Arresto per Battisti, però è già sparito

| Un giudice ha ordinato l'arresto dell'ex terrorista italiano condannato a due ergastoli e latitante da decenni. Tempi rapidi per l'estradizione. I familiari: "Il più bel regalo di Natale". Il pressing di Salvini. Lui, intanto, è sparito

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di MASSIMO NUMA

La lunga e dorata latitanza di Cesare Battisti (nella foto di Fhola do Brasil) sulla spiaggia nei dintorni di San Paolo, potrebbe essere agli sgoccioli. Ma nel frattempo pare sparito nel nulla. Non risulta nella casa a 30 chilometri da Sao Paolo.

Luis Fux, magistrato del Supremo Tribunale Federale brasiliano, ha ordinato l'arresto di Cesare Battisti, il terrorista di cui l'Italia chiede l'estradizione perché sconti l'ergastolo. La notizia arriva nella notte dai media brasiliani, in particolare da "TV Globo", secondo cui la richiesta è immediatamente esecutiva. Il giudice ha anche revocato una sua stessa ordinanza, emessa ad ottobre dello scorso anno, che garantiva la non estradizione di Battisti. L'arresto dell'ex terrorista era stato chiesto dalla procuratrice generale del Brasile, Raquel Dodge, per "evitare il rischio di fuga e assicurare una eventuale estradizione", secondo un comunicato diffuso dalla stessa Procura. Il presidente Jair Bolsonaro aveva dichiarato che in caso di vittoria alle presidenziali avrebbe immediatamente la procedura di estradizione di Battisti, latitante da 36 anni. Condannato all’ergastolo in contumacia, Battisti vive dal 2007 nel paese sudamericano, dove tre anni dopo ha ottenuto dall’ex presidente Inácio Lula il diritto di asilo con visto permanente. Ma il 25 aprile scorso, la Corte Suprema Brasiliana aveva addirittura revocato al terrorista le misure cautelari, togliendo l’obbligo della cavigliera elettronica che si era ‘conquistato’ facendosi beccare al confine con la Bolivia, con 25mila dollari in contanti e in procinto di lasciare il Brasile, con la scusa di un viaggio per una "battuta di pesca". La rete di protezione di Battisti si è ormai frantumata: quando Bolsonaro era stato eletto, lo scrittore aveva sprezzantemente commentato: "E' un fanfarone, io sono tutelato dalla Corte Suprema, contro di me non può fare niente". Invece, il poche ore il caso si è sbloccato. Matteo Salvini aveva promesso quando il governo gialloverde si è inediato che avrebbe riportato in un carcere irtaliano, per scontare la pena, il pluri-omicida coccolato per decenni dalla sinistra europea, soprattutto in Francia, che gli ha dato asilo per decenni e persino una specie di successo letterario che dura tuttora.

TUTTA LA STORIA DELL'EX TERRORISTA 

Vive a 300 chilometri da Sao Paulo, in una casa zeppa di poster di Karl Marx, Picasso e Salvador Dalí. L'ex terrorista italiano di sinistra Cesare Battisti, aveva più volte ribadito ribadito che non "voleva participare alla lotta armata perchè fu un disastro", diceva amaro nelle interviste. Stava scrivendo un nuovo libro, e forse ci sarà uno spazio per raccontare "il cavario" della richiesta di estradizione: "Correría peligro de vida en Italia. Esa fue la razón principal por la que el expresidente Lula firmó el decreto", corro pericoli in Italia, spiegava in un'intervista a "Efe", ecco perchè l'ex presidente Lula firmò il decreto. La casa di Desde Cananeia, dove vive in affitto, è il suo rifugio. Confidava, scriveva Efe, nel no della Suprema Corte alle richieste italiane. "Ho combattuto quarant'anni contro le richieste del mio paese, ma ora sono stanco, voglio restare per sempre qui, sto bene in Brasile". E ricorda il bimbo di quattro anni avuto da una donna brasiliana con cui ha "ancora buoni rapporti", spiega contrito. Oltre ai santoni del marxismo, nella casa c'è pure un poster del calciatore brasiliano Socrates, un pilastro del Napoli leggendario di Maradona. "Ho perso molti compagni uccisi dalla polizia - rievoca Battisti - ma io me ne sono andato in tempo, prima di precipitare nel vortice della vendetta".

