Google, l’ex paradiso che oggi licenzia

| Quattro dipendenti licenziati per atteggiamenti critici verso l’azienda hanno aperto il caso: il colosso che aveva fatto segnare nuovi traguardi nei rapporti con i dipendenti, accusato di attività antisindacale

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Sembrano lontanissimi i tempi in cui il colosso dei servizi online “Google” rappresentava il sogno di chiunque fosse in cerca di un lavoro. Il trattamento “gold standard” riservato ai dipendenti era leggendario: feste al Waldorf Astoria, weekend sugli sci in Vermont, picnic estivi al Chelsea Piers, e ancora mense gratuite, asili per i figli dei dipendenti, postazioni di lavoro pensate per garantire il massimo dei benefici fisici e psichici. Tutto compreso nel contratto, senza postille.

Ma da qualche tempo, il colosso di Mountain View si sta guadagnando una fama completamente diversa. Poche ore fa, l’azienda creata da Serge Brine e Larry Page nel 1998 è finita nell’occhio del ciclone per aver licenziato senza preavviso quattro dipendenti. Motivazione ufficiale: “chiare e ripetute violazioni delle politiche di sicurezza sui dati”. Ma sono in molti a pensarla diversamente: i quattro sarebbero dei sindacalisti che negli ultimi tempi avevano protestato per come l’azienda aveva sottovalutato alcuni casi di molestie sessuali interni e per i sempre più stretti rapporti dell’azienda con il Dipartimento della Difesa e le agenzie militari da cui dipende il discusso controllo dei confini con il Messico. Sotto accusa anche i rapporti con la Cina, per cui l’azienda starebbe lavorando segretamente ad un nuovo motore di ricerca pennellato sulla strettissima censura voluta da Pechino. Una situazione resa ancora peggiore dal finanziamento di alcune associazioni che negano i cambiamenti climatici e per finire dall’annullamento di un’assemblea prevista da tempo, in cui i vertici di Google si erano detti disponibili ad un confronto con i dipendenti.

“Google ha appena licenziato quattro miei colleghi che hanno osato chiedersi se l’azienda si sta rendendo colpevole di chi separa le famiglie alla frontiera con il Messico - ha twittato Amr Gaber, un ingegnere informatico - la loro unica colpa, aver individuato informazioni che in realtà sono accessibili a tutti. Con questi licenziamenti, Google sta intensificando le ritorsioni contro i lavoratori impegnati in organizzazioni sindacali protette, una situazione che non abbiamo alcuna intenzione di sopportare”.

Ma Google non è la sola azienda a lottare in quella che i media hanno già ribattezzato “la guerra della Silicon Valley”: centinaia di dipendenti di Facebook si sono opposti alla posizione dell’azienda verso la pubblicità politica, quelli di Amazon hanno scioperato per spingere il CEO Jeff Bezos a scendere in campo sul cambiamento climatico e i leader di Microsoft e Salesforce hanno ricevuto lettere di protesta dai dipendenti che chiedono di mettere fine ai contratti con l’Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti.

Nell’immaginario pubblico, la cultura del luogo di lavoro di Google ha celebrato un nuovo standard: per anni, l’azienda ha offerto il “20% di tempo”, ovvero la possibilità per i lavoratori di trascorrere fino a un quinto della loro settimana lavorativa su progetti collaterali che occasionalmente si sono trasformati in veri e propri nuovi prodotti Google. Il concetto, insieme agli altri vantaggi e al suo motto, “Non essere malvagio”, ha creato contrasti con il resto dell’America aziendale e contribuito a proiettare l’immagine di un colosso amichevole che dava la priorità ai dipendenti. I giovani lavoratori erano attratti anche dalla sensazione che, pur essendo una società attenta al profitto, Google era in missione per rendere il mondo un posto migliore.

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