La foreign fighter americana che gli USA rifiutano

| Per un tribunale Hoda Muthana non sarebbe americana, ma soltanto nata in America da un funzionario yemenita alle Nazioni Unite. Un cavillo legale che per adesso le impedisce di tornare insieme al bimbo di due anni

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Lunedì scorso, come promesso dal presidente Erdogan, la Turchia ha iniziato il programma di rimpatrio dei foreign fighters che si erano uniti al califfato dell’Isis.

Il primo espulso è una donna americana, accompagnata dalle autorità turche al confine con la Grecia, che le ha vietato l’ingresso lasciandola in un territorio che fa da limbo. Il suo caso rischia di diventare la pietra miliare della spinosa questione dei foreign fighters, i terroristi con passaporto occidentale che nessuno vuole: da una parte i paesi di appartenenza, poco propensi a rimettersi in casa potenziali terroristi, dall’altra i turchi, che dopo averli assicurati alla giustizia dichiarano di non voler essere considerati “l’albergo dell’Isis”.

Lei si chiama Hoda Muthana, ha 26 anni, è figlia di un ex diplomatico dello Yemen alle Nazioni Unite, e nel 2014 aveva lasciato la sua casa di Birmigham, in Alabama, per unirsi ai tagliagole. Era volata in Siria, e catturata dai curdi cinque anni dopo ha espresso subito il desiderio di poter tornare in quella ritiene casa sua insieme al figlio che nel frattempo ha avuto da uno dei tre combattenti che ha sposato, morti uno dopo l’altro in combattimento. Ma un tribunale federale, in linea con il pensiero del presidente Trump e del segretario di Stato Mike Pompeo, le ha negato il rimpatrio affermando che non si tratta di una cittadina americana, ma una terrorista araba che deve scontare la sua pena in un carcere siriano.

Intervistata dal “Guardian”, Hoda Muthana si è dichiarata profondamente pentita, raccontando di essere stata sottoposta ad un lavaggio del cervello con migliaia di messaggi di propaganda dello Stato Islamico, ma di aver capito solo tempo dopo quanto aberrante fosse l’ideologia spacciata dagli uomini del defunto al-Baghdadi. Disposta a subire un processo negli Stati Uniti, Hoda chiede di rientrare non tanto per lei ma per suo figlio di due anni: “Chiunque creda in Dio sa che tutti meritano una seconda possibilità, e non importa quanto gravi siano stati i suoi peccati”.

Ma il cavillo legale a cui il tribunale si è aggrappato è che la ragazza sia nata quando ancora il padre era ancora un diplomatico, quindi costituzionalmente da non considerare americana. Un passaggio legale strettissimo, visto che gli Stati Uniti riconoscono la cittadinanza a chiunque nasca sul loro territorio, tanto è vero che contro la decisione si è subito schierata l’avvocato della donna, che ha dichiarato di attendere la sentenza scritta ma di aver già attivato il centro di diritto costituzionale per i musulmani d’America, che starebbe studiando altri modi per far rientrare Hoda negli Stati Uniti.

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