattura della sua ex moglie, ma la speranza di riaverlo in Italia sfuma.

Durante un’intervista, qualche tempo fa, ammette: “Alcuni nascono per avere una sola vita e morire. Io ne ho avute parecchie, e in una precedente esistenza sono stato italiano”. La sua esistenza, assicura, potrebbe stare comoda in un libro, ma gli piacerebbe trovare qualcuno a Hollywood disposto a trasformarla in un film: “So che l’Italia mi vorrebbe, ma io il giorno del rapimento di Moro insegnavo educazione fisica in una scuola”. Malgrado l’Italia abbia più volte richiesto l’estradizione, il governo nicaraguense l’ha sempre negata. Il compagno combattente Camillo non ha nulla da temere, neanche dalla coscienza che non ha mai avuto.

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