Sri Lanka: la strage nella scuola dei bambini

| Una vicenda poco conosciuta degli attacchi sucidi di Pasqua che hanno fatto oltre 250 vittime. Il paese resta in massima allerta: messe cancellate e burqa vietato perché “è una bandiera del fondamentalismo”

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Nella prima chiesa che Mohammed Azar ha cercato di far saltare in aria, la messa della domenica di Pasqua era finita presto, prima del suo arrivo. “È arrivato in macchina verso le 8:30, ha chiesto e gli hanno detto che la messa era finita da poco”, racconta Joseph Ponniah, vescovo della cattedrale di Santa Maria a Batticaloa, Sri Lanka orientale. “Così ha cambiato obiettivo”.

Un piccolo errore temporale che ha salvato la vita di centinaia di persone all’interno della chiesa di Santa Maria, quasi tutte già tornate a casa quando Azar ha varcato i cancelli con l’idea di uccidere quante più gente possibile.

Purtroppo, non sono state così fortunate le persone della congregazione evangelica della vicina Chiesa di Sion, dove poco dopo si è fatto saltare in aria. Le riprese delle telecamere a circuito chiuso mostrano Azar che cammina verso la chiesa alle 8:51 del mattino: indossa una polo rosa e pantaloni di una tuta da ginnastica. Sulle spalle uno zaino blu dall’aria pesante. All’interno della Chiesa di Sion, decine di bambini avevano appena finito la scuola domenicale: pochi istanti prima dell’attacco pregavano e cantavano in cerchio. Dopo la fine della scuola, alcuni di loro avevano mangiato colazione durante una breve pausa prima della messa principale, prevista alle 9 del mattino.

Azar si è avvicinato all’ingresso della chiesa con l’intenzione di entrare all’interno per infliggere il massimo dei danni. Ma per la seconda volta ha rischiato di fallire: due funzionari della chiesa, Ramesh Raju e Rasalingam Sasikumar, l’hanno bloccato un attimo prima che varcasse la porta. È stato fermato perché sembrava un tipo sospetto: “Ho visto un uomo in piedi con uno zaino, cappellino e t-shirt: un stile di abbigliamento che fuori posto. Nessuno viene in chiesa vestito in quel modo. Sembrava che stesse andando ad un evento sportivo”.

Quando gli è stato chiesto perché aveva uno zaino, Azar ha risposto che voleva filmare la funzione religiosa: i funzionari hanno replicato che avrebbe dovuto chiedere il permesso al pastore. All’interno della chiesa, in quel momento, c’erano già circa 500 persone sedute sui banchi.

È allora che Azar decide di far esplodere la sua bomba all’esterno, nello stesso punto dove poco prima giocavano i bambini: restano a terra 29 persone, compresi i due uomini che lo avevano trattenuto, ricordati come eroi per aver salvato la vita di molti altri. “Se fosse entrato, il numero delle vittime sarebbe stato almeno di 200 o 300 persone”.

Sapere che un disastro ancora più grande è stato evitato è di scarso conforto per le famiglie delle vittime: quattordici morti erano i bambini della scuola domenicale, fra cui i fratelli Sharon Stephen e Sarah Hepzibah Shanthakumar, di 12 e 10 anni (nella foto in apertura). La mamma stava andando a prenderli, e a circa 100 metri di distanza ha notato del fumo che saliva dalla chiesa: “Quando mi sono avvicinata ho visto delle persone all’esterno, mi hanno detto che era esplosa una bombola di gas. Ho risposto che i miei figli erano lì, ma non hanno voluto che entrassi”. Poco dopo arriva suo marito, ma entrambi non riescono ad avere notizie dei loro figli. Una corsa in ospedale, per scoprire la verità: “Ho visto i medici che cercavano di rianimare Sarah. Poco dopo ci hanno che era morta”. A parte una piccolissima ferita, la bimba non sembrava la vittima di un attentato: “Aveva un po’ di sangue che usciva da entrambe le orecchie. A parte questo era perfetta, bella come sempre”. Diverso per Sharon, il loro secondo figlio: “Il giorno dopo mio marito è dovuto andare a identificarlo in chiesa. Non hanno voluto che lo vedessi perché era carbonizzato: l’abbiamo identificato attraverso i denti”. Il figlio più piccolo della coppia, Salisha Stephen Shanthakumar, di cinque anni, quel giorno non era alla scuola domenicale: è tutto ciò che resta ai suoi genitori.

I fratelli maggiori di Salisha sono ricordati insieme alle altre vittime su un grande manifesto all’esterno della Chiesa di Sion, che resta chiusa dopo l’attacco. Tra gli adulti c’è la madre di Rajeevkaran, Vanaja Devi Vimalaretnam, 64 anni: dopo aver parcheggiato la sua bicicletta fuori dalla chiesa, Vimalaretnam era andata all’ingresso per distribuire dei volantini. “Mia madre aveva amministrato in quella chiesa per più di 30 anni. Quella mattina mi aveva chiesto di andare a cena da lei la sera stessa, ma non potevo: le ho risposto che l’avrei fatto. L’ho abbracciata velocemente e me ne sono andato”. Pochi minuti dopo era morta.

“Ho sentito un’enorme esplosione e, voltandomi, ho visto scoppiare un enorme incendio: sono corso verso la chiesa e l’ho vista a terra”. Fuori e dentro dalla chiesa, in quei momenti, è il caos: le telecamere a circuito chiuso mostrano gente che scappa, urla e piange. “Bruciava ogni cosa, anche auto, moto e furgoni parcheggiati fuori. Insieme ad altri abbiamo fatto del nostro meglio per salvare la gente rimasta dentro, cercando di fare una breccia del muro: la porta d’uscita principale della chiesa era in fiamme. I vigili del fuoco sono arrivati pochi minuti dopo, ma era troppo tardi”.

Il massacro ha avuto luogo a Batticaloa, a otto ore di macchina ad est della capitale Colombo, la città presa di mira dalla maggior parte degli attentatori suicidi, e quella su cui si è concentrata l’attenzione di gran parte dei media internazionali.

Ma l’est del paese è una parte fondamentale del puzzle che spiega perché gli attentatori si sono radicalizzati. Azar proveniva da Kattankudy, una città a maggioranza musulmana a sud di Batticaloa, che sembra essere diventata un terreno di reclutamento per il gruppo estremista islamico nazionale “Tawheed Jamath”, affiliato all’Isis. Il loro capo, il noto predicatore d’odio Zahran Hashim, si è fatto saltare in aria nell’hotel Shangri-La a Colombo, e i suoi due fratelli e suo padre hanno fatto la stessa cosa quasi una settimana dopo in un appartamento a Sainthamaruthu, a sud di Batticaloa, portando con sé mogli e figli.

Nello Sri Lanka è in atto uno stato di emergenza, mentre la polizia cerca di scovare gli altri membri del gruppo NTJ. Ma anche se le forze di sicurezza cercano di tenere la situazione sotto controllo, i luoghi di culto si sentono ancora bersagli vulnerabili. L’arcivescovo di Colombo, il cardinale Malcolm Ranjith, ha ordinato alle chiese cattoliche di annullare la messa anche questa domenica e ha esortato le scuole cattoliche a rimanere chiuse. Per contro, il Presidente dello Sri Lanka ha annunciato che il burqa è vietato fino a nuovo avviso, descrivendo il velo integrale come “un rischio per la sicurezza e una bandiera del fondamentalismo”.

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