Il viaggio di Julia e Tracy

| La prima è una donna sudafricana di 80 anni, la seconda una Toyota Corolla del 1997: insieme hanno affrontato per intero le strade del continente africano per raggiungere Londra e prendere un tè. Ma la regina Elisabetta non era in casa

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Di Germano Longo
Julia non si considera una donna speciale: ha 80 anni ed è rimasta vedova da poco, dopo 33 anni di matrimonio. Vive da sempre a Jakkalsfontein, un sobborgo di Città del Capo immerso nel verde, in una casa con giardino. È lucida e spietata con se stessa quanto basta per sapere che il conto alla rovescia è iniziato da un po’, ma non vuole trasformarsi nel prototipo della nonna che sforna torte, legge e lavora a maglia sospirando del tempo che fu. 

Una mattina, ascoltando il suo programma radiofonico preferito, sente della passione per le automobili nuove e potenti di Jacob Zuma, presidente del Sudafrica fino allo scorso 14 febbraio, quando ha rassegnato le dimissioni per una mozione di sfiducia del parlamento. Julia prende il telefono e chiama l’emittente in diretta: in garage conserva “Tracy”, una Toyota Corolla del 1997 con cui avrebbe potuto accompagnarlo fino a Londra: mai sottovalutare cose e persone in base all’età. È solo una battuta, che da una parte le fa riscuotere un’ondata di simpatia da parte degli ascoltatori, e dall’altra le mette in testa un’idea: salire sulla sua Toyota e andare fino a Londra, per prendere un tè con la regina Elisabetta.

“Mi sento come se avessi 30 anni dalle spalle in su, ma 150 primavere da quelle in giù. E volevo che la parte più giovane di me avesse la meglio un’ultima volta”. Sei mesi dopo, all’alba del suo compleanno, Julia Albu saluta i suoi quattro figli e i suoi nove nipoti, sale sua Toyota coperta da qualche sponsor, rimediato per contenere le spese, e si lascia alle spalle Jakkalsfontein. Accompagnata dal freddo dell’inverno africano e da un corteo di Harley Davidson che ha voluto scortarla festosamente fino al confine del Sudafrica, Julie entra in Botswana: “Era un paesaggio fiabesco, e la notizia del mio viaggio mi precedeva: ovunque mi fermassi mi chiamavano ‘Gogo’, nonna in lingua afrikaans”.

Come un Forrest Gump avanti negli anni, quando Julie è stanca ferma la macchina monta la sua tenda, sul lato della strada. Una scelta coraggiosa che però ha uno scotto da pagare: la schiena si blocca e il viaggio è a rischio. Ci pensano i suoi figli: la primogenita si offre di attraversare lo Zimbabwe, uno dei maschi il Malawi. Finalmente è lei a riprendere il volante di un viaggio che un giorno dopo l’altro diventa un album di nomi, volti e paesaggi incredibili: l’imponenza delle cascate Victoria in Zimbabwe, l’artigiano che vende poveri mobili in vimini, i camionisti che dividono il cibo con lei, le ragazze che studiano il mondo all’ombra di un enorme baobab. “Non mi sono mai sentita sola, anche quando lo ero. Ho amato i viaggi in giro per il mondo fatti insieme a mio marito ed i miei figli, ma questo voleva essere qualcosa di diverso, da dividere con ‘Tracy’: io ho 80 anni, lei ne compie 20, insieme facciamo 100, cifra tonda”.

Tanti i confini superati, a volte sotto gli occhi stupefatti degli agenti doganali: “Un funzionario ugandese mi ha chiesto per quale motivo volevo raggiungere Londra. Ho risposto ‘per prendere un tè con la Regina’. Mi ha guardato con gli occhi sgranati, e subito dopo ha messo il timbro sul passaporto”. In Tanzania si imbatte in Guglielmo, l’anziano più influente di un piccolo villaggio che la ospita per qualche giorno, tempo di riprendere fiato, in Etiopia finisce in un resort pieno di coppie in luna di miele e nel Corno d’Africa si accampa nella zona della depressione della Dancalia, in mezzo alle tende di un gruppo di ventenni in vacanza. Attraversa l’Etiopia, il Sudan e l’Egitto, un’Africa che non riconosce più, lontana anche culturalmente dalla sua terra d’origine. È proprio in Egitto, che Julia incontra qualche problema: la sua auto ha targa araba, e i controlli la costringono ad una sosta forzata. “Ho trascorso la notte in una stanza con sette uomini egiziani: sono stati molto gentili, ma increduli quando hanno scoperto che ero una donna sola in viaggio. Mi chiedo per quale motivo solo gli uomini abbiano diritto ad avere il permesso di partire e vivere grandi avventure in solitaria. Comunque non ho mai avuto paura durante il mio viaggio: quand’ero più giovane l’idea di attraversare l’Africa in auto sarebbe stata semplicemente assurda. Ma il mondo è cambiato, e io ne sono felice”.

Quando ha finalmente il via libera, la Toyota sfiora la diga di Assuan e la Valle dei Re, finendo nel caos delle strade del Cairo. Al porto della capitale egiziana imbarca Tracy sul container di una nave e con un volo di linea, Julie raggiunge la Grecia, dove finalmente si rimette alla guida per affrontare il continente europeo: Albania, Montenegro, Croazia, Slovenia, Austria, Germania e Olanda. Arriva a Londra all’inizio dell’estate: “Purtroppo era la settimana del ‘Royal Ascot’ e la regina era impegnata. Niente tazza di tè, sarà per la prossima volta”.

Raggiunta la meta che si era prefissata, Julia ha fatto manovra per tornare indietro. Conta di attraversare l’Europa fino alle coste siciliane, da cui si imbarcherà per la Tunisia. Da lì sarà di nuovo la sua Africa, questa volta sulla strada del ritorno verso casa: “C’è un senso di libertà che viene con la vecchiaia, una preoccupazione sulle conseguenze delle tue azioni che viene meno”.

Se un giorno qualcuno a Buckingham Palace leggesse dell’avventura di Julie Albu, non ha che da contattarla: con un po’ di tempo davanti e la sua fidata “Tracy”, c’è poco che possa fermarla. “Perché no? Non ho intenzione di aspettare la morte seduta sul divano”.

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