Il misterioso complice della 'compagna Mara'

| Quarantaquattro anni dopo il conflitto a fuoco alla Cascina Spiotta tra carabinieri e Brigate Rosse, dove morirono un militare e Margherita Cagol, moglie di Curcio, ancora non è noto il nome del brigatista che riuscì a fuggire

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MASSIMO NUMA

Sono passati 44 anni da quando una pattuglia di carabinieri della caserma di Acqui Terme, arrivati con una 127, nel cortile di Cascina Spiotta, nel Comune di Arzello, Alessandria, bussò alla porta. Dentro, nella cascina, c’erano Margherita “Mara” Cagol, 30 anni, minuto e combattiva, alta 1,60 e occhi verdi, trentina di una famiglia borghese e cattolica, dirigente nazionale delle Brigate Rosse, moglie di Renato Curcio, e capo della colonna torinese, l'industriale vinicolo Vallarino Gancia, quarantatré anni, sposato, separato, con due figli rapito poche ore prima appena uscito dalla sua villa di Canelli. Stava andando in azienda, alla guida della sua Alfetta ma incappò in una finta interruzione per lavori in corso. Due auto dei brigatisti, una 127 e un furgone, lo tamponano; un brigatista sfonda il lunotto posteriore con un martello, aprì la porta, l’altro puntò un mitra sull’industriale infine che caricato, legato e bendato, sul furgone. Le auto rubate verranno poi ritrovate  fra Calamandrana e Canelli. Pochi giorni prima, il brigatista Massimo Maraschi, che stava pedinando Gancia, ha un lieve incidente con una 500. Insiste, lui e il suo passeggero, a pagare subito i danni, ma l’automobilista chiamò lo stesso i carabinieri. L’automobile era rubata e Maraschi viene arrestato. E si dichiarò stranamente “prigioniero politico”. Questo indusse gli investigatori a ritenere che Gancia fosse nascosto nei dintorni.  Alla guida della 127 dell’Arma, c’era l'appuntato Giovanni D’Alfonso, al suo fianco il giovane tenente Umberto Rocca e dietro il maresciallo Rosario Cattafi. Erano stati impegnati nei controlli tutta la notte e li avevano ripresi dalle prime ore del mattino. Avevano già visito un castello abbandonato e altre cascine. La Spiotta era in cima a un poggio, dalle finestre lo sguardo poteva spaziare su oltre un chilometro di visibilità. Ma i due brigatisti non si accorsero stranamente dei carabinieri, in divisa, se non quando sentirono bussare alla porta. Il piano prevedeva che, sorpresi, si sarebbero dati alla fuga, abbandonando l’ostaggio al suo destino. Ma è troppo tardi. E troppi errori. Ammise l’ex brigatista Giorgio Semeria: «Il rapimento di Vallarino Gancia fu improvvisato perché Mara voleva prendere la mano alla guida logistica, troppo lenta e prudente. Si era stabilito di escludere dai sequestri di persona donne e bambini e di non provocare danni nella persona a coloro che venivano presi solo per denaro. Ma si continuava a discutere se la decisione dovesse essere presa dal comando di colonna o dalla direzione esecutiva. Mara non avrebbe dovuto usare cascina Spiotta. Era una nostra base da anni, insospettabile dalla popolazione che ci aveva accettati come amici e che si era abituata alle nostre facce, a patto però che non avvenissero nelle vicinanze azioni terroristiche, se no l'associazione di idee con il nostro gruppo sarebbe stata inevitabile. L'arresto di Maraschi fu la goccia che fece traboccare il vaso: Dalla Chiesa capì che il sequestro era opera nostra e che la base doveva essere nelle vicinanze».

