Nuova Zelanda, ergastolo per il killer di Christchurch

| Il killer che un anno fa ha ucciso 51 persone in due moschee in Nuova Zelanda condannato al massimo della pena. In quattro giorni di dibattimento sono sfilati decine di testimoni, familiari e sopravvissuti

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Ergastolo: per quanto scontata, è arrivata la condanna per Brenton Tarrant, 29 anni, il killer che il 15 marzo dello scorso anno ha fatto strage in due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, uccidendo 51 persone, fra cui un bambino di tre anni.

È la prima condanna per terrorismo pronunciata nei tribunali del Paese, arrivata dopo un dibattimento veloce in cui il suprematista bianco che odiava i musulmani si è dichiarato colpevole di tutti i 40 capi d’imputazione. Non avrà mai nemmeno la possibilità di ottenere la libertà vigilata: finirà i suoi giorni in una cella.

Tarrant ha incaricato l'avvocato Pip Hall di parlare a suo nome: “L’imputato non si oppone alla richiesta. Dovrebbe essere condannato all’ergastolo senza condizionale”. Il giudice Cameron Mander si è rivolto al killer e gli ha chiesto se voleva aggiungere qualcosa: “No. Grazie”, ha risposto lui.

Poco prima, il giudice aveva letto i nomi di ogni vittima, sia dei feriti che dei morti: “Non ha mostrato alcuna pietà. È stato brutale e disumano. Lei si è sentito respinto dalla società e ha voluto vendicarsi”.

La sentenza è arrivata al termine di un dibattimento durato quattro giorni presso l’Alta Corte di Christchurch, dove 91 fra sopravvissuti e parenti delle vittime hanno descritto il dolore che Tarrant aveva inflitto alla comunità musulmana. Il killer è rimasto seduto in silenzio, mostrando poca o nessuna emozione mentre i testimoni esprimevano furia, repulsione, perdono e tristezza. L’hanno definito “diavolo”, “terrorista” e “vigliacco”, qualcuno l’ha paragonato a un virus, “Morirai solo, evitato da tutti”, ma lui non ha fatto commenti, si è limitato a osservare, impassibile.

Dopo la condanna, il primo ministro Jacinda Ardern ha aggiunto che nessuna sentenza sarà in grado di cancellare il dolore e l’orrore di quel giorno: “Spero che sia l’ultimo momento in cui abbiamo motivo di sentire o di pronunciare il nome di questo terrorista. Merita di passare il resto della sua vita accompagnato dal completo e assoluto silenzio”.

La Nuova Zelanda ha abolito la pena di morte nel 1961, e i giudici non possono comminare condanne cumulative per reati che si riferiscono allo stesso evento, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti. L’omicidio comporta l’ergastolo, anche se il giudice che emette la sentenza può stabilire quanto tempo deve trascorrere in carcere prima di poter richiedere la libertà condizionale.

L’attacco di Christchurch è stato senza precedenti in Nuova Zelanda, un paese di soli cinque milioni di abitanti in cui le uccisioni con armi da fuoco sono assai rare. Il massacro ha spinto il Paese a bandire le armi semiautomatiche di tipo militare e l’opinione pubblica si è mobilitata a sostegno della comunità musulmana, formata da 60.000 persone.

Nel corso dell’udienza, il procuratore Corona Barnaby Hawes ha descritto dettagliatamente la tempistica dell’attacco. Il 15 marzo 2019, Brenton Tarrant percorre 4,5 ore e mezza di macchina partendo da Dunedin per raggiungere Christchurch, a circa 360 km di distanza. Verso le 13:30, mentre le moschee erano piene per le preghiere del venerdì, Tarrant ha inviato un messaggio alla sua famiglia raccontando il suo piano. Quindi ha avviato una GoPro sul suo gilet e ha iniziato a trasmettere in diretta streaming su Facebook.

Arrivato alla Moschera di Al Noor, in un sobborgo di Christchurch, ha ucciso 44 persone e ne ha ferite altre 35: “Ha sparato metodicamente ai corpi e alle teste di chiunque mostrasse ancora segni di vita”. Quindi è risalito in auto per raggiungere il Linwood Islamic Centre, a 6 km di distanza, dove ha ucciso sette persone e ne ha ferite cinque.

