Johnny il Talebano torna libero

| John Walker Lindh ha scontato 20 anni per terrorismo, ma l’America non è convinta che ex terroristi possano reinserirsi nella società civile. La storia di un ragazzo che ha scelto di combattere al fianco dei Talebani

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“Johnny il Talebano” ha scontato 20 anni di galera: sta per tornare libero, anche se non tutti in America sono convinti che sia una buona idea. John Walker Lindh, classe 1981, nasce a Washington da mamma Marilyn e papà Frank, che lo chiamano John in onore di uno degli idoli della loro giovinezza, John Lennon, morto un mese prima della sua nascita. Cresce a Silver Spring, in Maryland, e all’età di dieci anni si trasferisce con la famiglia a San Anselmo, in California: è un ragazzo tranquillo con qualche problema intestinale tenuto sotto controllo, anche se a casa le cose vanno in realtà come possono. Il padre chiede il divorzio e va a vivere con un altro uomo.

John frequenta le scuole e un corso sulla cultura mediorientale lo colpisce particolarmente. A 16 anni si converte all’Islam, inizia a frequentare le moschee di San Francisco e nel 1998 decide di passare 10 mesi nello Yemen per studiare l’arabo. Quando torna non è più lo stesso: nel 2000 vola in Afghanistan per unirsi ai Talebani. Al-Qaeda lo addestra nei campi Harkart-ul-Mujahideen e di i Al-Farouq, ed è fra coloro che ascoltano le parole di Osama Bin Laden. L’anno successivo tutto cambia: l’attentato delle Torri Gemelle di New York e la discesa in campo degli Stati Uniti convince John che non è il momento di mollare, anzi. John Walker Lindh non esiste più, al suo posto nasce Abu Sulayman al-Irlandi.

Le forze dell’Alleanza nord afghana lo catturano il 25 novembre del 2001 a Kunduz: agli agenti della Cia racconta di essere irlandese, sospettano abbia a che fare con l’Ira. Ma la prigione dov’è detenuto insieme ad altri diventa il teatro di una violenta rivolta, conosciuta come la battaglia di Qala-i-Jangi: è una strage che costa la vita a circa 500 persone fra cui “Mike” Spann, l’agente della Cia che si stava occupando del suo caso. Anche John viene ferito ad una gamba, ma è libero.

Lo catturano nuovamente poco tempo dopo, tenta nuovamente di spacciarsi per irlandese ma cede e rivela il suo vero nome e la nazionalità: lo curano e gli chiedono se vuole avvisare la famiglia, ma lui rifiuta. La sua foto fa il giro del mondo: affiancata ad un’immagine scattata quando è partito, è del tutto irriconoscibile.

Lo rinchiudono a “Camp Rhino”, dove lo operano e sottoposto a interrogatorio firma una piena confessione. Nel gennaio del 2002 torna negli Stati Uniti per essere processato: davanti ad un tribunale federale accetta un patteggiamento e lo condannano a vent’anni di carcere. L’essere americano lo salva dall’inferno di Guantanamo.

Ora sta per uscire, ha davanti tre anni di libertà condizionata, ma non tutti sono d’accordo: la famiglia dell’agente della Cia rimasto ucciso e alcuni funzionari del Pentagono non sono del tutto convinti che “Johnny il Talebano” possa essere reintegrato nella società americana. Altri, fra cui la sua famiglia, si dicono convinti di sì: secondo loro già nel 2002 John aveva condannato “il terrorismo a tutti i livelli”, ammesso di aver commesso errori e bollato gli attacchi ordinati da Bin Laden come “contrari l’Islam”.

Ma due valutazioni dei servizi segreti del governo degli Stati Uniti, pubblicate nel 2017 dalla rivista “Foreign Policy”, hanno gettato un’ombra scura sulla figura di John Lindh: secondo un rapporto del “National Counterterrorism Center”, Lindh avrebbe “continuato a sostenere la jihad e a scrivere e tradurre testi estremisti e violenti”.

Eppure la pena è stata scontata, e le misure accessorie al rilascio prevedono che non possa in alcun modo connettersi al web senza l’autorizzazione del responsabile alla libertà vigilata: nel caso gli venga mai concesso di  possedere un computer, sarebbe solo a condizione di monitorare continuamente le sue attività online e l’obbligo tassativo di usare esclusivamente la lingua inglese nelle sue comunicazioni. Non potrà viaggiare all’estero e neanche ottenere un passaporto e avere contatti “con soggetti sospettati di terrorismo” oltre a possedere, guardare o leggere “materiale che riflette posizioni estremiste o terroristiche”.

In totale, 346 persone negli Stati Uniti sono state accusate e condannate per crimini legati al terrorismo dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001: 88 sono stati rilasciati e un’altra metà dovrebbe tornare in libertà entro la fine del 2025.

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