LIBERARE SILVIA
il cerchio si stringe dopo gli arresti

| INCHIESTA. Arrestata la moglie di uno dei rapitori. La polizia è sicura: E' viva, prigioniera nella foresta". Ma per ora non ancora individuata la prigione della cooperante italiana

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Di L’Ateniese*

Arrestata la moglie di un presunto rapitore di Silvia Romano. La polizia ha intercettato una consversazione tra lei e il marito. questo fa dedurre che la prigione di Silvia potrebbe essere ancora nella foresta col confine con la Aomalia e non già oltre il confine. E salgono a 24 gli arresti per il rapimento della operatrice umanitaria Italiana in Kenya. Nove fermati sono somali. Potrebbero essre, ma non è coerto,  il collegamento che lega il sequestro con gli Al-Shabaab (I "ragazzi"), i guerriglieri islamici che hanno trasformato le zone rurali al confine con il Kenya in una base per raid e attentati in tutto il Corno d’Africa. La famiglia invoca il silenzio stampa, mentre l’Unità di crisi della Farnesina, in contatto strettissimo con l’ambasciata italiana a Nairobi, sta cercando un contatto con i sequestratori. Quando il gioco si fa duro, entrano in scena i nostri agenti segreti, che hanno, secondo la migliore tradizione, notevoli contatti e informatori. E’ inutile girarci intorno: il problema è il riscatto da pagare per salvare Silvia da un lungo sequestro dalle conseguenze imprevedibili; in questa fase  i miliziani trattano l’ostaggio in modo da conservarlo integro per lo scambio. E’ in qualche modo una garanzia per la giovane cooperatrice italiana. Se le trattative dovessero prolungarsi o venissero interrotte la sua vita non varrebbe più di un soldo bucato. E non solo la sua vita. La vendetta dei guerriglieri somali, fanatici della sharia, potrebbe essere atroce e particolarmente efferata. Una donna bianca e cristiana rischia molto nelle loro mani. Di sicuro tenteranno di convertila all’Islam. Non c’è nulla di peggio in queste terre infiltrate da Al Qauda prima e dall’Isis poi. Ma si può essere ragionevolmente ottimisti.

GOVERNARE COSTA

Gli Al-Shabaab hanno bisogno di soldi per mantenere il loro esercito dotato di armi ed equipaggiamenti russi. I paesi arabi del Golfo, clandestinamente, li aiutano per la fare la spesa dai mercanti d’armi. Ma non basta. C’è una struttura logistica importante da mantenere nelle aree occupate, i miliziani amministrano la “giustizia”, investono in attività commerciali, assumono persone reclutate fra i civili. E’ uno Stato nello Stato, con problemi di bilancio assai gravi. Il riscatto potrebbe costare all’Italia, visti i precedenti, dai 50 ai 60 milioni di euro. In genere chiedono una cifra molto più alta e il senso della trattativa sta proprio qui. Trovare un accordo “ragionevole” per salvare la 23enne da una lunga e pericolosa prigionia. 

E’ un sottile gioco psicologico. I sequestratori in genere affidano a mediatori terzi, l’onore e gli oneri di gestire il confronto con gli italiani. In genere sono figure eminenti, ex amministratori del governo lealista o esponenti di rilievo del mondo politico. Ci ritroviamo quasi a casa, poichè in Somalia, per ragioni storiche, l’influenza culturale italiana è ancora vasta e molti parlano la nostra lingua. Silvia, probabilmente (ma in questo mondo non ‘è nulla di certo, bisogna procedere a tentoni nel buio) è stata rinchiusa in una tenuta agricola, una delle tante sequestrate 20 anni fa ad agricoltori locali e occidentali e trasformate in basi armate. Sono collegate tra loro a una rete di strade non censite ufficialmente e visibili solo dall’alto, presidiate da posti di controllo e di blocco. Carretere fangose e strette, dove procedono file di pick-up, armati di mitragliatrici, e di camioncini dalle ruote alte e dalle dimensioni compatte.

L'EMIRO INTEGRALISTA 

Difficilmente Silvia è ancora in Kenya. Le modalità del sequestro ricordano quello delle due cooperanti italiane rapite in Siria dall’Isis. Rapimento, detenzione, pagamento del riscatto, libertà.  Speriamo che questo paradigma venga applicato per Silvia Romano. Il capo è l’emiro Ahmad Umar (Ahmed Omar in arabo), un uomo che ha studiato in Occidente, saldamente legato a un noto governo del Golfo che lo finanzia e lo sostiene. Ha preso il comando nel  settembre 2014, sostituendo il giovane e rampante Mukhatar Abu Zubayr, una creatura dell’ala egiziana di Al Qaeda, fatto saltare in aria da un drone statunitense. L’Esercito dell’Unione Africana ha espulso, con un’azione militare importante ma non decisiva, i “ragazzi” da Mogadiscio che hanno appunto scelto le aree rurali più lontane per riprendere la guerra civile, costata migliaia di morti dal 2008 ad oggi. Impongono la rigida osservanza della Sharia, in tutti i suoi aspetti più minuti: modo di vestire, la barba, il cibo, vietano televisione e radio e non c’è libertà di culto. L’Eritrea offre un appoggio tattico e logistico, mentre una parte del reddito è assicurato dal sistema fiscale - leggi estorsioni -  imposto alle terre occupate, più o meno, secondo un calcolo degli analisti Onu, 120, 150 milioni dollari all’anno. Poi c’è un’encomia sommersa: prodotti agricoli, lo zucchero, la torba, il contrabbando di armi e droga  nei porti di Kisimayo, Marka e Baraawe.

DECAPITAZIONI E LAPIDAZIONI

I loro tribunali sono spietati: decapitano funzionari ligi al governo, i cooperanti crstiiani, perfino quelli della Croce Rossa Internazionale. Giustiziano presunte spie dopo giudizi sommari e intervengono pesantemente nella vita sociale della popolazione ordinando lapidazioni e mutilazioni per punire adulteri, reati comuni e comportamenti filo-occidentali. Gli uomini dell’emiro che agiscono in Kenya con il volto coperto, in divisa mimetica e potentemente armati, hanno allargato la loro influenza nel Nord Est con l’uso di una violenza sistematica e non solo ideologica. Hanno un vasto seguito di sostenitori, diremmo noi qui in Italia, reclutati nella società civile e nella loro storia c’è lo spaventoso attacco con camion-bomba 1998 alle ambasciate americane a Nairobi e Dar es Salaam. Gli  Al-Shabaab hanno, anzi avevano, una guida militare e spirituale, un asceta di Maometto ora felicemente in Paradiso con i Martiri: Aden Aden Hashi Farah Ayro, fulminato da un missile lanciato da un F-16 Usa nel maggio 2008, teorico e abile organizzatore, con saldi legami con i regni sunniti del Golfo, astro nascente della Jihad in Africa. Ma il raid  in Kenya del 2 aprile 2015 in Garissa, con 147 studenti morti, è il punto di arrivo di un’organizzazione terroristica (così ufficiamente riconosciuta nel 2008 dall’Onu) che uccide e terrorizza i civili. Se Silvia è davvero in mano loro, c’è solo da pregare. E pagare.

*Esperto di terrorismo internazionale e Medio Oriente

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