Fermate Zuckerberg, prima che sia tardi

| Chris Hughes, ex braccio destro del fondatore di Facebook, ammonisce: troppo potere nelle mani di una sola persona che può decidere di oscurare chi vuole. Va controllato, arginato e disarmato togliendogli Instagram e Whatsapp

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Nel 2004, quando Facebook era ancora un sito riservato agli studenti di Harward, Chris Hughes entra nel primissimo team di Mark Zuckerberg. Il suo compito era curare l’espansione del progetto, conquistando prima gli studenti di altre università come Stanford, Columbia e Yale, seguiti dal MIT e la Boston University. Per Hughes, nato in una modesta famiglia del North Carolina, significa toccare il cielo con un dito: si accontenta del 2% della società, una quota misera, che gli ha comunque permesso di mettere da parte guadagni di assoluto rispetto.



Ma il punto non è questo. Da quando è uscito dal marchingegno diabolico di Facebook, Hughes è diventato uno dei più acerrimi nemici della creatura di Zuckerberg, che ancora una volta è tornato ad attaccare con un lungo editoriale pubblicato sul “New York Times” in cui lancia un vero e proprio avvertimento: Mark resta un amico e un bravo ragazzo, ma il potere che sta acquisendo è sproporzionato e molto pericoloso. Lo dice con cognizione di causa, conoscendo i meccanismi che regolano il social più celebre del pianeta, una piattaforma che vanta 2,2 miliardi di utenti e attivi e nel 2017 ha superato un valore di mercato pari a 500 miliardi di dollari.

“Il problema di Mark è stato concentrarsi troppo sulla crescita sacrificando sicurezza e libertà. Io stesso sono deluso di quell’esperienza, per non aver saputo capire in tempo quanto Facebook avrebbe potuto cambiare la cultura della società e arrivare a influenzare passaggi fondamentali come le elezioni politiche. Non lavoro più con lui da almeno dieci anni, ma mi sento ugualmente responsabile per quello che sta succedendo”. Il potere di Zuckerberg, prosegue Hughes, “è troppo per una sola persona che ha acquisito la possibilità di monitorare, organizzare e se vuole censurare le conversazioni di miliardi di persone: il 60% delle quote sono sue, ed è lui a decidere quali dati utilizzare e quali no. Può silenziare un competitor bloccandolo, oscurandolo o comprandolo”. Ha fatto così, racconta Hughes, con “Vine” e “Snapchat”, piattaforme che trasmettevano video di pochi secondi: la prima l’ha bloccata, la seconda copiata di sana pianta.



La soluzione, secondo l’ex collaboratore di Facebook, sarebbe applicare controlli governativi rigidi iniziando col togliere dal pacchetto azionario “Instagram” e “Whatsapp”, il primo acquistato nel 2012 per un miliardo di dollari, il secondo due anni dopo, per 16 miliardi di dollari. Ed è del tutto insufficiente, secondo Hughes, la multa da 5 miliardi di dollari inflitta dal governo americano per lo scandalo “Cambridge Analytica”, la società di Steve Bannon a cui Facebook ha messo a disposizione i dati personali di 87 milioni di persone durante la campagna elettorale del 2016. “Per troppo tempo la politica americana si è limitata a meravigliarsi per la crescita di Facebook, lasciandosi convincere che gli utenti siano protetti”.

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