LA SOLIDARIETA' DEGLI INTELLETUALI

Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione, diceva convinto: "Leggi sbagliate, di tempi emergenziali. Battisti resti dov'è". Siamo in tempi recenti. Un paio d'anni fa. Poi le firme a sostegno dell'ex terrorista: Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Vauro, Pino Cacucci, i parlamentari di sinistra Paolo Cento e Giovanni Russo Spena. Una fan di Cesare Battisti era certamente Carla Bruni, che dovette smentire un intervento diretto sul presidente Lula per impedire l'estradizione dal Brasile del terrorista. Anche in Francia ha goduto di grandi aiuti, dagli scrittori Bernard-Henry Lévy a Fred Vargas, che lo sostiene anche finanziariamente, pare ancora oggi. E forse brinda alla sua salute e alla sua libertà, come tanti altri compagni italiani…"Come non ho compassione per le vittime? Certo che ho compassione per le vittime. Io ho 62 anni, ho moglie e figli, ho nipoti, già sono nonno". Ha cercato di fare sponda con il figlio di una delle sue vittime, Alberto Torreggiani, figlio dell'orefice ucciso ai tempi del Pac. Subito smentito: "Se Battisti ha delle prove le usi, non rompa le balle alle famiglie delle vittime. Ma il governo brasiliano si rende conto a chi sta dando credito? - ha confidato Torregiani all'Ansa - ormai è delirante. Sta cercando di alzare un polverone come nel 2008 perché fin quando se ne parla lui rimane libero. Battisti racconta un sacco di balle. Certo che penso che non sia stato lui a uccidere materialmente mio padre - prosegue Torregiani - non lo dico io, lo dicono gli atti processuali. Ma lui fu tra quelli che progettarono gli attentati, anzi, quando il gruppo terrorista si spaccò proprio sull'opportunità di uccidere mio padre, lui insistette. Certo che è responsabile". Così Torreggiani replica all'intervista di Cesare Battisti al Gr1 Rai, all'indomani della decisione dell'Alta Corte brasiliana di rinviare di una settimana l'esame del suo caso. "Qualcuno - ha detto Battisti - ha voluto portarmi alla frontiera con la Bolivia, è stata una trappola. Era tutto organizzato. Io qui in Brasile sono accettato da tutti, tutti mi vogliono bene". E' una specie di drammatico dietro-front, quello dell'ex leader dei Proletari Armati per il Comunismo. Spiega: ""Nell'Alta Corte brasiliana ci sono diverse voci, molte delle quali sono a mio favore, sono da anni in relazione con Alberto Torregiani, il figlio del gioielliere Pierluigi Torregiani, ci siamo scritti durante gli anni. L'ho aiutato a scrivere un libro. Io ho lettere di Alberto Torregiani in cui mi dice testualmente che non ha nessun dubbio sul fatto che io non ho niente a che vedere con la morte del padre. Fortunatamente sono uscito prima che iniziassero omicidi nel mio gruppo". E sulla lotta armata degli Anni di Piombo: "Come si può essere soddisfatti o fieri di tanta violenza, tanti omicidi e tanto sangue, da una parte come dall'altra? La lotta armata è stato un suicidio, non poteva dare risultati per nessuno. E anche indirettamente ho partecipato a idee che hanno portato a una follia, ad una via senza uscita". Un cambio di prospettive e di umori, quello dell'ex Pac. Ma la sostanza non cambia. Per la giustizia italiana è responsabile di quattro omicidi, e le condanne sono passate in giudicato.

ALle parole di Battisti, le smentite di Torreggiani: "Io e lui non abbiamo mai avuto contatti diretti, altro che aiutarmi a scrivere un libro - ha precisato - sono stato contattato, e non da lui, e si parla di 3 o 4 mail e comunque sempre attraverso la mediazione della scrittrice sua amica, Fred Vargas. Una volta ho fatto una battuta ma con lei, dicendo che se avessi scritto un altro libro avrei chiesto a lui ma ripeto, era una battuta. Trasformarla in qualcosa d'altro è tipico di uno che fa lo scrittore, che calcola bene quel che dice e che in mezzo ci mette dello sporco".