Alle 10,30, i carabinieri iniziano una perlustrazione che sembra quasi routine, alle 11,30 lentamente si incammino sul sentiero. Nel cortile ci sono una 127 e una 128, sotto il portico di una adiacente casa colonica, Rocca, mentre  l’appuntato Barberis si segna il numero di targa. Dice il tenente Rocca: «Bussammo, nessuno rispose. Dall'interno però giunse il rumore di una radio. Io che mi ero spostato verso l'angolo dell'edificio alzai lo sguardo a una finestra accostata, intravidi una donna e gridai: 'Ma allora c'è qualcuno. Signora, vuole venire giù?'. La sconosciuta si ritirò». Il maresciallo Alla finestra questa volta appare un uomo, dal viso magro e dall’aria infastidita. “Che cosa volete?”. “Venga giù”, replicano i militari. “Venite voi, venite”. Cattafi: “Aveva la mano destra ancora all'interno. Lo vidi strappare con i denti la sicura della bomba e lanciarla. Mi voltai e vidi la bomba cadere dall'alto, alzai istintivamente un braccio per ripararmi, vidi rosso, crollai a terra, poi mi rialzai. I brigatisti, l'uomo e la donna, irruppero fuori sparando; Rocca è a terra, il braccio sinistro spappolato, il volto sanguinante, colpito dalle schegge, anche io; raggiunto da alcuni proiettili l'appuntato D’Alfonso". L'appuntato Barberis: «Volevo tornare sull'aia ma aspettavo la conferma. Ancora colpi di pistola, poi sento il rumore di due motori e vedo venire avanti una 127 rossa e una 128. Sulla prima, al volante, un uomo che spara attraverso il vetro. Sparava anche la donna. Le auto fanno un lungo giro per evitare la nostra auto messa di traverso sulla strada. Poi si è spalancata la portiera, sono usciti sparando, poi le grida: ‘Basta, basta, non sparate, siamo feriti Una trappola, riprendono a sparare e tentano di lanciare altre bombe”. Mara è distesa sul prato, blue jeans, scarpe di tela, una maglietta. Viene colpita da un proiettile sotto l’ascella che fuoriesce dalla schiena. Morirà pochi minuti dopo...". Morti Mara e l'appuntato D'Alfonso, ferito gravemente il tenente Rocca.

La versione che il brigatista poi fuggito senza danni, solo lievemente ferito, viene resa nota in un documento della direzione strategica BR ritrovato molto tempo dopo: «Mi alzai dalla tavola dove stava la radio al piano superiore, e andai alla finestra: mi prese un colpo nel vedere vicino alla porta un CC. Corsi da Mara e l'avvertii che c'erano i CC. Mara, urlando che era impossibile, si avvicinò alla finestra, l'aprì e si ritirò dicendomi che erano in tre. Mi chiese da dove potevano essere venuti perché non li aveva visti. In quei minuti ci fu un trambusto indescrivibile, io che caricavo armi e mi riempivo le tasche di bombe a mano, la Mara che correva imprecando a prendere scartoffie. Andammo giù per le scale. Davanti alla porta chiusa, io armato di pistola e quattro bombe a mano, la Mara con borsetta e mitra a tracolla, in mano valigetta e pistola. La Mara insisteva che bisognava prendere le auto e scappare mentre io volevo prendere con noi il sequestrato. Accortomi del casino che ci circondava volli verificare: aprii la porta e messa fuori la testa vidi che c'era un CC all'angolo della casa. Mi invitò ad uscire e cercai di prendere tempo per vedere dove fossero gli altri. Il mio temporeggiamento fece sì che altri due CC uscissero dall'angolo e si mettessero allo scoperto. Dissi a Mara che avrei tirato le bombe e che tutti e tre i CC si trovavano allo scoperto. Usciti, tirai la prima bomba, sentii un gran botto e vidi un fuggi fuggi di CC fra urli e pianti. Uscii di corsa seguito da Mara, tirai un'altra bomba a caso. Mentre eravamo sotto il porticato sentimmo colpi alle spalle e urla. Mi voltai e vidi un CC che correva, la Mara urlò di sparare. Tirammo tutti e due e quando era già disteso la Mara tirò ancora. La Mara urlò di prendere la macchina e di scappare. Un altro CC ci prese sotto tiro e urlava. Gli dissi di non sparare che ci arrendevamo ma feci presente alla Mara che avevo ancora due bombe. Mentre il CC si avvicinava tirai un'altra bomba ma lo mancai, si sentì un gran botto ma il CC era in piedi. Era andata male. Urlai a Mara di svignare e di correre verso il bosco. Mentre correvo a zig zag sentii tre colpi attorno a me. Riuscii ad arrivare nel bosco e a buttarmi nella macchia. Di sopra sentivo la Mara che urlava imprencando con i CC. Mi affacciai e vidi la Mara seduta che imprecava contro i CC e fuggii. Durante la fuga sentii due colpi. . . ». Questa ricostruzione, assai simile a quella dei carabinieri, lascia però un punto interrogativo. Mister X, finita la sparatoria, sente, già al sicuro nella macchia, distanziati, altri due colpi. Lasciando sottilmente intendere che “Mara” fu uccisa a freddo, innescando la più sanguinosa parentesi della nostra storia recente. Vallarino Gancia, mentre la pattuglia porta i feriti in ospedale (D’Alfonso muore per le ferite, Rocca ha perso un braccio e l’occhio sinistro), un’altra pattuglia libera Vallerino Gancia, sotto choc ma incolume.

