Il foreign fighter che vuole tornare in Italia

| Mohamed Koraichi ha lasciato la provincia di Lecco per unirsi all’Isis: catturato, chiede all’Italia di poter tornare assicurando di non aver fatto nulla. Ma sul suo conto ci sono numerose prove che dicono il contrario

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“Sono un cittadino italiano, l’Italia deve riportarci a casa. Sto male, ho bisogno di esami e cure mediche che qui non sono possibili. Sono un essere umano, ho dei diritti”. È l’appello che Mohamed Koraichi ha lanciato attraverso le pagine de “Il Giornale” da una cella del carcere di massima sicurezza di Hasakah. Un posto che attualmente ospita 5000 detenuti di 33 nazionalità diverse, tutti con la stessa accusa sulle spalle: essere miliziani dell’Isis, tenuti rigorosamente all’oscuro di tutto, compresa la morte di Al-Baghdadi.

Cinque anni fa, Koraichi, sua moglie, l’italiana Alice Brignoli, 48 anni, e i loro tre figli di 7, 9 e 11 anni (a cui se n’è aggiunto un altro nato in Siria), hanno lasciato Bulciago, in provincia di Lecco, il comune dove risiedevano e dov’erano perfettamente integrati, per unirsi ai tagliagole del Califfato. Koraichi sa che anche in Italia lo aspetta un mandato di cattura per terrorismo internazionale: “Non ho fatto nulla di male e non temo i giudici. Se troveranno prove contro di me sarò ben contento di sedermi in tribunale. Ma non troveranno nulla, perché non ho fatto niente: ero un meccanico, non un combattente”.

Mohamed Koraichi, 34 anni, cittadino italiano nel 2013, è arrivato nel nostro Paese all’età di 8 anni con regolare permesso, e afferma che sia stata sua moglie a radicalizzarlo, dopo aver subito a sua volta la stessa sorte nella moschea di Costa Masnaga, in Brianza. “Quando ha iniziato a indossare il niqab non siamo stati più accettati, e abbiamo deciso di cambiare vita partendo per la Siria”. Dopo un lungo viaggio in auto fino a Urfa, in Turchia, reso più semplice dal passaporto italiano, la coppia si trova davanti ad una realtà ben diversa da quella che veniva propagandata: “Sono venuto in Siria perché volevo vivere con la mia famiglia il vero Islam, ma quelli non erano veri musulmani, e la Sharia non era applicata a tutti”. Si fermano a Raqqa fino all’ottobre del 2017, poi le truppe della colazione stringono il cerchio sull’Isis e insieme a centinaia di altri combattenti si spostano a Baghouz, la roccaforte dell’Isis al confine con L’Iraq. Vengono catturati e imprigionati: lui finisce nel carcere di Hasakah, moglie e figli in un’altra struttura, a circa 50 km di distanza. La ricostruzione che fa Koraichi è diversa da quella ufficiale: “Sono stato ferito, e quando si è aperto un corridoio umanitario mi sono consegnato spontaneamente insieme alla mia famiglia. E ora la situazione è alquanto critica: non sappiamo quale sarà la nostra sorte”.

In realtà, i Carabinieri del ROS avrebbero un fascicolo sul foreign fighter in cui sono evidenziate le prove di un “addestramento militare” e della sua “partecipazione ad azioni violente dell’organizzazione terroristica”. Il volto di Koraichi comparirebbe in alcuni video che testimoniano l’attacco sferrato dall’Isis ad un aeroporto, costato la vita a 250 militari siriani, sgozzati uno dopo l’altro, e di un altro in cui insegnava ai suoi figli come usare un Kalashnikov. Korichi è anche accusato di essere stato il mentore di Abderrahim Moutharrik, “il pugile dell’Isis”, condannato a sei anni di reclusione e attualmente in carcere a Sassari.

Terrorismo
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