COSI' UCCISE LINO SABBADIN

L'ex terrorista dei Pac dice che non chiede perdono ai familiari delle vittime per cui è stato condannato all'ergastolo "perchè non li ho uccisi io". Ma le carte giudiziarie raccontano una realtà diversa. Il figlio di Lino Sabbadin (un macellaio che aveva la sola colpa di essere genericamente di destra e di avere reagito ad un "esproprio proletario", ferendo a morte un rapinatore) così rievocò l'omicidio di suo padre in un libro del giornalista di Panorama Giovanni Fasanella e della collega Antonella Grippo. Era il 16 febbraio del 1979. "La mia era una famiglia tranquilla - racconta Adriano Sabbadin - lavoratori seri, persone oneste. Vendevamo carni". Due mesi prima della morte di Lino Sabbadin (il 16 dicembre) la sua macelleria subì una rapina, allora un "esproprio proletario". "Era un sabato sera - ricorda Adriano Sabbadin - la giornata di lavoro era finita e stavamo per chiudere. Quella era un'incombenza che spettava a me e andai nel retro per prendere il grosso catenaccio di ferro con cui bloccavamo la saracinesca. Improvvisamente sentii sparare all'impazzata, mentre qualcuno urlava: 'Questa è una rapina! State fermi, non vi muovete! E' una rapina!". D'istinto mi buttai a terra, impaurito. Poi riconobbi la voce di mio padre, che invitava alla calma: "Per favore, state calmi!", continuava a ripetere ai rapinatori. Ma lo diceva anche a se stesso e soprattutto a mia sorella, che era alla cassa: la vedeva terrorizzata e voleva tranquillizzarla. Adriana prese i soldi dal cassetto per darli ai rapinatori, erano due giovani incappucciati. Ma uno di loro le sparò, senza colpirla; forse credeva che volesse nascondere una parte dell'incasso della giornata e voleva intimidirla. Mio padre nel frattempo, preoccupato che potesse accadere qualcosa di brutto a mia sorella, approfittò di quegli attimi di concitazione e riuscì a venire nel retro, dove prese un'arma che teneva nascosta. L' altro rapinatore gli corse dietro e lo colpì in testa con il calcio della pistola. Papà non svenne e reagì. Lottarono. Partì un colpo. Fu mio padre a rialzarsi mentre il ragazzo rimase a terra, riverso in una pozza di sangue. L'altro rapinatore fu subito immobilizzato dai clienti e rischiò il linciaggio della folla, che quando è stanca di soprusi diventa branco pronto a farsi giustizia da sé. L'ambulanza arrivò quasi subito. Tentarono di rianimare il ragazzo in terra, poi lo portarono in ospedale. Ma non ce la fece, morì nel giro di qualche ora". 

