E ora rivogliamo Alessio Casimirri

| Condannato a 6 ergastoli, faceva parte del commando di via Fani e ha sulla coscienza numerosi omicidi. Ma l’ex BR vive in Nicaragua senza aver mai fatto un solo giorno di galera. Dopo Battisti, dovrebbe toccare a lui

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L’arresto di Cesare Battisti ha messo su il gusto all’Italia: a breve, assicura Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, sarà presentata “una mozione per sollecitare l’estradizione degli oltre 50 terroristi condannati in via definitiva e latitanti in Francia, Nicaragua, Argentina, Cuba, Algeria, Libia e Angola. La svolta impressa dal nuovo governo brasiliano può segnare la fine delle vergognose protezioni garantite da alcuni Paesi stranieri, in particolare la Francia, verso terroristi condannati a pene definitive, molti dei quali all’ergastolo”.

I nomi sono tanti, rievocano i fantasmi degli ‘anni di piombo’, la strategia di un lungo periodo di sangue che ha trascinato l’Italia nell’incubo del terrorismo e della lotta armata. E ancora di più sono i nomi dei parenti e dei familiari delle vittime che da decenni si sono visti negare pure uno straccio di giustizia.

Fra questi spicca un nome, quello di Alessio Casimirri, romano, classe 1951, figlio di Ludovico, ex capo ufficio stampa dell’Osservatore Romano e della sala stampa Vaticana e di Maria Ermanzia Labella, una cittadina dello Stato Pontificio. Si avvicina alla folle ideologia della lotta armata all’inizio degli anni Settanta con Potere Operaio, ma sette anni dopo passa nelle file della colonna romana delle Brigate Rosse scegliendo “Camillo” come nome di battaglia. Il debutto nella lotta armata è clamoroso: Camillo fa parte del gruppo di fuoco dell’agguato di via Fani del 16 marzo 1978, costato la vita ai cinque agenti della scorta di Aldo Moro, sequestrato e ritrovato cadavere 55 giorni dopo nel bagagliaio dei una Renault 4 in via Caetani, nel centro di Roma. Camillo quel giorno aveva un ruolo di copertura: insieme a “Otello”, pseudonimo di Alvaro Lojacono, blocca con una Fiat 128 le auto della scorta di Moro. La carriera di Casimirri va avanti con l’omicidio del giudice Girolamo Tartaglione, ucciso il 10 ottobre 1978 a Roma: insieme a lui Lojacono, Massimo Cianfarelli e Adriana Faranda. Per finire con il 21 dicembre 1978, quando insieme a Rita Algranati, Prospero Gallinari e Adriana Faranda, Casimirri attacca la scorta del giurista Giovanni Galloni ferendo due agenti di polizia.

Nel 1980 si dissocia dalle BR e insieme alla moglie Rita Algranati, anch’essa militante nelle BR, fugge in Francia, quindi si sposta a Cuba, Panama e infine in Nicaragua: si unisce ai sandinisti che combattono i Contras, i gruppi armati controrivoluzionari costituiti per opporsi al governo. Dopo il divorzio dalla moglie si sposa con una nicaraguense da cui ha due figli.

In Nicaragua apre il ristorante “Magica Roma”, seguito qualche tempo da “La cueva del Buzo” a Managua e dal “Dona Ines”. Di lui si sa tutto: dalla sua passione per la pesca subacquea all’indirizzo di casa, al km 13 di Carretera Sur, a Managua. Condannato a sei ergastoli, non ha mai scontato un solo giorno di galera: Alvaro Lojacono è stato catturato in Svizzera nel 1988, sua moglie Rita Algranati - la compagna “Marzia” - finisce in manette nel 2004 al Cairo.

Nel 1993, due agenti del Sisde lo avvicinano per trattare una collaborazione: Casimirri inizia a parlare, rivelando il nome del quarto carceriere di via Montalcini e fornisce indicazioni utili per la cattura della sua ex moglie, ma la speranza di riaverlo in Italia sfuma.

Durante un’intervista, qualche tempo fa, ammette: “Alcuni nascono per avere una sola vita e morire. Io ne ho avute parecchie, e in una precedente esistenza sono stato italiano”. La sua esistenza, assicura, potrebbe stare comoda in un libro, ma gli piacerebbe trovare qualcuno a Hollywood disposto a trasformarla in un film: “So che l’Italia mi vorrebbe, ma io il giorno del rapimento di Moro insegnavo educazione fisica in una scuola”. Malgrado l’Italia abbia più volte richiesto l’estradizione, il governo nicaraguense l’ha sempre negata. Il compagno combattente Camillo non ha nulla da temere, neanche dalla coscienza che non ha mai avuto.

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