Géraldine Blanc, condannata a ricordare

| Agente di polizia di Parigi, è stata fra le prime ad arrivare alla redazione di Charlie Hebdo il giorno della strage. E solo oggi ha accettato di parlare dei minuti che le hanno cambiato la vita per sempre

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“Riesco ancora a sentire il sibilo dei proiettili”. Géraldine Blanc non sa come cancellare dalla mente la mattina del 7 gennaio 2015, quando in Rue Nicolas-Appert, XI arrondissement, a Parigi, si scatena l’inferno. È l’indirizzo della redazione di “Charlie Hebdo”, il luogo scelto dai due fratelli Kouachi per fare una strage. Sotto i colpi degli AK-47 muoiono “Charb”, Stéphane Charbonnier, il direttore, i vignettisti Jean Cabut, Georges Wolinski, Bernard Verlhac e Philippe Honoré, il curatore editoriale Mustapha Ourrad, la giornalista Elsa Cayat, l’economista Bernard Maris, l’organizzatore di eventi Michel Renauld, l’addetto alla manutezione Frederic Boisseau e gli agenti di polizia Ahmed Merabet e Franck Brinsolaro.

Per la prima volta, quattro anni dopo, Géraldine Blanc ha accettato di parlare, quattro anni dopo: “Ricordo tutto con precisione, ogni dettaglio”. Per lei, la vita ha una linea di demarcazione netta: prima e dopo il 7 gennaio 2015. L’attacco le ha cambiato la vita.

Géraldine Blanc era una donna poliziotto di Parigi: quella mattina è stata fra i primi ad arrivare sul posto con la sua mountain bike in dotazione. Aveva 32 anni, era un membro della brigata MTB dell’11° arrondissement di Parigi. Quando alla radio sente che sono stati segnalati colpi di pistola in Rue Nicolas Appert, le viene in mente che possano essere bambini che giocano con i petardi per strada.

Quando arriva sul posto, c’è gente che fa dei gesti dal tetto dell’edificio di Charlie Hebdo, ma erano troppo lontani e lei non riusciva a capire quello che tentano di dirle. Improvvisamente, i fratelli Kouachi appaiono in strada: “Erano vestiti di nero, con i giubbotti antiproiettile e armi da guerra in mano”. Sparano nella sua direzione: “Getto via la mia bici e corro più veloce che posso. I proiettili mi sfiorano di pochi centimetri”. Riesce a rifugiarsi in una strada poco distante, poi sente alla radio “agente a terra”. Torna sulla scena e vede Ahmed Mérabet, ferito a morte dai terroristi. Chiama i soccorsi: “Non avevo più idea del tempo, ero in uno stato di shock, ho capito più tardi che si trattava di un attacco”.

Da allora, tutto è cambiato. “Mi sono fermata per quattro mesi: non riuscivo a uscire di casa da sola, pensavo che i terroristi avrebbero finito il lavoro uccidendomi. Poi è tornata al lavoro, ma ha capito di non poter più indossare l’uniforme: “È impossibile”. Resta in servizio in borghese a Parigi, ma dopo il Bataclan e soprattutto l’assassinio di un poliziotto sugli Champs-Elysées, cede. Chiede un trasferimento a Valence per avvicinarsi alla sua famiglia che vive a Tournon-sur-Rhône. Ancora oggi, dice di soffrire per i sensi di colpa del sopravvissuto e “Penso ogni giorno, davvero ogni giorno, a Charlie Hebdo”.

Il 13 novembre dello stesso anno, il terrore sarebbe tornato sulle strade di Parigi facendo altri 137 morti e 368 feriti. Poi ancora a Nizza, il 14 luglio 2016, con 86 vittime e 458 feriti.

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