LA VENDETTA DI BATTISTI E DEI COMPLICI

Battisti e suoi compagni decisero di vendicare il loro "caduto". Prima con minacce, lettere minatorie, ordigni. Poi il 16 febbraio 1979 il raid omicida del Pac. "... Nel pomeriggio, chiesi a mio padre di venire giù in negozio perché dei clienti avevano bisogno di alcuni tagli più grossi, e io non ero in grado di darglieli. Erano circa le 16:30. Mio padre, aiutato da mia madre, stava servendo dei clienti, una coppia con una bambina piccola. Io ero al telefono, stavo chiamando una ditta fornitrice perché mi ero accorto che avevamo bisogno di alcuni tagli di carne e volevo che ce li portasse. Proprio in quell'istante notai di nuovo un'auto che passava lentamente davanti al negozio. Era la stessa che avevo visto il giorno precedente. In un attimo sentii dei colpi di pistola rimbombarmi nelle orecchie. Lasciai cadere il telefono e andai di corsa in magazzino, mi sedetti a terra per riprendere fiato e cercare di pensare a cosa fare. Poi scappai di sopra, da mia zia. Lei, dalla terrazza, aveva visto arrivare degli uomini armati e poi aveva sentito i colpi, ma non aveva potuto far nulla perché uno, dalla strada, la teneva sotto tiro con un mitra. Sono momenti infiniti, dilatati dall'angoscia, senti il cuore che ti batte in gola fino a scoppiare. Quando finalmente vedemmo quegli uomini allontanarsi di corsa in macchina, io e mia zia, con la paura negli occhi, scendemmo subito. Uno dei vicini tentò di bloccarmi: "Non andare, papà è morto!". Minuti interminabili:  "Mia madre aveva il grembiule sporco di sangue.... Era il "rosso vivo del sangue di mio padre: era in una pozza di sangue. Lo toccai, era bianco, cianotico. (...) Lo portarono via subito. I carabinieri ci fecero andare in caserma per interrogarci, me e mia madre. Ma io non capivo nemmeno quello che mi stavano dicendo (...) L' omicidio fu rivendicato il giorno dopo dai Pac. (...) I carabinieri ci spiegarono che si trattava di una banda che faceva rapine per autofinanziarsi. Nel nostro caso, però, avevano voluto punire mio padre che, due mesi prima, durante il tentativo di rapina in macelleria, aveva ucciso quel ragazzo. Secondo i Pac, ci spiegarono i carabinieri, mio padre non avrebbe dovuto reagire a un'azione di "esproprio proletario (...)". Tre nel commando: Paola Filippi e Diego Giacomini, terrorista veneziano, ma il capo del commando di "giustizieri proletari" era Battisti. "Giacomini fu il primo a sparare a mio padre - racconta ancora Adriano - Battisti lo colpì di nuovo quando era già a terra. Fecero allontanare i clienti e poi spararono ancora. Crivellarono mio padre senza alcuna pietà".

    "IL BRASILE E' UNO STATO SERIO"
    Nel 2017, lo stesso giudice che ora lo arresta, Luis Fux, membro del Supremo Tribunale Federale, gli aveva concesso una misura cautelare che bloccava di fatto ogni possibilità di estradarlo, nonostante che l'allora Giustizia brasiliano Torquato Jardim, avesse accusato Battisti di aver "rotto il rapporto di fiducia" con il Paese sudamericano, dove l'ex membro dei Pac risiede dal 2010 grazie all'asilo politico concesso dall'ex presidente operaio, Luiz Inacio Lula da Silva. Un decreto, quello firmato da Lula, che venne approvato nel 2011 dalla Tribunale Supremo del quale anche allora faceva parte Lux, che si schierò a favore. Il presidente Michel Temer sembrava sul punto di autorizzare l'estradizione dell'ex terrorista. Ma si era tornati alla prima casella di questo squallido gioco dell'oca, sulla pelle delle famiglie delle vittime. Dalla sua casa-rifugio di Cananeia intanto, Battisti era tornato a provocare l'Italia ("un Paese arrogante") e a ostentare sicurezza, come se non temesse l'espulsione. Ma in realtà era ben consapevole di essere nelle mani del capo di Stato brasiliano, a cui infatti si era rivolto chiedendo "un grande atto di giustizia e umanità". "Vorrei che il presidente Temer prendesse coscienza profonda della situazione - fu l'appello dell'ex terrorista - anche perché ha tutti gli strumenti giuridici e politici per fare un atto di umanità e lasciarmi qui". Affermazioni che non stupiscono Alberto Torregiani, figlio dell'oreficoìe ucciso da Battisti nel corso di una rapina, e rimasto da allora paralizzato, ferito alla schiena da un proiettile: "E' normale che parli così, lo ha sempre fatto, è coerente. Se avesse un po' di umiltà e chiedesse perdono, sarebbe sì una svolta", ha commentato il figlio di Pierluigi, una delle vittime, per il quale finché Battisti non sarà in Italia "non è il caso di gioire".