Dall'autopsia di Mara tre ferite: due non mortali, inferte, secondo il perito, poco prima della terza, mortale, al torace. Dice un comunicato BR: “Il nemico non si è accontentato di averla prigioniera. Dopo almeno cinque minuti dalla cattura, una mano assassina l'ha abbattuta a freddo in esecuzione di un ordine preciso”. Il 6 giugno il comunicato delle BR: “E caduta combattendo Margherita Cagol, Mara, dirigente comunista e membro del comitato esecutivo delle Brigate rosse. La sua vita e la sua morte sono un esempio che nessun combattente per la libertà potrà dimenticare. Mara, un fiore è sbocciato e questo fiore di libertà le Brigate rosse continueranno a coltivarlo fino alla vittoria. Lotta armata per il comunismo!”.

Oggi sappiamo chi era il brigatista che era con Mara Cagol nella cascina Spiotta. Ma non ne scriveremo il nome. Fu riconosciuto anche da un carabinieri che non volle denunciarlo per paura della vendetta delle BR. Oggi è un uomo libero.  

DOCUMENTO

Dal libro" A Viso Aperto", di Renato Curcio e Mario Scialoja, 1993, Mondadori

Intervista a Renato Curcio sulla morte di sua moglie, la "compagna Mara".
Margherita Cagol è morta il 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta,dove teneva prigioniero l’industriale Vallarino Gancia. Nella sparatoria fu ucciso anche il carabiniere  Giovanni D’Alfonso. Perché avete deciso quel sequestro?
Si è trattato del nostro primo sequestro a scopo di finanziamento. Fino a quel momento i soldi ce li eravamo procurati con le rapine alle banche ….. Ma con l’andare del tempo l’organizzazione era diventata sempre più grossa e le esigenze della clandestinità ancora più complesse e onerose….Gli attacchi  alle banche spesso fruttavano solo piccole somme. Nell’aprile del ’75 ci riunimmo, Margherita, Moretti ed io, in una casa del piacentino per discutere  il da farsi:  pensammo che era venuto il momento di seguire l’esempio dei guerriglieri latino-americani che già da tempo sequestravano gli industriali per finanziarsi.
Come mai avete scelto proprio Villarino Gancia?
Puntammo su Gancia perché con lui potevamo agire in una zona che conoscevamo bene, perché l’operazione non comportava troppe difficoltà, perché era molto ricco e perché ci risultava che avesse finanziato  delle organizzazioni fasciste. Volevamo chiedere un riscatto di circa un miliardo, ma, soprattutto, miravamo ad un sequestro rapido, semplice e il meno rischioso possibile.
Tu hai partecipato all’azione ?
Non facevo parte del gruppo operativo perché ero super ricercato, la polizia aveva le mie foto, non mi potevo spostare con facilità. Avevamo studiato i movimenti di Gancia e stabilito che lo avremmo preso in una strada di campagna che percorreva abitualmente per andare alla “Camillina”, la sua villa-castello di Canelli, vicino ad Asti.  L’azione si svolse il 4 giugno e sis volse senza intoppi. Appena prelevato l’industriale venne caricato su un furgone e portato alla cascina Spiotta, sulle colline di Acqui Terme.
Cosa era la cascina Spiotta?
Un nostro rifugio segreto, molto tranquillo e ben situato: a circa un’ora di macchina da Milano, Torino e Genova. Un antico cascinale di pietra in mezzo alla vigna e agli alberi da frutta, sul cocuzzolo di una collina a pochi chilometri dal borgo di Arzello. Lo aveva scoperto Margherita e comperato per pochi milioni…..Avevamo fatto amicizia con una famiglia di contadini di un cascinale vicino…La figlia, di quindici-sedici anni, veniva spesso a trovarci, ci portava le uova fresche e il latte appena munto. Quando Franceschini ed io eravamo stati arresati e le nostre foto erano apparse su tutti i giornali , nessuno di loro aveva detto niente e così pensammo che potevamo fidarci…Tanto più che l’unica strada di accesso poteva essere controllata dalla casa lungo vari chilometri.
Chi rimase a sorvegliare Gancia?
Margherita e un altro compagno che non posso nominare perché non è stato inquisito per questa operazione. Il sequestro doveva durare al massimo quattro, cinque giorni….Ma la mattina successiva l sequestro ci fu l’irruzione dei carabinieri.
Come mai i carabinieri sono riusciti ad arrivare alla cascina senza essere visti lungo la strada che sale sulla collina?
Per colpa di una tragica disattenzione dovuta alla stanchezza. Il compagno che stava con Margherita  si era addormentato durante il suo turno di guardia.