Mentre correva verso la sua auto per ricaricare le armi, è stato inseguito da Abdul Aziz Wahabazadah che nel tentativo di fermarlo gli ha lanciato un parchimetro, raccogliendo anche un fucile che Tarrant aveva fatto cadere per lanciarlo contro l’auto del killer, frantumando un finestrino. “Devi ringraziare Dio che quel giorno non ti ho preso: sarebbe stata una storia diversa”, ha commentato Wahabazadah nel corso della sua testimonianza.

Ma Tarrant a quel punto aveva già ripreso il suo folle raid: era in viaggio verso una terza moschea ad Ashburton, a circa un’ora di macchina da Christchurch, ma è stato fermato dalla polizia che l’ha arrestato senza che lui opponesse alcuna resistenza.

Nel corso dell’udienza è emerso che Tarrant ha iniziato a pianificare il massacro nel settembre 2017, 18 mesi prima dell’attacco. Ha richiesto e ottenuto il porto d’armi e ha iniziato a fare scorta di armi e munizioni. Ha fatto ricerche sulle strutture della della moschea e annotato dettagli sui tempi e i giorni delle preghiere. Alla polizia, Tarrant ha ammesso “di essere entrato in entrambe le moschee per uccidere quante più persone possibile”, con lo scopo di incutere paura in coloro che ha descritto come “invasori”.

“Non c’è niente di eroico nello sparare alle spalle delle persone, senza lasciare la possibilità di difendersi”, ha detto Ahad Nabi, il cui padre è stato ucciso negli attentati. “Mio padre, a 71 anni, ti avrebbe spezzato in due se lo avessi sfidato. Sei solo un debole malato di mente”.

Molte vittime hanno descritto in dettaglio le cicatrici fisiche ed emotive con cui sanno di dover continuare a convivere. Temel Atacocugu, originario della Turchia, che si è beccato nove proiettili nella moschea di Al Noor, ha raccontato di essersi finto morto: “Ho cercato di restare il più fermo possibile quando è tornato una seconda volta. Sentivo il sangue della persona accanto a me che mi correva lungo il collo. Se mi fossi mosso, oggi non sarei qui”. Gli sono state estratte sei pallottole dal corpo, ne restano altre tre, e anche se continua a pregare nella moschea, non è più in grado di lavorare ed è stato costretto a vendere la sua attività. “Mi sento ansioso e nervoso per ogni suono che sento alle mie spalle, e quando la preghiera è finita provo un senso di sollievo. Quel trauma vivrà con me per sempre, le immagini e l’odore di quel giorno mi perseguitano”.

Sazada Akhter, anche lui ferito nella sparatoria, probabilmente non camminerà mai più: “Resterò su una sedia a rotelle per il resto della mia vita. Mentre sei in prigione pensa a quello che mi hai fatto”.

Nathan Smith, bianco e musulmano, ha raccontato di aver tenuto in braccio un bambino di tre anni nella moschea di Al Noor, pregando che fosse ancora vivo: “Non lo era. Hai cambiato la mia vita per sempre e non ti perdonerò mai”.

John Milne ha detto di aver perdonato Tarrant per aver ucciso suo figlio quattordicenne: “Lei è un terrorista, un assassino, ma è comunque un uomo. Se ne avrà l’occasione, vorrei che mi chiedesse perdono”. Ha raccontato che piange ogni giorno, prende antidepressivi ed è ancora tormentato dall’immagine del corpo di suo figlio.

Secondo Alexander Gillespie, professore di diritto dell'Università di Waikato, Tarrant trascorrerà probabilmente gran parte della sua condanna in isolamento. Questo in parte perché permettergli di mescolarsi con la popolazione carceraria gli darebbe la possibilità di diffondere le sue opinioni estremiste, e anche perché alcuni detenuti “vorranno ucciderlo: avrà sempre un bersaglio sulla schiena”.

Ci sono richieste in Nuova Zelanda affinché Tarrant venga inviato nella sua nativa Australia per scontare la pena, visto l’enorme costo per i contribuenti di tenerlo imprigionato per decenni. Secondo un documento reso pubblico all’inizio di quest’anno, 2,35 milioni di dollari sono stati accantonati per coprire il costo dei soli primi due anni di detenzione. Ma al momento, il trasferimento di Tarrant non è un’opzione: perché ciò avvenga, la Nuova Zelanda e l’Australia dovrebbero firmare un accordo di estradizione.

Ma che sia rispedito in Australia o resti in Nuova Zelanda, la sentenza rimarrà la stessa: “Non vedrà mai più la luce del giorno”.

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