     

    "NON CHIEDO SCUSA, NON HO UCCISO IO" 

    "Chiedere scusa alle famiglie delle vittime? no. Perchè io non ho ucciso nessuno, lo Stato italiano è arrogante e prepotente, vuole fare con me una prova di orgoglio e di forza, ma io testo qui, non possono farmi niente". E ieri: "Estradato in Italia? Vado incontro alla morte, non possono farmi niente, sono un rifugiato, se mai lo faranno è un abuso legale"". Così Cesare Battisti a un giornalista brasiliano, appreso che il presidente Temer era pronto a revocargli lo stato di rifugiato. 

    STORIA DI UN'ESTRADIZIONE MANCATA

    Era finito più volte nel nulla il tentativo di fuga dal Brasile per sfuggire alla possibile procedura di rientro in Italia. Che lo stesso ex terrorista ha tentato però di smentire: "Non stavo fuggendo, in Brasile sono protetto", aveva detto in un'intervista ad una tv brasiliana, ribadendo che "sarebbe illegale rimandarlo in Italia". La vicenda ha avuto degli sviluppi inattesi mercoledì della scorsa settimana in seguito all'arresto di Battisti al confine boliviano per sospetto traffico di valuta e riciclaggio. Anche se un giudice d'appello gli ha concesso la liberta' provvisoria, per mancanza di prove, nel governo brasiliano si e' fatta strada l'idea che un crimine di natura fiscale potesse rafforzare le motivazioni giuridiche per la sua estradizione in Italia. E molti avevano scommesso sulla decisione di Temer di annullare l'asilo politico concesso all'ex membro dei Proletari armati per il comunismo nel 2010 dall'ex presidente Lula.  Battisti ritorno, sotto il faro dei media, di nuovo casa sul lungomare di San Paolo dopo tre giorni di carcere nel Mato Grosso.
    "SONO UN RIFUGIATO" 


    Il giudice brasiliano, con fama di ultragarantista, aveva sì convalidato il fermo di Battisti ma aveva liberato il pluri-assassino dopo il fermo della polizia che lo accusava anche di traffico di valuta. L'ex terrorista (ma non ex assassino perché costoro non sono mai ex, ne ha commessi quattro) Cesare Battisti, 63 anni, arrestato nella città di Corumbà, alla frontiera tra Brasile e Bolivia aveva fatto segnare un punto a suo favore, fermo restando che nessuno al mondo ha creduto che tentasse di espatriare in Bolivia per una battuta di pesca. Diciamo che qualcuno, all'interno del sistema di potere carioca, gli aveva detto che era meglio per lui sparire per un po', e lui aveva fatto quello che, per istinto, ben si comprende: fuggire in un luogo più sicuro. Ostentava sicurezza: "Ho lo status di rifugiato, non mi possono fare niente", ha detto in una intervista al Globo, giornale brasiliano. Sulla testa dell'ex fondatore e guerrigliero del Pac (Proletari Armati per il Comunismo), pendono quattro omicidi per cui è stato condannato all'ergastolo. Probabilmente aveva intuito che, con il cambio degli assetti politici in Brasile, per lui era iniziato il conto alla rovescia per l'estradizione in Italia, per scontare sino in fondo la sua pena. Da qui la decisione di fuggire, nonostante avesse ricevuto dall'ex presidente Lula lo status di rifugiato politico, poiché avrebbe rischiato di essere vittima di un atteggiamento discriminatorio, un salvacondotto che gli ha permesso di continuare la bella vita da "intellettuale maledetto". Battisti a Torino, in quegli anni, era molto conosciuto negli ambienti politici che fiancheggiavano il terrorismo, già allora complici di un certo tipo di violenza ammantata di pseudo giustizia politica. Semmai ce ne fosse ancora bisogno, la fuga dell'assassino dell'orefice Torregiani, dei poliziotti Santoro e Campagna, era la prova che, all'interno del "palazzo" brasiliano, poteva contare ancora su molti simpatizzanti. Battisti, nella sua lunga latitanza, anche in Francia, si era ritagliato un ruolo come scrittore di thriller in cui descriveva la morte violenta dei suoi personaggi sovrapponendola cinicamente alla realtà di cui era stato un sanguinoso e spietato protagonista. 

     

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