Tu sai esattamente cosa è successo su nella vostra cascina quella mattina di giugno?
Si, ho ricostruito accuratamente i fatti parlando con il brigatista che si è salvato. Margherita, dopo avermi telefonato, torna alla Spiotta e , siccome è stata di guardia tutta la notte, dice al compagno: “Io adesso vado a riposare, controlla tu dalla finestra con il binocolo, se vedi qualcosa di sospetto avvertimi e ce la filiamo”. Il piano previsto era molto prudente: avevamo studiato le cose in modo da evitare ad ogni costo un conflitto a fuoco e per questo avevamo pensato di poter lasciare  solo due persone a sorvegliare il sequestrato. Se una pattuglia o qualcuno di sospetto si fosse avvicinato alla cascina , Margherita e il compagno dovevano legare ed imbavagliare Gancia abbandonandolo sul posto, correre dietro al dosso del nostro terreno, due minuti a piedi, scendere giù per un pendio e fuggire con un’auto che era stata lasciata apposta  vicino ad uno stradello sterrato. Il fatto che il sequestrato potesse essere liberato era previsto e accettato, proprio perché avevamo deciso di stare lontani da ogni rischio. Dunque Margherita va a dormire, il compagno si apposta davanti alla finestra con il binocolo, ma poco dopo viene preso da un colpo di sonno. E non si accorge che una 127 blu  dei carabinieri sale per la strada comunale , si ferma a controllare qualche cascina lungo il percorso, imbocca il viottolo sterrato  che porta da noi.  Lì doveva esserci un tronco d’albero  messo di traverso per permettere di guadagnare tempo in caso di fuga, ma anche questa precauzione era stata trascurata. I carabinieri arrivano nell’aia. Le finestre della cascina da quella parte sono chiuse, ma vedono due macchine posteggiate sotto il porticato. Capiscono  che c’è qualcuno. Prudenti, spostano a retromarcia la loro auto sul lato dell’edificio bloccando lo stradello d’accesso. Poi cominciano a chiamare e bussare alla porta. Margherita si sveglia di botto. Dalla finestra vede i carabinieri, pensa si tratti di una pattuglia che gira a piedi per la campagna: “Non ti sei accorti di niente, ci sono i carabinieri, che si  fa?” dice al compagno allibito. Dopo un attimo di indecisione stabiliscono di affrontare i militari per tentare di raggiungere le macchine e scappare. I carabinieri, però, insospettiti del fatto che dalla casa non arriva risposta, non si fanno prendere alla sprovvista. Quando Margherita e il compagno si buttano fuori dalla porta con i mitra imbracciati e le bombe a mano Srcm pronte, esplode istantaneo il conflitto a fuoco. I colpi si susseguono a raffica e viene lanciata anche una bomba. Due carabinieri, colpiti gravemente, rimangono a terra. Uno di loro, l’appuntato Giovanni D’Alfonso, morirà pochi giorni dopo; l’altro, Umberto Rocca, perderà un occhio e un braccio. Il terzo scappa per i campi. Margherita ha una leggera ferita al braccio il compagno è illeso. Riescono a salire sulla loro auto, lei parte per prima a tutto gas. Girato l’angolo della casa si trova davanti la 127 dei carabinieri e per non sbatterci contro finisce con le ruote nel fosso. Il compagno che la segue rimane bloccato anche lui. Vengono subito presi sotto tiro da un quarto carabiniere che era stato lasciato di guardia in quel punto. Margherita esce dalla macchina disarmata , il compagno ha invece due Srcm in tasca. Gli viene ordinato di sedersi sul prato con le mani alzate. Sono prigionieri. Il compagno informa Margherita che ha le bombe e propone di tentare la fuga appena il carabiniere che li tiene di mira  si distrae un attimo. Lei è d’accordo. Il carabiniere a un cero punto si allontana di qualche passo per andare alla macchina e sollecitare i soccorsi via  rado. Il compagno si alza di scatto, lancia malamente la bomba che esplode senza fare danni  e si precipita in direzione del bosco. Margherita non è abbastanza veloce: rimane sotto il tiro del carabiniere che preferisce controllare lei piuttosto  che aprire il fuoco contro il fuggiasco. Il  compagno arrivato al riparo, si ferma per capire se è ancora possibile tentare qualcosa. Dopo qualche minuto sente un colpo. Forse anche una raffica di mitra. Si affaccia sul prato, capisce che non c’è più niente da fare e si allontana. I risultati dell’autopsia parlano chiaro. Margherita era seduta con le braccia alzate. Le è stato sparato un solo colpo di pistola sul fianco sinistro, proprio sotto l’ascella. Il classico colpo per uccidere….
