Il fascino perverso del male

| Partendo dal libro autobiografico di Valeria Collina, madre dell’attentatore del London Bridge, il fenomeno del terrorismo analizzato dalla professoressa Laura Sabrina Martucci e dal dottor Maurizio Montanari

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Di Germana Zuffanti
Lo Stato Islamico ha rivendicato il doppio attentato suicida dello scorso 22 gennaio a Baghdad che ha ucciso almeno 36 persone ferendone più di un centinaio. I movimenti cospirazionisti, anche senza la presenza catalizzante di Trump, sono sempre più paragonabili al terrorismo di matrice religiosa. E in tutto questo, la pandemia ha creato nuovi disagi psicologici e isolamento, soprattutto tra i giovani, ovunque nel mondo.

Le società democratiche occidentali sono in pericolo? Ci sono esperienze dalle quali si può partire per prevenire fenomeni di questo tipo? Partendo da un’intervista a Valeria Collina, madre di Youssef Zaghba, uno dei tre attentatori sul London Bridge del 3 giugno 2017, ne parliamo con la professoressa Laura Sabrina Martucci, professore aggregato di Diritto ecclesiastico comparato presso l’Università Aldo Moro di Bari, nonché, per un approccio più strettamente clinico, con il dottor Maurizio Montanari, psicoanalista.

Un’intervista, una testimonianza forte, ma anche una chiave di lettura. Questo è stato l’intervento di Valeria Collina, mamma di Youssef Zaghba, autrice insieme a Brahim Maarad del libro “Nel nome di chi” (Rizzoli Editore). L’intervista è stata rilasciata all’interno del “Master Terrorismo, Prevenzione della radicalizzazione e Integrazione Interreligiosa ed Interculturale” dell’Università Aldo Moro, coordinato dalla professoressa Martucci.

Quella di Valeria Collina, è una testimonianza forte sul tema “Il terrorismo non ha religione: testimonianze e storie di radicalizzazione”, nell’ottica di un approccio interdisciplinare alle politiche di anti-radicalizzazione e della promozione dell’integrazione interreligiosa e interculturale, oltre alla conoscenza dei programmi e delle misure di prevenzione, di deradicalizzazione, disingaggio e depotenziamento della minaccia terroristica adottate in Italia e in Europa. La professoressa Martucci ha coordinato l’intervista mettendo in luce tematiche molto importanti legate all’esperienza di Valeria. Ad emergere - racconta la professoressa - è stata la storia di una donna, moglie e madre, portata ai più ampi temi della fascinazione legata alle religioni, del rigorismo fondamentalista nelle due dimensioni pacifica e radicale eversiva. “È  vero che il terrorismo non ha religione, ma la radicalizzazione eversiva è  veicolata con metodo religioso".

Nel racconto di Valeria, sono emersi tutti gli elementi che gravitano attorno ad una radicalizzazione eversiva: il contesto familiare di chi si avvicina al fondamentalismo islamico arrivando a mettere in atto un attentato, nonché le fragilità che possono portare un individuo privo di punti di riferimento forti e isolato ad avvicinarsi a forme di fondamentalismo che arrivano al martirio.

Con il senno di poi, tornando indietro nella vita del ragazzo, sono stati analizzati gli spunti e gli spiragli dai quali oggi si può partire per costruire una rieducazione ed un reinserimento, prima che sia troppo tardi. Non è semplice, ma con un approccio multifocale, c’è terreno per lavorare senza escludere la vicinanza e il sostegno alle famiglie ed il ruolo importantissimo delle collaborazioni tra esperti qualificati in diversi settori, in accordo con le comunità islamiche.

