Stragi nere, Maggi porta nella tomba la chiave dei misteri d'Italia

| La morte dell'82enne medico veneziano condannato per le bombe di Brescia, imputato o teste dei già gravi attentati terroristi degli ultimi decenni, chiude un capitolo della strategia della tensione. Ma restano le ombre

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L'ATENIESE* E MASSIMO NUMA

Il medico veneziano Carlo Maria Maggi è stato un fascista italiano a cui sono state contestate alcune delle stragi più efferate degli ultimi 70 anni, attribuite all'estrema destra e ai suoi complici istituzionali. E’ morto a 82 anni a Venezia con una condanna all’ergastolo per la strage di piazza della Loggia a Brescia, dopo aver fatto lo slalom tra le interminabili inchieste giudiziarie, come imputato o teste, per gli anni bui della strategia della tensione. Coinvolto nella strage di piazza Fontana, della questura di Milano, di Bologna, di Peteano, e altro ancora, alle sue spalle una spaventosa scia di morti innocenti, di vite rovinate per sempre, di sofferenze indicibili inferte ai familiari delle vittime. In Piazza della Loggia a Brescia, il 28 maggio 1974, morirono otto persone e altre 108 rimasero ferite nell’esplosione di due ordigni durante un comizio sindacale.

Tra i fondatori di Ordine Nuovo, capo riconosciuto della formazione di estrema destra in Veneto, faceva il medico di base nel quartiere della Giudecca: i giornali degli Anni ’60 lo riprendono nelle foto di gruppo della locale società di calcio Sacca Isola di cui era il medico sportivo. Nel 1961 abbandona al suo destino il Movimento Sociale Italiano di Pino Romualdi e non ancora di Giorgio Almirante. Il passaggio a Ordine Nuovo è il passo compiuto da molti attivisti di destra, ostili ai compromessi parlamentari del partito che si dichiarava erede dei fasci repubblicani di Salò. I “duri e puri” vedevano come fumo negli occhi i passaggi governisti a Roma, come l’appoggio esterno al governo DC Tambroni. Volevano tornare alle origini. E Carlo Mario Maggi, sposato e con due bambini, con i suoi saldi collegamenti con l’oscura galassia dei Servizi Segreti che combattevano - totalmente sott’acqua - una cupa battaglia con ogni mezzo per impedire al Partito Comunista Italiano, allora alleato con la Russia sovietica, dunque nemico della Nato di cui predicava l’abbandono, di salire al potere in modo democratico. Una guerra sporca, si direbbe oggi, con militari anche di alto profilo morale, costretti a misurarsi con una realtà da incubo, seguiti con affetto dalla Cia.

Sullo sfondo Paese spaccato in due, con l’ala sinistra del Psi incline ad allearsi, non appena se ne fosse creata l’occasione, con i comunisti. Con i nostalgici fascisti che sognavano un golpe militare, con i carri armati e campi di concentramento per rinchiudervi i comunisti e non solo, con la Democrazia Cristiana assediata da conflitti interni ed esterni, il cui consenso andava erodendosi di anno in anno e il terrorismo rosso che andava in allora organizzandosi. 

Carlo Maria Maggi - che si dichiara innocente e ha scritto un libro al riguardo “Anch’io una vittima. La mia verità” - allora scendeva in piazza con i suoi camerati ordinovisti per “menare le mani”, fa da guida ideologica ai 20enni di allora, tra un saluto romano e un appello alla “difesa della Patria”. Nel 1982 viene processato e condannato per tentata ricostituzione del Partito fascista e per traffico d’armi al Poligono di tiro di Venezia, con 6 anni di carcere confermati (in primo grado erano 21) in appello. In Ordine Nuovo tiene in mano i cordoni della borsa; i soldi arrivano dalla Spagna franchista, da alcuni industriali nostalgici, da associazioni di ex combattenti della Repubblica Sociale, da semplici cittadini che hanno in odio la sinistra e la destra troppo compiacente. Le radici con la RSI arrivano dal padre, che fu ufficiale della GNR, la Guardia Nazionale Repubblicana che nei piani di Mussolini avrebbe dovuto sostituire i Regi Carabinieri. Ma la moglie era di origine ebrea ed è un segno di un continuo zigzagare tra idee e principi flessibili e spesso incoerenti  o confusi tra loro, fatto non raro in quei tempi convulsi, in cui era difficile distinguere il bene dal male.

Il medico che aveva fatto tirocinio nel manicomio della Giudecca non si nasconde. Quando muore il maresciallo Rodolfo Graziani, l’11 gennaio 1955, l’ultimo generale di Salò, va a Roma al funerale e la sua foto in trench bianco, alla testa del corteo vicino a Pino Rauti e Giorgio Almirante, è diventata una prova dei suoi collegamenti mai interrotti con il settore istituzionale della destra. Graziani era stato tra i fondatori di ON, dalla sua villa-fortezza di Arcinazzo, nel Frusinate. Il feretro passa attraverso selve di bandiere tricolori con l’aquila repubblicana al centro, vessilli, labari, gagliardetti fascisti, con rappresentanze provenienti dal Sudamerica e dalla Spagna. C’è tutta l’internazionale nera a quella cerimonia di nostalgici decisi a lottare e a vendicarsi anche di quanto è accaduto nei due anni di guerra civile, con l’idea di riportare l’Italia indietro di decenni.

All’epoca Maggi era un medico qualunque, la moglie insegnante e i figli, poi al suo fianco tutta la vita per sostenerne l’innocenza, ma l’ombra delle stragi nere, attuate con la complicità di segmenti deviati (ma sino a quanto?) dei Servizi segreti, resta ingombrante e angosciante e mai cancellata del tutto o solo in parte.

A proposito del libro "La mia verità”, per la Editoriale Chiaravalle di Tortona, spiegò a una cronista del Corriere del Veneto che era il racconto della sua vita, nel 2008, nella sua casa alla Giudecca dove è morto, le gambe paralizzate, da anni in precarie condizioni di salute che gli hanno evitato il carcere, una pensione di 2 mila euro al mese per i diritti maturati come medico. Disse che tutte le sue disgrazie erano legate alle confessioni di “zio Otto”, il pentito di ON Carlo Digilio, morto nel 2005, dopo avere ricostruito la mappa degli attentati fascisti, tra mille contraddizioni e dopo un ictus che ne aveva minato la memoria, compromettendone per sempre l’attendibilità. “Zio Otto” o “Erodoto”, nome in codice come collaboratore esterno dei Servizi con il compito di reclutatore di anti-comunisti nel Nord Est. Digilio morì a 69 anni, il 12 dicembre 2005, in un ospizio di Bergamo, il giorno stesso del 36° anniversario della strage di piazza Fontana. Una macabra e bizzarra coincidenza.

 

*Esperto di terrorismo internazionale

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