La morte di  tua moglie è stata un dramma personale che ha anche modificato il tuo rapporto con la militanza e la lotta armata?
Quell’avvenimento ha cambiato molte cose: non solo per me, ma anche per le Brigate Rosse. Abbiamo per la prima volta vissuto veramente da vicino l’incontro con la morte e con il suo bagaglio di significati. La morte di Margherita, mia moglie, una nostra compagna, un capo colonna, e anche la morte di un carabiniere, padre i famiglia: questo l’epilogo drammatico di un’operazione che avevamo studiato in modo da evitare lo scontro a fuoco. Il grave fallimento ci portò a una durissima autocritica, ma anche alla presa di coscienza che continuare per la nostra strada significava accettare in concreto- e non solo come ipotesi astratta- il peso della morte, sia nel nostro campo che in quello avverso…“…..E’ caduta combattendo Margherita  Cagol, “Mara”, dirigente comunista e membro del comitato esecutivo delle Brigate Rosse. La sua vita e la sua morte sono un esempio che nessun combattente per la libertà potrà mai dimenticare…Non possiamo permetterci di versare lacrime sui nostri caduti, ma dobbiamo imparare la lezione  di lealtà, coerenza, coraggio ed eroismo….Che tutti i sinceri rivoluzionari onorino la memoria di “Mara” meditando l’insegnamento politico che ha saputo dare con la sua scelta, con la sua vita. Che mille braccia  si protendano per raccogliere il suo fucile! Noi, come ultimo saluto le diciamo: “Mara, un fiore è sbocciato e questo fiore di libertà le Brigate Rosse continueranno a coltivarlo fina alla vittoria.” Questi sono alcuni passi di un famoso volantino che le Br hanno diffuso il giorno dopo la morte di tua moglie.
Un testo anomalo che mischia la commozione umana alla retorica guerrigliera. Lo hai scritto tu personalmente?
Si l’ho scritto io di getto….Il linguaggio che mi è venuto naturale usare esprime due rapporti diversi e contradditori con l’avvenimento: da un lato, la commozione e le tensioni personali, e dall’altro, l’esigenza di inquadrare il fatto nell’ambito politico della lotta armata . E’ vero che si tratta probabilmente dell’unico documento delle Br nel quale alla  freddezza del lessico politico-ideologico si sovrappone l’espressione di emozioni personali…Probabilmente quel volantino può essere letto come un documento cinico e, magari, grottesco. Oppure come un testo che esprime in pieno la contraddittorietà di venti umani in cui la politica e la lotta si fanno anche vita e morte.
Il volantino finisce con la parola “vittoria”: nel 1975 credevi davvero che la vostra lotta armata potesse conquistare un qualche tipo di vittoria?
Non ho mai pensato che lo sbocco vittorioso della lotta armata  dovesse significare la conquista del potere. Ma d’altro canto non ci si batte, come noi abbiamo fatto, pensando di essere per forza sconfitti. Sintetizzando le cose con una formula elementare, posso dire che quella società in cui vivevamo non mi andava assolutamente bene, non volevo a nessun costo accettarla, lottavo per cambiarla. E la parola “vittoria” significava la speranza di riuscire a modificare , almeno in parte lo stato delle cose….
Oggi credo di poter dire che il mio errore di valutazione della politica è stato quello di attribuire un peso eccessivo alla Democrazia Cristiana. Mi sono accorto che il regime teneva bloccata la situazione  era di fatto un blocco di alleanze che coinvolgeva l’intero sistema dei partiti, anche quelli di opposizione. Un’opposizione finta! In realtà, il “cuore dello Stato” che volevamo colpire non era rappresentato solo dalla Dc, ma da tutto il complesso politico-istituzionale che proteggeva se stesso in una continuità di regime. In quella situazione, comunque, per ottenere delle riforme vere si sarebbe dovuto scardinare il blocco e quindi “fare la rivoluzione”. Per ottenere le riforme bisognava armarsi.
DOCUMENTO
Il video allegato è stato realizzato da un centro sociale che sposa le tesi brigatiste, a proposito diquanto avvenne alla Cascina Spiotta. Tesi non condivisa dalla Redazione.
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