Il racconto di Valeria Collina, racchiuso e spiegato nel libro, racconta il dramma di un essere umano che è prima di tutto donna, ma è anche moglie e madre. E come solo una madre sa fare, Valeria narra con lucidità e dolore trattenuto la storia del 22enne italo-marocchino che, il 3 giugno del 2017, insieme ad altre due complici, ha ucciso 8 persone ferendone altre 48 nel corso dell’attacco terroristico sul London Bridge. Italiana convertita all’Islam, Valeria ha vissuto per vent’anni in Marocco, dove ha studiato l’arabo ed il Corano, per poi tornare in Italia nel 2015 a seguito del divorzio dal marito che aveva scelto una seconda moglie: da quel giorno ha assistito alla graduale radicalizzazione del figlio, portata avanti con sapiente dissimulazione, frutto proprio della devianza che lo stava conquistando.

Quale è stato il percorso che ha portato Youssef a barattare una vita normale con il martirio?

Valeria, non priva da sensi di colpa per questo, sa di avere avuto una vita non facile in Marocco per via della rigida impostazione religiosa del marito, legato ad una forma di Islam arcaico, tradizionale e quasi superstizioso, con forme di coercizione e credenze allucinanti, del tutto assurde per noi occidentali. Presenze continue di jiin, abluzioni, ricatti e violenze che sono state vissute anche dal ragazzo, che ha visto ripercuotersi tutto questo sulle donne della famiglia, la madre e la sorella. La confusione legata a ciò che gli veniva proposto, unita al fascino di un modello di islam puro, forse rappresentato dalla lontana Siria, hanno fatto nascere in lui la curiosità e la fascinazione verso la soluzione alla crisi identitaria che si faceva sempre più evidente. Poi c’è il ruolo del web, quella finestra sul mondo che offre video liberamente scaricabili di violenze inaudite: la propaganda continua e martellante, unite all’isolamento, hanno reso più semplice far cadere il ragazzo nel buco nero del Daesh.

Sì, perché attraverso il Dark web, ma anche guardando e riguardando video liberamente scaricabili dalla rete, il ragazzo si era avvicinato al male ed a quella propaganda che serve allo Stato islamico per approcciare, reclutare e imporre linee guida per azioni. La madre dice che leggeva i manga e guardava gli anime e ogni tanto diceva cose strane, ma nulla lasciava presagire il desiderio di morte: una madre sa, sente, ma non nella situazione di Valeria, una madre è stata l’ultima a sapere perché non voleva vedere, per amore.

Alla domanda su come fosse cambiata la sua vita ed il suo approccio all’Islam, con particolare riferimento al velo, Valeria dice: “prima per me il velo era motivo di orgoglio perché mi sentivo ben voluta e protetta da Allah: cosa c’è di meglio? Mi sentivo forte e portavo in maniera convinta non il jiab, ma il niqab. Ora, dopo un percorso personale ho smesso di praticare, di pregare e, come ultimo gesto, ho deciso di togliere il velo perché non mi rappresenta più”. Un’affermazione forte, frutto di un percorso che è stato deviato da un lutto devastante. “Ogni tanto guardo le cose che ha lasciato mio figlio, dormo nel suo letto e cerco di capire ma è difficile: penso alle vittime, so che può sembrare criticabile, ma spesso ho bisogno di vedere quelle immagini così terribili per comprendere il gesto orribile che ha compiuto Youssef. Vedere quelle foto mi fa male, perché comprendo il dolore di quella povera gente, ma nel cuore di una madre è la prova che ciò che sente deve fare posto alla terribile realtà dei fatti. Se ho portato avanti la mia testimonianza è per parlare ai giovani innanzitutto, ma anche alle madri, alle famiglie: bisogna cogliere ogni particolare della vita di un figlio e fare attenzione quando si isolano, perché è lì che c’è più probabilità che vadano nella direzione sbagliata. Il dialogo, il confronto con il diverso non deve essere mai motivo di chiusura: Youssef, dopo i fatti di Bologna (cioè quando si è presentato in aeroporto direzione Siria) si è sentito solo ed isolato. Da lì è partito il rifiuto per quel mondo che lo aveva escluso, si è identificato ed ha trovato rifugio in qualcosa di terribile e violento”.

Durante l'intervista, Valeria racconta l'infanzia e l'adolescenza del figlio, chiedendosi se possa essere stata la violenza che ha sempre vissuto in casa la radice del male che si è annidato nell’anima suo figlio, e se tutto quell’odio abbia trovato una spiegazione dietro la bandiera nera del Daesh. Vengono in mente tutte quelle storie di ragazzi, vittime protagonisti di violenze in famiglia, che hanno intrapreso la via della droga o delle cattive compagnie, finendo in carcere o a perdersi del tutto.

 “Uomini in crisi con la propria identità, morti e stragi in nome dell’Isis: si può parlare di devianze anche nel fondamentalismo religioso?

“Sì, parlerei proprio di una delle forme di ‘distorto uso della religione’, che s’innesta su vulnerabilità soggettive, ma non mi soffermerei sulla sola idea di patologie e debolezza. Quelle della radicalizzazione sono esperienze complesse nelle quali sono molte le componenti che giocano un ruolo, comprese scelte consapevoli e forti di adesione ad un progetto politico sovversivo, di violenza terroristica, come dimostrano molte storie di terroristi oggi chiusi in carcere e dei loro leader carismatici o dei recruiters che ancora animano il Web in cerca di nuove prede”.

Dottor Montanari, per lei la stessa domanda.

“Questi episodi ripropongono l’antica questione dell’uso della religione (o per meglio dire l’espunzione di alcuni paragrafi particolarmente violenti incisi nei testi sacri delle religioni monoteiste) come strumento per dare sfogo e forma a pulsioni umane violente ed ancestrali, sepolte negli anfratti della storia personale dell’individuo, che cercano in aggregazioni religiose o parareligiose, e nei codici sociali da queste condivisi (l’Isis oggi, Al Qaida prima), uno sbocco per uscire dalle profondità e dare un senso, anche se tragico, a vite banali e spesso disturbate, dedicate in gran parte a ruminare dell’odio. Assassini dormienti in attesa di una licenza di uccidere, spesso auto conferita in nome e per conto del sedicente Stato Islamico.

Religione, fanatismo, o lettura clinica individuale?

“Esiste una figura ben conosciuta dalla psicoanalisi, quella del “perverso sadico”, che fornisce spunti per indagare su forme di terrorismo che necessitano di autocertificazione. Fu Adolf Eichmann, nel corso delle udienze che lo videro alla sbarra a Gerusalemme, incalzato da Gideon Hausner, a mostrare per primo al mondo mediatico quanto radicale e tragica possa essere la determinazione di chi sceglie di declinare la propria vita come soldato obbediente alle direttive dell’Altro, senza una volontà che non sia quella del sistema di valori verso il quale si pone come docile strumento. Capace per questo di atrocità inaudite senza conoscere il senso di colpa perché, come un Golem, le percepisce come ordini da eseguire che giustificano e danno forma alla sua stessa esistenza. Il perverso, per dirla con Lacan, si connota per la sua capacità di mettere a lato la propria soggettività determinandosi ‘come oggetto’ prono al volere dell’Altro: altri codici, altre leggi, altri costumi, sovente in antitesi con quelli che regolano la convivenza civile. Proprio come i terroristi che seminano angoscia e morte in tutta Europa”.

Leggiamo così, oggi, il diffuso utilizzo della religione come strumento per dare forma all’odio personale. La “professione di fede” ha le sembianze di un autobus sul quale trovano un passaggio feroci e lucide personalità perverse, capaci di tramutarsi in micidiali macchine di morte qualora scorgano in qualche Dio, o qualche cattivo maestro eletto a guida spirituale, quegli stessi inconfessabili desideri di dispensare morte e infliggere dolore al prossimo.

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Il fascino perverso del male - immagine 1
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